Intervista a Silvia Dotti autrice, illustratrice e nei suoi testi, perché no, anche ricercatrice.

Intervista a Silvia Dotti autrice, illustratrice e nei suoi testi, perché no, anche ricercatrice.

Credo che narrare certi tipi di fiabe o leggende in rima le riporti un po’ nella sua dimensione originaria, una dimensione senza tempo e senza spazio che le rende eterne.

 

Ha da pochissimo visto la luce il nuovissimo testo della brava autrice e illustratrice Silvia Dotti dal titolo "Sbranafèr Quel-che-fila-cume-il-vent”, da lei magistralmente illustrato, oltre che scritto, per la collana Le Tomo Leggende della splendida casa editrice Tomolo Edizioni.  Ma per quale motivo ha deciso di intitolarlo così? Di questo e molto altro ancora ci ha parlato l'artista in questa intervista ...

 

Silvia, è uscito da poco un tuo nuovissimo libro per la Tomolo, Sbranafer... Raccontaci un po' com'è nata la genesi di quest'opera... Come mai la scelta di nomi che sono di indubbia provenienza dialettale per i due protagonisti canini?

"Hai ragione i nomi Sbranafèr e Quel-che-fila-cume-il-vent sono di origine dialettale, e precisamente del dialetto parlato nei paesi vicino a Milano (sud est), che è un miscuglio tra milanese e lodigiano. La fiaba che ho rinarrato è una fiaba alla quale sono molto affezionata, perché la raccontava mio padre a me e mia sorella quando eravamo piccole. Mio padre parlava sia in italiano che in dialetto, con prevalenza del dialetto, e la fiaba, che credo sia di provenienza popolare, riporta il titolo (che poi sono i nomi dei due protagonisti) in dialetto. All’interno della fiaba mio padre usava altre parole di origini dialettali, come ho scritto nella nota a fine testo. Una di queste parole era magnano, termine usato per indicare gli stagnini o saldatori itineranti (dal latino parlato manianus, ovvero mano). Io ho scelto di modificare il termine e utilizzare “villano” per renderlo più fruibile ai piccoli lettori."

 

L'antagonista della storia, rappresentato in una maniera per altro assai grottesca e simpatica, si può dire che sia maggiormente ispirato a Scilla de L'Odissea oppure alla più famosa Idra Di Lerna della 12 Fatiche di Ercole (due mostri per altro entrambi italiani)?

"Ho cercato più volte di capire che origini avesse questa fiaba perché, di fatto, non sono mai riuscita a trovarla da nessuna parte nella versione raccontata da mio padre. Mio padre parlava di un “uomo a sette teste”. Ho fatto delle ricerche e ho scoperto che, durante l’umanesimo, con la riscoperta della cultura classica, molte città lombarde cercarono di attribuire le loro origini a personaggi mitologici, come nel caso di Brescia, che considerava Ercole il suo capostipite. Si narra che Ercole avesse compiuto la sua ottava fatica in val di Sabbia, uccidendo l’Idra nel lago che oggi porta il suo nome (lago d’Idro). Nella sua versione, mio padre non parlava di “mostro” ma di “uomo”. Tuttavia, le teste dell’uomo della fiaba si riattaccano una volta tagliate come quelle dell’Idra ricrescono una volta recise. È interessante anche il numero sette, di forte carica simbolica, poiché è l’unione tra il tre, il numero della spiritualità, e il quattro, il numero della materialità (della terra, quattro sono infatti i punti cardinali). Sette era considerato un numero magico, e credo che il numero delle teste del mostro della fiaba non sia casuale."

 

E a cosa è dovuta la scelta della narrazione come se fosse una specie di poesia/filastrocca o meglio ancora di una sorta di testo shakespeariano?

"Credo che narrare certi tipi di fiabe o leggende in rima le riporti un po’ nella sua dimensione originaria, una dimensione senza tempo e senza spazio che le rende eterne."

 

In poche parole dunque come può essere interpretata, a livello di morale, l'intera favola e quale speri che sia il messaggio che arrivi ai lettori, soprattutto quelli più giovani?

"Il più grande insegnamento di questa fiaba è che mentire non serve a nulla. Prima o poi la verità viene sempre a galla."

 


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