Damiano Leone, un grande narratore.

Damiano Leone, un grande narratore.

È necessario saper coinvolgere, sia intellettualmente che emotivamente, chi ti legge.

 

È certamente un accorto e attento narratore, oltre che un'eccellente penna, Damiano Leone. La sua ulitma opera, intitolata “L'inizio della notte”, è un coinvolgente romanzo distopico, che sta appasisonando moltissimi lettori. Abbiamo scambiato quattro chaicchiere con l'autore, grandissimo appassionato di storia, di libri e di lettura.

 

Damiano, molti scrittori non se la sentono di definirsi tali, ma solo autori. Per quale motivo secondo lei?

"In teoria, autore è chiunque scriva, mentre scrittore è un autore che poi decide o riesce a pubblicare i suoi lavori. Nel mio caso, tuttavia, per quanto mi riguarda, preferisco la definizione che, a suo tempo, mi diede la direttrice di una nota agenzia letteraria di Firenze che mi rappresentava in quel periodo, e cioè romanziere. Si spiegò, e lo ritengo decisamente un gran complimento, dicendo che a questa definizione rispondono scrittori che rivelano anche doti di commediografo e drammaturgo."

 

Lo scrivere è un'arte o un bisogno?

"Per molti può essere un bisogno; che a volte diventa arte quando ciò che hanno scritto si rivela essere tale."

 

C'è una sostanziale differenza tra il semplice scrivere e il narrare. Come si può diventare a suo avviso dei bravi narratori?

"In effetti  c’è una gran differenza fra le due espressioni. Un bravo narratore deve conoscere alla perfezione l’argomento trattato, inoltre è altrettanto necessario saper coinvolgere, sia intellettualmente che emotivamente, chi lo legge: qualità decisive sono anche la spiccata personalità, la precisione e il realismo dello stile."

 

Secoli fa era in auge la figura del cantastorie, ma oggi se si utilizza tale definizione alcuni gridano all'offesa. Forse dimenticano il passato e le basi della nostra cultura?

"Di certo dimenticano, infatti non vedo perché si dovrebbe gridare all’offesa. Se non sbaglio, prima di esser messe per iscritto, Iliade e Odissea erano cantate dagli aedi, oggi comunemente detti cantastorie. Insomma, perché mai accidenti offendersi nel sentirsi paragonare al mitico Omero e ai suoi colleghi?"

 

Che cosa significa per lei conoscere ed essere acculturato?

"Almeno idealmente significa acquisire un gran numero di esaurienti cognizioni umanistiche e scientifiche. Credo che soltanto così si possa ottenere una visione bilanciata dell’esistente: anche se risulterà sempre incompleta vista la sua infinita complessità."

 

La conoscenza ci rende davvero liberi oppure no?

"Se siamo abbastanza saggi nel saper discernere ciò che è verificabile e dimostrabile, allora la conoscenza ci farà moderatamente liberi. Ma se non lo siamo e ci limitiamo a ingoiare nozioni e informazioni senza sottoporle a molteplici confronti e verifiche, allora tutt’altro. Saremmo come dei computer nella cui memoria si possono accumulare verità indiscutibili e sciocchezze senza distinzione alcuna. E quando questo succede, il risultato è deprimente oltre che pericolosissimo: perché invece di offrire libertà ed equità di pensiero, ce ne priva, rendendoci vulnerabili a qualsiasi abile manipolatore di opinione."

 


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