QUANDO TORNA IL SILENZIO.

QUANDO TORNA IL SILENZIO.

Il silenzio è un’arma a doppio taglio: ci può scaraventare nella disperazione profonda o nella pace assoluta. Ha questo potere perché, depurandoci dal caos quotidiano, dai rumori assordanti, chiara manifestazione dei ritmi frenetici a cui la società ci spinge, ci mette faccia a faccia con la nostra vera essenza. Se abbiamo già combattuto i nostri demoni incontreremo la luce, se non li abbiamo ancora affrontati, il silenzio ci costringerà a guardarli negli occhi.

 

Quando rientriamo a casa dopo una giornata estenuante, dovremmo cercare istintivamente un po’ di sana quiete con la complicità del silenzio. E invece, per timore di restare soli con noi stessi, accendiamo la radio o, peggio ancora, la televisione, lasciando quel vocio in sottofondo e privandoci di quel momento magico in cui si placa il rumore della vita quotidiana per lasciare spazio alla voce interiore.

 

IL LIBRO

“E quella fu l’ultima volta che io vidi il mare negli occhi di mia nonna - aveva detto Michele asciugandosi la lacrima. Il Silenzio aveva avvolto tutto. E tornavano i ricordi, quelli che non è possibile dimenticare. Quelli che ti si cuciono addosso come una seconda pelle. Quelli che alla fine determinano tutte le tue scelte. Quelli che costruiscono la tua vita. Quei ricordi che sono scritti nel tuo DNA, che lasciano con la bocca aperta perché troppo ti hanno dato e troppo ti hanno tolto. I tuoi ricordi.”

Il viaggio di Michele, personaggio attorno al quale ruota l’intera storia, inizia a sette anni “quando nella camera del nonno aveva preso a rovistare nel grosso baule. Era stato come se fosse entrato in una favola.” e, complice il Silenzio, protagonista indiscusso del romanzo, si ritrova faccia a faccia con la sua vera essenza, costretto a riflettere sulle contraddizioni della vita, il cui segno tangibile sono spaccature dell’anima, conflitti interiori che giorno dopo giorno ci logorano spingendoci verso l’infelicità che a volte, in casi estremi, si traduce in depressione. È la società stessa che ci incanala, sin dalla più tenera età, in questo spaventoso ossimoro e, con cura quasi maniacale, ci attanaglia. Un’esistenza, quella di Michele, che lo accomuna alla maggior parte degli uomini, nella quale qualcuno ha già deciso per noi e nella quale il nostro libero arbitrio si riduce a mera illusione. Nascere, crescere, lavorare, cercare di guadagnare sempre di più, impegnarsi per una carriera che non ha mai un punto di arrivo e correre, correre, correre. Correre dove?  Per arrivare dove? “Che cazzo ne so”, avrebbe detto Giorgio Gaber nel ruolo del santone nel film grottesco di Sergio Citti, Il minestrone. Così Michele, complice il silenzio ovattato, ben rappresentato in copertina da un paesaggio innevato realizzato dallo stesso Della Fera, arriva a toccare nuovi livelli di comprensione e acquisisce un’amara consapevolezza: la sua dignità, quella di tutti gli uomini, è minacciata dalla corsa di ogni giorno e dal potere generalizzato dell’uomo. Michele non vuole più conformarsi a questi standard, sa che non è la sua strada, il suo percorso. Nasce, così, la meraviglia per le cose belle e positive e la necessità di testimoniarle.

 

UN LIBRO COME UN AFFACCIO SULL’ANIMA

“QUANDO TORNA IL SILENZIO”, edizioni Il Papavero, scritto dall’artista irpino Raffaele Della Fera, è un insieme di racconti che potrebbero definirsi romanzo e non solo perché Michele e il Silenzio sono i protagonisti di ogni singolo racconto (almeno così sembrerebbe) ma perché l’intero componimento corre su un misterioso filo di memoria e di speranza; il desiderio di una vita ideale anche se il reale si mescola al sogno, soprattutto quando si cerca di rivalutare quei valori che oggi non solo sono ripetutamente calpestati, ma spesso i portatori sani di questi valori vengono derisi o ritenuti sciocchi. L’autore, attraverso il vissuto di Michele, ci invita ad andare controcorrente, a non perdere ma a recuperare queste ricchezze intangibili e a viverle per guadagnarsi un credo più vero, per sconfiggere gli ingranaggi perversi di questa società che giorno dopo giorno ci fagocita. Questa società che “funziona un po’ come una macchina a ingranaggio e quando trova un pezzo difettoso lo sostituisce con qualcosa di più valido, senza pensare ai sentimenti delle persone”. Ma l’uomo non impara mai, neanche il sisma dell’80 ci ha insegnato nulla, neanche le migliaia di vittime mietute, come nulla ci ha insegnato il Covid. E a farla da padrona, nel bene e nel male, è il silenzio, quel silenzio che permette di riflettere sulla propria vita, di analizzare e correggere gli errori, quel silenzio che permette all’uomo di ri-costruire e ri-partire. Da lì, dove si era perduto.

 

 


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