Francesca Innocenzi: "Leggete tanta poesia!"

Francesca Innocenzi: "Leggete tanta poesia!"

LF ha incontrato la poetessa e scrittrice Francesca Innocenzi per presentarci la sua ultima fatica poetica “Canto del vuoto cavo”, una plaquette di 60 componimenti brevi che adottano la metrica dello haiku e delle sue varianti. Una tecnica molto originale che nasconde al suo interno tematiche attinenti alle realtà umane; il vuoto, centro semantico del componimento, si profila come opportunità bivalente tra mancanza e opportunità.

Francesca Innocenzi è nata a Jesi (Ancona). È laureata in lettere classiche e dottore di ricerca in poesia e cultura greca e latina di età tardoantica. Attualmente insegna nella scuola secondaria letteratura e storia.

Ha pubblicato la raccolta di prose liriche "Il viaggio dello scorpione" (2005); la raccolta di racconti "Un applauso per l’attore2 (2007); le sillogi poetiche "Giocosamente il nulla" (2007), "Cerimonia del commiato" (2012), "Non chiedere parola" (2019), "Canto del vuoto cavo" (2021); il saggio "Il daimon in Giamblico e la demonologia greco-romana" (2011); il romanzo "Sole di stagione" (2018).

Ha diretto collane di poesia e curato alcune pubblicazioni antologiche, tra cui "Versi dal silenzio. La poesia dei Rom" (2007); "L’identità sommersa. Antologia di poeti Rom" (2010); "Il rifugio dell’aria. Poeti delle Marche" (2010).

È redattrice del trimestrale di poesia «Il Mangiaparole» e collabora con il sito letterario Poesiadelnostrotempo. Ha ideato e dirige il Premio letterario Paesaggio interiore.

Francesca si è avvicinata alla scrittura già da bambina e all’età di venticinque anni ha iniziato a pubblicare. Canto del vuoto cavo è la sua ultima silloge, uscita alcuni mesi fa, in un periodo in cui Francesca ha preso a dedicarsi con particolare intensità alla lettura di poeti contemporanei. 

Francesca, benvenuta su LF MAGAZINE. Ci racconti i suoi esordi poetici, influenzati moltissimo dall'amore per i componimenti di suo padre....

"Un saluto a tutti e grazie mille per l’opportunità! I miei esordi poetici sono certamente legati ad una certa atmosfera presente in famiglia. Scrissi la mia prima poesia all’età di sette anni, a quel tempo non conoscevo ancora i versi di mio padre. Solo più tardi, quando avevo quindici anni, lui pubblicò la sua prima raccolta, che apprezzai molto; probabilmente questo fatto fu all’origine di una stagione particolarmente prolifica per me: quell’estate scrissi tante poesie.

 

Canto del vuoto cavo è la sua ultima silloge, composta da sessanta liriche secondo lo schema dell’haiku e delle sue varianti (doppio haiku e tanka), ce la racconta?

"Canto del vuoto cavo è uscito alcuni mesi fa, ed è un libro che comprende il percorso dei miei primi quarant’anni. Non a caso, ho iniziato a scrivere di getto le prime poesie della raccolta solo un paio di giorni dopo il mio compleanno. Non vi è completezza né sistematicità, e neppure linearità temporale. Emergono a sprazzi frammenti di vita delle varie epoche, dall’infanzia al lockdown del 2020, l’«interrotto inverno» in cui ognuno ha perduto qualcuno o qualcosa. E cerco anche di far posto ad una vasta umanità che mi sta a cuore: i reietti, gli immigrati, i rom, tutti gli imprigionati nel vuoto della solitudine e dell’emarginazione.

Per un certo periodo, la metrica dello haiku (doppio, soprattutto) ha costituito per me una sorta di rassicurante contenitore. Mi sembrava avesse un ritmo intrinseco che trovavo appagante. Oggi trovo fuorviante definire haiku questi componimenti, poiché dello haiku c’è, appunto, poco: lo schema metrico, come anche la tendenza ad evitare l’uso della prima persona. Ma, in tutto il resto, vi è assoluta libertà. E la natura resta sullo sfondo, ha un ruolo assolutamente marginale."

 

Vuoto come mancanza o come punto di partenza?

"Il vuoto può essere più cose insieme. È lacuna e mancanza, quindi percezione dolorosa, che però può rivelarsi spazio fertile di nuove possibilità; una sorta di catarsi, di rinascita. Per me il vuoto è la solitudine, temuta e amata, che ha segnato la mia adolescenza, come pure la vertigine agorafobica degli attacchi di panico. Nel libro c’è anche questo. C’è, in generale, l’attitudine a dotare il vuoto di uno spessore ontologico: di qui l’impiego di un aggettivo qualificativo nel titolo, o l’attribuzione di un colore, come in un particolare componimento della silloge."

 

Quando dà vita ad un componimento chiede un parere a suo padre... e quanto conta la sua opinione?

"Mio padre legge ciò che scrivo solo quando viene dato alle stampe. La sua opinione è importante, ma è fondamentale per me andare in cerca della mia strada senza condizionamenti."

 

C'è più una forma di sana "competizione" o quasi una sorta di "rivalsa"?

"Assolutamente no. Soprattutto ora che sono più adulta, c’è tra noi una volontà di confronto, anche in un’ottica generazionale, ovvero chiedendosi come e quanto l’appartenenza a generazioni diverse si rifletta nella produzione poetica."

 

Cosa significa essere poeti oggi?

"Credo che in questa epoca in cui si è perso il senso dell’essere collettività, la poesia possa fare molto, incentivando riflessioni scambievoli e condivise, portatrici di significati profondi. È quindi un invito alla riscoperta del simbolo, a spingersi oltre quanto è immediatamente fruibile, a coltivare l’arte del tempo e della pazienza."

 

Quanto aiutano la lettura e la conoscenza di altri illustri poeti?

"Non credo si possa essere poeti senza leggere gli altri poeti, in primis, i grandi maestri del passato. La lettura è un nutrimento fondamentale, ed è un esercizio a cui dedicarsi con mente aperta, amore e dedizione."

 

Le resta più congeniale scrivere poesie o romanzi?

"Finora ho scritto due romanzi brevi, di cui il secondo uscirà nei prossimi mesi. La brevità è un tratto della mia scrittura che accomuna narrativa e poesia. In generale, mi piacerebbe dedicarmi di più alla narrativa, ma probabilmente non avverrà in un prossimo futuro."

 

Lei ha ideato e dirige il Premio letterario Paesaggio interiore, in cosa consiste?

"È un premio nato alla fine del 2019, giunto ora alla seconda edizione. La peculiarità di Paesaggio Interiore è che, oltre alle sezioni classiche, poesia, racconto ecc., comprende una sezione dedicata a saggi brevi sul mondo greco-romano. Quest’anno, per la prima volta, la cerimonia di premiazione si terrà in presenza, a Genga (An) ad inizio Settembre; in questa occasione assegneremo due premi alla carriera, ad Annamaria Ferramosca per la poesia e a Paolo Fedeli per gli studi sul mondo antico."

 

Cos'è la "banalità del male"?

"Utilizzo questa espressione in tre elegie dell’uomo comune, in cui interpreto liberamente il titolo del famoso saggio della Arendt: si tratta dello sguardo che l’uomo medio getta sul mondo, uno sguardo intriso di pregiudizio, che colpisce prevalentemente chi viene percepito come debole o diverso: il migrante, il Rom, l’emarginato."

 

Progetti futuri?

"Nell’immediato vorrei continuare a dedicarmi soprattutto alle mie letture-colloquio con altri autori, perché sto scoprendo una comunità poetica ricca e bellissima, che neppure immaginavo esistesse. Poi vorrei riprendere lo studio dei poeti greci del tardoantico, su cui ho svolto un dottorato anni fa, per portarli a dialogare idealmente con autori del Novecento e oltre. Ma questo è un progetto ancora da strutturare."

 

Concludendo?

"Ringrazio per lo spazio che mi avete concesso e, come sempre, il mio ufficio stampa Simona Mirabello. Alla prossima, buona estate e leggete tanta poesia!"

 

ph Simone Cartaro

 


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