Jackson Browne, nome completo Clyde Jackson Browne, è un cantautore statunitense. Le sue canzoni introspettive e piene di riferimenti letterari hanno fatto di lui uno dei più influenti esponenti della musica West Coast degli anni settanta. Brillante cantautore, chitarrista e pianista, negli anni è stato famoso anche per il suo impegno civile ed ambientalista. La sua poetica e il suo stile possono essere accostati a quelli di Neil Young e Nick Drake, mentre più tardi sarà influenzato anche da Bruce Springsteen.
Quando ascoltai per la prima volta Stay, credo di non aver avuto più di diciassette anni. Me la fece scoprire un compagno di classe delle superiori che capiva di musica come io di astrofisica, ma che ne era ammaliato. Inutile dire che m’innamorai perdutamente del brano e della bravura del cantautore. Inutile rammentare che andai a cercare tutti i suoi album, iniziando, senza saperlo, da quello stroncato dalla critica: Hold Out. Confesso onestamente che invece a me quel lavoro non dispiace così tanto. Non è il disco dell’anno, ma nemmeno una copertina da buttare. Il primo tanto bistrattato brano, Disco Apocalypse nasceva semplice con una batteria essenziale in quattro quarti, talmente essenziale che sembrava una drum machine degli esordi. Infine, cori e riempimenti di rito. Nessun volo pindarico, nessun virtuosismo solista. Un pezzo che dove lo metti, ancora sta. Il brano che mi piacque di più però è Boulevard. Tirato e con quel riff graffiato di chitarra che non era eccelso, ma nemmeno da cestinare.
Iniziai così il lungo percorso che mi portò ad apprezzare molte cose di Jackson Browne. Su tutti, il leggendario tour registrato nell’estate del settantasette a casa sua negli Stati Uniti, tra il Maryland e la California e che divenne pietra miliare dei pomeriggi con gli amici. Non potevi non farti una canna, se non stava girando quel live di Jackson. Non potevi non incrociare gli occhi della più carina del gruppo, senza che le mani morbide del cantautore camminassero pulite sulla tastiera, mentre raccontava stracci di vita vissuta, esperienze sentimentali e brandelli di storie. Ricordo Silvie quando eravamo a Parigi. Io un pischello, lei una donna fatta. Lo ascoltava rapita, sussurrando i testi. Silvie che voleva fare l’amore con la musica. Silvie che guardava altrove e cantava, sapendo che l’osservavo.
Running on Empty mi aprì il cuore alla musica americana. Lo trovai in un famoso negozio di dischi vicino casa. Non era stranamente doppio come andavano tutti i live di allora, ma singolo, però aveva un sacco di foto del tour, dei componenti la band. Lo riapro oggi e un senso di giovinezza mi prende al collo come tanti anni fa. Faccio scorrere i nomi dei musicisti. Fra tutti, quel mostro sacro di David Lindley, nato a San Marino e capace di suonare dalla lap steel guitar al mandolino. Estraggo il long playing e una zaffata umida mi coglie impreparato. In primo piano la copertina con i toni dell’avana e del verde. La strada californiana e la batteria restituiscono l’interesse per la vita on the road. Il ritmo e il lungo percorso. Di tutte le foto contenute nell’album, le due più belle lo colgono di schiena. La prima, sul palco con i pantaloni a zampa d’elefante e i sandali mentre con il braccio sinistro proteso in alto, si prepara a un finale davanti al pianoforte a coda. La seconda, se è quello che penso io, è un pezzo drammatico della vita del cantante. Lo vede con il figlio in braccio. Al suo fianco credo la prima moglie, ma non ne sono sicuro, l’attrice e modella Phyllis Major, poco prima che si suicidasse con una massiccia dose di barbiturici.
Partiamo da quello che mi piace di più. Gli ultimi due brani del disco costruiscono un crescendo sentimentale, ritmico e di vita. The Load Out e Stay sono entrambe suonate in fa maggiore con il si bemolle in chiave e durano ben nove minuti e mezzo. La maratona inizia con l’intro al pianoforte. Solo le mani di Browne e nessun altro. Poi la voce.
Now the seats are all empty
Let the roadies take the stage
Pack it up and tear it down
Storie di vita, di strade polverose, di successi e sconfitte. Storie della band che mi fanno pensare alla mia di vita. Alle mie sconfitte, ai drammi, agli amori mancati, a quello che avrei voluto fare ma non ho fatto. Alle rinunce e alla fatica per costruire qualcosa che non fosse spazzato via da un semplice alito di vento.
The Load Out racconta quello che succedeva in tour. Jackson canta e si accompagna con piccoli intermezzi e una leggera progressione sugli accordi, poi entra Lindley con quello strano strumento a metà strada tra una piccola tastiera e una chitarra ed è poesia. Note delicate, ben messe a riempire il brano con un virtuosismo figlio solo dei grandi maestri. Figlio di quelli che sanno padroneggiare lo strumento. Tre minuti e mezzo e il gruppo li raggiunge. La batteria e il basso fanno decollare la ritmica e Lindley si rilancia in un bell’assolo sugli acuti. Il brano si assesta si velocizza e prosegue l’andatura di ballad a medio tempo, percorrendo le battute che serviranno per arrivare alla celebre hit degli Zodiac. La voce del cantante si prepara, l’incedere crea un piccolo prologo, poi la pausa di una frazione di secondo e parte lei.
People stay
Just a little bit longer
We want to play
Just a little bit longer
Stay e il ritmo da ballad a tempo medio con feeling, è, secondo me, una delle cose più belle mai scritte. Tutt’altro brano rispetto a quello registrato da Williams per la sua bella. Nelle mani del cantautore naturalizzato californiano, il pezzo assume uno style molto più roots rock di natura springsteniana. Bello l’intervento di Rosemary Butler che ribatte il ritornello e gli scherzi vocali in falsetto di Lindley.
Oh, won't you stay
Just a little bit longer?
Please, please, please
Say you will, say you will
Interessanti i vari assolo alle tastiere di Craig Doerge.
Sì, lo ammetto con piacere. Sono un fan sfegatato di Jackson Browne da sempre e lo sarò per sempre. Silvie amava molto questo lungo e intramontabile finale di concerto e ce lo sentivamo mentre mangiavamo tartare con limone e capperi, sdraiati sul divano davanti alla grande finestra in Rue de Surene a un passo da Place Vendome. In pieno centro con la musica, la neve e il sudore dell’amore. In pieno centro con i nostri cuori che battevano all’impazzata. Poi se ne andò e non la rividi più. Le avrei voluto sussurrare Resta, Stay, ma sapevo che sarebbe stato inutile, perché amava scappare senza guardarsi dietro. Chissà cosa fa oggi. Se pensa ancora a noi due.
Ripartiamo da zero. Dalla title track che dà il nome all’album. Running on Empty. È in la maggiore e alla quinta battuta ha un accordo in fa diesis minore. Mica male. Tu mettevi il long playng sul giradischi e partiva questo pezzo tirato, quando ti saresti aspettato invece qualcosa di più tranquillo e intimista. È uno dei brani che preferisco e più famosi del cantautore. Teso quel giusto da essere un vero pezzo rock senza fronzoli. Una bella cavalcata autostradale. Ritornello con cori in style Browne e una batteria mai scontata. E poi gli stacchi a ripartire e ad aprire l’assolo di Lindley. L’ennesimo.
The Road è carina e dopo tutti quei salti è giusta per abbracciarsi. Una ballad intima che nella prima versione di Danny O’Keefe è suonata in sol maggiore con una progressione di accordi tristi. Mi minore e mi minore settima, ovvero dobbiamo piangere e piangere e piangere. Dopo tre minuti, il gruppo lo accompagna e il brano diventa più rotondo. Non è tra le mie preferite.
La ballad che mi aggrada di più di questo album è Rosie. Il brano è costruito sul dualismo pianoforte e voce. Progressione di accordi e brevi frasi d’appoggio a sostenere la voce e il racconto di una storia vera. La storia di una ragazza bellissima che scappa con il batterista invece che con il fonico.
Saltiamo a un'altra cavalcata. Forse la più bella. You love the Thunder. A me è sempre piaciuta molto. Ha uno style rock country da west coast. Qualcosa che si avvicina molto a Take in Easy e agli anni in cui gli Eagles raccontavano al mondo la loro visione della vita. Come sempre l’assolo di Lindley impreziosisce il tutto. È il classico brano che metti quando sei in autostrada e lasci correre i campi di grano, le colline, gli animali, mentre il sole ti bacia la fronte.
Nothing But Time è il pezzo più blues di tutto l’album. Abbastanza veloce, non brilla troppo, però il contro canto dei cori quanto il pezzo si acquieta, è carino.
Conobbi Jackson alla festa dopo il concerto che tenne all’auditorium nel 2009. Ero con un’amica caporedattrice di un'importante testata giornalistica. Quasi non conosceva il cantautore. O almeno lo conosceva molto marginalmente e per farsi perdonare della mancanza ci regalò i pass per il dopo. Ero intimidito e titubante. Incontrare uno dei personaggi che avevo rappresentato la storia della musica degli anni settanta, non era proprio come fare una passeggiata. Eravamo in un hotel al centro di Roma. Ci lessero i permessi e salimmo al roof garden. La vista era spettacolare. Non c’era molta gente. Per lo più erano addetti ai lavori, componenti della band, produttori, l’agente che rappresentava il cantante in Italia, diversi giornalisti, alcune tizie molto carine che sorseggiavano cocktail ridendo. C’era da bere in quantità industriale e il buffet era decisamente ricercato ma vegano. Assaporai diverse tartine vegetali e bevvi un bicchiere di Amarone. Strano. Un vino del genere in un posto del genere. La tenaglia dell’emozione si sciolse, ma non mi mossi dalla poltroncina che avevo trovato e su cui avevo costruito il nido. Vedevo i tetti e la luna. Era metà Maggio e Roma non era così così calda, però come sempre si stava bene.
Jackson chiacchierava tranquillamente. Era cordiale e si lasciava incastrare ora da uno, ora dall’altra. Sorrideva sereno. Non lo vidi né bere, tantomeno mangiare. La mia amica mi aveva abbandonato e stava conversando con alcuni colleghi. Era perfettamente a suo agio anche non conoscendo quasi nulla di musica. Io ero il classico scafato spara cavolate, ma quella sera la presenza di quella colonna portante della musica mondiale, mi aveva azzittito come un ragazzino cacciato di classe.
Stavo approcciando l’ultimo sorso del blend Veneto che sento una voce al mio fianco. Mi giro e il viso delicato con i capelli pettinati all’indietro di Jackson Browne mi sorride. Vicino a lui la mia amica.
Ho balbettato e non ricordo cosa ho detto, ma è stato uno dei momenti più belli della mia vita. Quasi paragonabile alla nascita dei miei figli.


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