Diego Castelli

Intervista a Diego Castelli un grande professionista e una grande passione per le storie e il Piccolo Schermo.

Quello che faccio concretamente, comporre palinsesti per la TV, scrivere di serialità sui siti internet e via dicendo, nasce tutto dalla passione per le storie, dal desiderio di farle scoprire, di parlarne e di condividerle.

 

È un giovane uomo che non hai mai e poi mai abbandonato e detto di no in alcun modo alla sua passione per le storie, il bravo e accorto Diego Castelli. Una vita e una grande passione per le serie TV e una gran voglia di crearne nuove, di raccontarle e di farle conoscere su larga scala, e possiamo dire che ce l'ha fatta; oggi, infatti, ama moltissimo il suo lavoro. Scopriamo dunque insieme che cosa ci racconta Diego Castelli in questa splendida chiacchierata per noi di LF Magazine...

 

Diego, è possibile notare nella sua carriera una lunga esperienza nel campo mediatico, in particolare con diverse reti ammiraglie, come e quando ha capito che la sua vita lavorativa sarebbe stata in questo mondo?

"La decisione di lavorare con la TV e con il Cinema, in qualunque forma, risale ai tempi del liceo, quando decisi di studiare questi argomenti all’università, perché le serie TV mi piacevano troppo per fare finta di niente. Dopo la laurea, in realtà, ho lavorato per quasi due anni come aspirante giornalista, ma poi c’è stata un'inaspettata ricerca di personale in Mediaset, ho mandato il curriculum, e dopo un po’ di trafila sono stato preso. Non puntavo specificamente al lavoro che faccio ora, ma ci sono finito e sono contento."

 

Che cosa la attrae in particolar modo del settore mediatico?

"A me piacciono le storie. Fin dall’infanzia ho guardato tonnellate di film e serie TV, ho sempre letto romanzi e fumetti, sempre guardato le serie a cartoni animati. È questo il mio interesse principale fin da che ho memoria, ed è un interesse che si sarebbe potuto declinare in tanti modi. Quello che faccio concretamente, cioè comporre palinsesti per la TV, scrivere di serialità sui siti internet e via dicendo, nasce tutto da lì, dalla passione per le storie, dal desiderio di farle scoprire, di parlarne, di condividerle."

 

Qual è, secondo lei, per un buon mestierante di questo settore, un modo per capire che una persona che abbiamo davanti e che ambisce a un ruolo sul Piccolo Schermo sia realmente guidata dal sacro fuoco della passione oppure se si tratta di qualcuno che è solo intenzionato ad apparire?

"Credo che la linea di confine fra le due cose possa essere più sfumata di quello che si possa pensare, ma allo stesso tempo credo anche che l’unico modo per capire se una persona ha davvero passione, e vale per tutti i settori, è vedere se ci prova anche quando non arrivano i risultati, o se ne arrivano di molto piccoli. La voglia di apparire è anche sana, nessuno che faccia quel mestiere ne è immune, e non c’è niente di male. La differenza sta nella volontà di impegnarsi per migliorare, e nella capacità di trovare gioia anche nelle piccole vittorie e nelle piccole possibilità. Se vuoi fare il presentatore, ma non accetteresti niente di meno che una prima serata di Canale 5, forse non sei un vero presentatore."

 

Possiamo citarne uno in particolare, anche lui passato per le pagine di noi di LF Magazine, ovvero il bravissimo Enrico Tamburini che – lo ricordiamo – ci tiene compagnia con il suo meraviglioso format “Scuola di Cult”, si può dunque dire che condividiate la passione per il Cinema?

"Il sodalizio con Enrico Tamburini è iniziato in modo abbastanza buffo. Lui all’epoca aveva già il suo sito dedicato ai cinepanettoni e aveva già un discreto seguito, anche se io non lo conoscevo. Un giorno mi vedo arrivare una proposta su Linkedin, del tutto estemporanea, e ho rischiato di perderla nella confusione. Poi però ho guardato il curriculum di Enrico, in cui c’era una foto di lui che parlava al telefono, ma invece del telefono c’era una banana. Mi ha fatto ridere subito, allora ho guardato le cose che faceva, scoprendo che era un appassionato vero e uno che sapeva fare il comico ma anche dire cose interessanti. Da lì ci siamo inventati “Scuola di Cult”, e ormai lo facciamo da anni con profitto reciproco: grazie a Iris lui ha aumentato di molto il suo seguito, e noi ci siamo trovati tante puntate di un programma ben fatto e divertente."

 

Cosa ci può dire invece per quanto riguarda il mondo della produzione mediatica e televisiva, quali sono i passaggi fondamentali e quale è secondo lei la parte che maggiormente la attrae di questo processo?

"Come accennavo prima, a me piace soprattutto un certo tipo di storie, soprattutto quelle del Cinema e della serialità televisiva, e quindi ho sempre cercato di concentrarmi su quelle, più che sulle cosiddette “produzioni” (cioè i programmi con una conduzione come varietà, quiz ecc). Per la mia professione si tratta dunque di un lavoro di incastro e di gestione di una library di titoli. Il processo che porta alla costruzione di un palinsesto è fatto di tanti passaggi interdipendenti che passano tutti attraverso la gestione di una library di titoli che, nel caso di Mediaset, va gestita anche in accordo con altre reti del gruppo con le quali si cerca di proporre un’offerta complessiva che sia sempre varia e non sovrapposta fra le varie reti. Ogni volta che scegliamo di piazzare un film o una serie dobbiamo sapere di avere i diritti per la sua trasmissione, dobbiamo scegliere i giorni e le fasce orarie che pensiamo possano massimizzare l’ascolto, tenere d’occhio la programmazione delle altre reti per incastrarci nel modo migliore possibile. E a conti fatti questa operazione di puzzle, di incastro, di creazione di un’offerta che possa interessare il pubblico e dargli l’idea di un canale che funziona, che interessa, è la parte più interessante del lavoro. Questa e il fatto che devo vedere un sacco di film in orario lavorativo."

 

Quali sono invece – a suo avviso – le caratteristiche fondamentali che deve necessariamente possedere un format televisivo al fine di garantire un successo di pubblico o – per dirla meglio – alte probabilità di essere seguito, il che è la cosa più importante in questo settore?

"In realtà non esiste una risposta univoca a questa domanda. Primo perché se ci fosse una ricetta magica, tutti saprebbero sfruttarla, e nessuno farebbe flop (e invece così non è). E secondo, e forse anche più importante, è che i format seguono mode, evoluzioni della società, solchi scavati da format precedenti e via dicendo. Senza contare la necessità di tararsi sulle necessità di una rete. A oggi, per esempio, molti dicono che per far funzionare un format con il pubblico giovane sia fondamentale renderlo “instagrammabile”, cioè costruirlo in modo che se ne possano trarre piccolissimi pezzi che poi diventano singolarmente virali sui Social. È quello che ha fatto LOL, per esempio (che però tecnicamente non va in “TV”). Detto questo, poi esistono format che continuano a funzionare benissimo dopo decenni, come “Le Iene” o “C’è posta per te” su Mediaset. Certo è che per imporre un format nuovo al giorno d’oggi, nella vastità dell’offerta già esistente, servono idee che possano colpire in un attimo, che siano semplici e accattivanti, e capaci di far parlare di sé anche fuori dalla specifica bolla televisiva."

 

Crede che al giorno d'oggi Internet e la TV On-Demand possano rappresentare in qualche maniera dei nemici della TV tradizionale o crede che la TV che tutti noi conosciamo – come del resto pensano anche in molti del nostro settore – non morirà mai?

"Secondo me ogni volta che si dice “mai”, poi si rischia di cadere in errori di supponenza. Internet e le varie piattaforme che non sono strettamente televisione sono certamente concorrenti agguerriti della TV tradizionale, e certamente le hanno tolto pubblico, soprattutto fra i giovani e giovanissimi, che di televisione ne guardano sempre di meno. Detto questo, mi sembra presto per fare il funerale della TV vecchia maniera. Se è vero che certi giovani che non guardano la televisione oggi non la guarderanno nemmeno in futuro, è altrettanto vero che si tratta di un processo che non coinvolge indiscriminatamente tutti, e che comunque ha una portata generazionale. Se anche la TV tradizionale morirà, non morirà domani o dopodomani, ne riparliamo fra un paio di decenni e vediamo. Sicuramente già si avverte la necessità, in certi contesti, di cambiare offerte e forme. Io mi occupo di cinema e serie, e già oggi questi due ingredienti hanno perso molto peso nell’offerta delle grandi reti ammiraglie, rispetto a dieci o vent’anni fa, perché l’offerta sulle altre piattaforme è enorme. Quando si parla invece di grandi produzioni in diretta o eventi sportivi importanti (giusto per fare due esempi), la televisione continua ad avere una capacità di aggregazione fenomenale. Basta guardare Sanremo, per fare un esempio."

 

C'è tutt'ora comunque una forte sperequazione tra questi due chiamiamoli “nemici”, ovvero che se da una parte Internet/TV On-Demand sono molto più seguiti, in particolare dai giovani, per via appunto della fruizione dei contenuti quando e come si vuole a differenza della TV tradizionale, ove invece è necessario essere sintonizzati nel posto e al momento giusto per fruire il contenuto d'interesse, moltissimi invece al primo danno meno importanza perché persuasi appunto che sia “ad appannaggio di tutti”, ovvero che chiunque, per esempio su Youtube, possa diventare utente, mentre invece la TV tradizionale è vista ancora come una sorta di “scatola magica” ove chi ci approda significa che sia stato in qualche modo “scelto”, ragion per cui tutti ambiscono ad andarci ed è ciò che la mantiene in vita. Lei che posizione prende in questo senso?

"È una questione complessa, che però secondo me mostra alcune diversità importanti fra i due messi, ma anche alcune similarità. La diversità sta nel linguaggio e nella capacità di cogliere pubblici diversi. Un certo pubblico adulto non vede di buon occhio internet e le star della rete, ma anche perché non è nata con quegli strumenti, non ne ha dimestichezza, li rifiuta spesso “a prescindere”. Naturalmente poi ci sono enormi differenze sul modo in cui un programma può esistere e prosperare sulla rete, e viceversa il modo in cui un programma deve essere costruito e scritto per la TV, che incontra pubblici diversi e segue logiche di palinsesto differenti. Però c’è anche una grande base comune, che è il gusto del pubblico. In TV esistono ottimi programmi e programmi pessimi, e sulla Rete esistono ottimi programmi e programmi pessimi. La differenza la fa il pubblico, anzi i pubblici, e ciò che vogliono guardare oppure no. Due pubblici diversi possono differire molto nel gusto, al punto da non riuscire a capirsi fra di loro, ma fanno la stessa cosa: danno la loro attenzione a un certo volto piuttosto che a un altro, decretando così successi e flop, a prescindere da chi è stato scelto e da chi si è fatto da sé. Questa resta la base, cambiano “solo” i linguaggi e le piattaforme, ma chi fa televisione insegue sempre la stessa cosa: il pubblico."

 

Un augurio che si sente di fare ai giovani d'oggi che intendono approdare professionalmente parlando al mondo della TV e del Cinema, sia come registi e come attori/conduttori?

"Più che un augurio, un consiglio che forse può trovare una sintesi con la domanda precedente: al momento, e ormai da qualche anno, anche la TV tradizionale cerca di pescare in internet per trovare nuovi talenti. Quindi chi vuole buttarsi nella TV e nel Cinema, secondo me intanto deve provare a farsi vedere in qualunque spazio ci sia, anche quelli della Rete, che per loro natura offrono una chance di visibilità a costi bassissimi. Se il talento e la creatività ci sono, prima o poi qualcuno se ne accorge."

 

E, prima di salutarci, il Diego Castelli di oggi, di ieri e di domani, da dove è partito, dove si vede ora e dove si vede nel futuro più imminente?

"Sono partito da ragazzino introverso e secchione a cui piaceva stare a casa sua a guardare i telefilm piuttosto che uscire a giocare a pallone, quindi il fatto che oggi io riesca effettivamente a guadagnarmi da vivere con quel mondo, mi fa certamente piacere. Sul futuro, io costruisco palinsesti ma scrivo anche di serie TV, faccio podcast, sono sempre a caccia di nuovi progetti, purché si possano fare da casa mia. Ecco, non so cosa mi riserva il futuro, ma spero sarò comodo."

 


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