I Supertramp sono stati un gruppo rock britannico formatosi nel 1970, e scioltosi ufficialmente nel 2015, storicamente guidato da Roger Hodgson (fino al 1983) e Rick Davies (fino allo scioglimento).
L’estate che conobbi Layla a Milano, mi sembra fosse l’ottantacinque. Altri tempi, altre storie, altra vita. In quel periodo ascoltavo molto Breakfast in America il leggendario album che consacrò i Supertramp. Che li strappò dall’esordio progressive, e dal periodo bluesy rock jazz e li fece scivolare in una popular music che mi avrebbe potuto far gridare allo scandalo, ma così non fu. I brani del loro più famoso, erano sì di facile ascolto, ma frutto di una composizione sofisticata e snella con in primo piano le voci e i pianoforti elettrici Wurlitzer, ma soprattutto con uno style di pura matrice americana. Non mi ero mai chiesto perché mi piacessero. Mi piacevano e basta, però poi negli anni approfondii, come mi succede spesso, e scoprii perché erano entrati così prepotentemente nel mio cuore. Perché i Supertramp sapevano suonare tutto e sembravano più una jam band che altro. Capaci di spaziare e improvvisare con alta maestria. E oggi, mentre scrivo questo articolo e risento integralmente tutto l’album m’innamoro di nuovo di un amore viscerale.
Spesso quello che è legato al pop mi turba, perché vittima del Mainstream, della musichetta di facile ascolto scritta e suonata con due accordi orecchiabilissimi a uso e consumo dei sordi, ma ancor di più delle major per fare soldi.
E invece le differenze sociali, culturali, politiche di Davies e Hodgson, le loro diverse concezioni musicali e le divergenze caratteriali, partoriranno negli anni una manciata di lavori di altissimo pregio e un live che è parte integrante della storia della mia vita. Paris, l’album doppio registrato a fine novembre del settantanove al Pavillon nella capitale francese, la famosa sala dove vennero immatricolati anche Seconds Out dei Genesis e Babylon By Bus di Bob Marley, è qualcosa che andrebbe ascoltato per aprire cuore e mente all’amore per la musica.
Davies veniva da una famiglia proletaria e prediligeva blues e jazz, mentre Hodgson aveva studiato in scuole prestigiose ed era affascinato dal pop e dalla psichedelia. L’insieme di questi amori permise il melting pot dei Supertramp. Lo asserisco da sempre e ne sono più che convinto. Miscelare diversi ingredienti, fa nascere le cose migliori.
Di quegli anni mi ricordo il modo fico di ancheggiare di Layla. Me la ricordo a poppa del panfilo nel porticciolo di Saint Tropez. Eravamo stati invitati da un famosissimo armatore che la corteggiava, ma lei amava me, perché giovane, povero, e stronzo, mentre il vecchio pagava per tutti, convinto che l’argent potesse appiattire le differenze d’età.
Ma veniamo a noi e a questo spettacolare disco. Da dove inizio? Da quella che mi piace di più. È la quarta traccia del lato B del primo lp. Secondo me, From Now On è uno dei punti più alti dell’immaginazione di Davies. Costruita come una suite di ben sette minuti, si divide in tre parti. La prima è un preludio alle tastiere, la seconda un intermezzo da ballad con la voce che esordisce come un rubato sostenuta da batteria, basso e chitarra, infine un tempo medio costruito sulla struttura dell’introduzione, ma spostando di poco le pause e rendendo il groove molto più rotondo e funky. La base di molte invenzioni del duo sono proprio quelle poche note bluesy che i ragazzi riescono a sistemare in modo fantastico. La bellezza di questo brano nasce anche dal fatto che l’introduzione a discapito della struttura letteraria dei brani, è costruita con un ritornello, più sciolto, meno sincopato, ma un ritornello.
Cinque semplici note in battere che si ripetono in levare. Quattro crome e una minima e il gioco è fatto. Da questo momento entra il tenore dell’eccentrico Helliwell che prendendo come spunto il fa maggiore, costruisce una serie di romanticissimi e pregiati interventi con uno style a metà strada tra tutto. Delta, soul, rhytm’n’blues e parte lo schema chiamata risposta tanto caro agli spiritual. L’incedere è lento terzinato e di grande effetto, specie perché si incrociano le voci, sostenute da quella del sassofono.
Mi ricordo Layla che ballava con il flûte in mano. Ballava al sole, rapita, indossando un costume striminzito con i suoi occhi socchiusi da cucciola. Layla che sembrava non vedesse, ma che invece osservava tutto e soprattutto valutava.
Seconda classificata sempre a parer mio, un’altra ballad che si trasforma a metà in un medium time molto delta style. Hai iniziato a ridere ovvero You started laughing. Esordisce con due note di cui la seconda costruita su tre crome ripetute a creare uno splendido preludio che anticiperà una melodia a metà tra ritornello e strofa, quindi lo stacchetto di piano. Anche qui la solita splendida invenzione Supertramp. Tre crome e una breve e il pezzo decolla, ma con un ritmo più rock quindi la scelta delle note puntate a dare un aspetto sempre blues. Poi un qualcosa a metà strada tra un inciso e un nuovo diverso ritornello dal sapore antico. Un pezzo meraviglioso, che va sentito e risentito.
Mi ricordo il vecchio armatore con gli occhiali in osso che voleva solo ascoltare l’opera e noi che stufi delle sue lamentele, ci tuffammo in mare per un bagno purificatore tra gli sguardi attoniti di una comitiva troppo chic a cui non appartenevamo nemmeno un po'. Baroni, principi, industriali, vallette dal fare ammiccante e signore in età avanzata in cerca di toy boy da strapazzare e cestinare al porto successivo. Layla mi baciò sotto gli occhi di tutti, lanciando un preciso messaggio al padrone di casa che elegantemente sorrise e non ci lasciò alla deriva.
E la terza quale potrebbe essere? Forse Bloody well right che inizia con uno stacco e poi una stratosferica improvvisazione alle tastiere in si bemolle a settantasei battute. Ad accompagnare questa ennesima creazione, due note in contrappunto che sostengono il tempo in modo meravigliosamente sintetico e fantastico, mentre Davies si diletta con terzine corte, due sestine ascendenti e una terzina seguita da una quartina a scendere. Cavolo! Una robbetta da progressive anni settanta. Chi l’avrebbe mai detto che questi ragazzi inglesi si sarebbero potuti permettere così tanta roba?
Di Breakfast in America il pezzo che mi piace di più è Take the long way home che inizia con una nota lunga in do e l’accordo al piano, seguito da una serie di crome in sol fa mi, poi la splendida introduzione con l’armonica dal sapore country; quindi, la voce che costruisce la strofa che ci porta a un decollo sorretto dagli stacchi e dalle rullate sui tom. Il brano è in mi bemolle maggiore a settantaquattro battute con una sequenza di accordi in do, do minore settima e si bemolle.
Mi fermo qua, ma potrei continuare a lungo dando ampio respiro anche a un pezzo come Rudy che esce di sana pianta da quel progressive che li battezzò da giovani e che esordisce con una ballad per poi prendere velocità e tornare indietro con quel fare in stile Supertramp che miscela melodia e sipari da orchestra sinfonica.
Oppure Dreamer e i suoi stacchi veloci, suonati in re maggiore a cento venti battute che corrono diretti in quell’invenzione geniale ai vocalizzi che si ripetono senza soluzione di continuità.
Con Layla ci sposammo tre mesi dopo e andammo a vivere a Berlino dove nacquero due figli maschi che oggi frequentano l’università.
Non è vero! La francesina con gli occhi da cucciolotta, mi diede il benservito a duecento metri dal porticciolo dell’isola di Cavallo, nella Corsica meridionale. Lì dove in quegli anni c’era solo la grande nobiltà mondiale e uno come me non sarebbe potuto approdare nemmeno per scherzo. Layla si fece ammaliare da un principe Saudita con un panfilo ancora più grande di quello dell’armatore. Mi abbracciò e capii che quell’abbraccio era la fine della nostra storia.
Non la rividi più, in compenso qualche anno dopo arrivò Laura, capace di regalarmi Jack e Gigia, i miei fiori più belli.


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