Crediti foto: Bleecker Street.

Intervista ad Alfonso Perugini.

Fino alla fine dei miei giorni continuerò a dire che l’emozione che offre anche la peggiore sala cinematografica sarà sempre e comunque superiore al migliore home-cinema.

 

Grande soddisfazione per Alfonso Perugini. Difatti il bravo attore ha avuto il privilegio di lavorare a fianco di due grandissime attrici, nonché donne meravigliose, quali Toni Collette e Monica Bellucci per la pellicola “Mafia Mamma”. Di questo, della gavetta e di molto altro ancora, ci ha parlato lo straordinario artista.

 

Alfonso, oggi sei al Cinema accanto a Toni Collette e Monica Bellucci. Ma quale è stato il tuo percorso che ti ha portato fino a qui?

"Un lungo percorso di studi e lavoro durato quasi 20 anni. In questo lavoro è essenziale studiare e aggiornarsi di continuo. Non parlo solamente della formazione scolastica e accademica che è una condicio sine qua non, ma anche andare al cinema e al teatro il più possibile. Poi bisogna provarci sempre, bussare alle porte e tentare anche dieci progetti alla volta. Alla fine uno è quello che si realizza, e se lo fai bene, hai le forze per continuare. Diciamo che fino a questo punto, nonostante qualche fisiologico errorino, mi è andata più che bene."

 

Se dovessi descrivere i momenti più salienti della tua carriera, quali menzioneresti e perché?

"Direi che fino ad oggi ci sono stati tre momenti salienti. Il primo risale al 2014/2015 a New York. Decisi che avrei concluso il mio biennio in Filmmaking alla New York Film Academy con un lungometraggio. Fu lì che nacque “New York” una commedia romantica con una precisa struttura narrativa. Il problema era che avevo tutti contro quando esposi la mia idea nel Febbraio 2014. C’era chi diceva che era impossibile realizzare un lungometraggio in due settimane a prescindere dal budget; c’era chi non aveva proprio capito il film, come il mio insegnante di sceneggiatura, e c’era chi, per invidia professionale, sminuiva la cosa, i miei colleghi di regia, in primis, che non sono mai andati oltre il cortometraggio da festival. Il mio progetto invece voleva e doveva essere un film commerciale. Ragionavo quindi più da produttore che da regista. L’unico che mi venne dietro osservando interessato l’evolversi della cosa, era il mio istruttore di filmmaking, Paul Warner, che però aveva la nomea di insegnante più severo di tutta la NYFA. Pretendeva una ferrea disciplina militare sia a scuola che sul set. Quindi non potevo commettere errori. Arrivò il Settembre del 2014 e riuscii a girare i 75 minuti di film tra mille difficoltà e un accenno di ammutinamento da parte del direttore della fotografia brasiliano, che era costantemente sotto l’effetto di droghe. Riuscii a concludere il montaggio in tempo per il 25 Gennaio 2015, giorno della presentazione dei film e della Laurea. Il mio film monopolizzò di fatto la serata e gli applausi del pubblico di Union Square. Fu un anno tremendo, ma finito con un’immensa soddisfazione, anche perché il film venne lodato da Paul Warner in primis davanti a tutti. Era il primo lungometraggio Made in NYFA dopo tre anni e lo aveva fatto un italiano. Me lo meritavo. Poi il secondo episodio fu quando rimasi rapito dalle parole e dagli aneddoti di Giancarlo Giannini durante una cena avvenuta nell’Aprile 2019 e, infine, nel 2020, quando lavorai per Paolo Sorrentino con una piccola parte, purtroppo tagliata, nel suo “È stata la mano di Dio”. Non è da tutti lavorare con un Premio Oscar e stare a cena con l’unico italiano, dopo Rodolfo Valentino, ad avere una stella sulla “Walk of Fame” di Hollywood."

 

Molti sostengono che il Cinema abbia perso la sua aura, un po' come i poeti. Perché si arriva oggi a sostenere ciò?

"Diversi fattori. 30 anni fa si dava la colpa alle televisioni private, oggi la colpa è delle piattaforme di streaming. Certo, la cosa è stata regolamentata in Italia con una Legge fatta ad hoc nel 2021, ma il pubblico medio-basso, il cinema ormai lo ha perso da tempo. Purtroppo noto con irritazione che il pubblico meno istruito non sa capire la differenza che passa tra un film per il cinema e una soap opera, o tra uno sceneggiato TV (quelle che ora si chiamano fiction) e una serie. Tutto è nello stesso calderone per la maggioranza del pubblico italiano e questo non va assolutamente bene. Il pubblico va pesantemente rieducato, quantomeno per salvare il salvabile. Fino alla fine dei miei giorni continuerò a dire che l’emozione che offre anche la peggiore sala cinematografica sarà sempre e comunque superiore al migliore home-cinema. La colpa è anche di errori legislativi del passato, come l’abolizione della Legge Andreotti sul cinema, che anni fa colpì molti autori emergenti e piccoli produttori, così come il fatto che abbiamo ancora una Legge sul diritto d’autore scritta in tempo di guerra e sempre rattoppata alla meglio, ma mai riformulata organicamente come è avvenuto in America con il Copyright Act di Sonny Bono del 1999."

 

Il Divismo è molto cambiato rispetto a 50/60 anni fa. Tu che vivi il mondo cinematografico dall'interno, che idea te ne sei fatto?

"Il Divismo oggi non è più parte del cinema o del teatro. Purtroppo oggi è immeritatamente “divo” chi ha un milione di follower su Instagram ed è presente in programmi televisivi di infimo livello. Con quali qualità poi? Cosa offrono concretamente al pubblico oltre alla loro mediocrità? Un ragazzo o una ragazza di venti anni riconoscerebbe all’istante un personaggio televisivo, ma oggi, per esempio, dei registi del calibro di Virzì, di Tornatore, di Sorrentino, che sono i nostri migliori cineasti, potrebbero tranquillamente farsi un giro davanti a una scuola e passare per autentici sconosciuti. Racconto un aneddoto: lo scorso Novembre passeggiavo per il quartiere Prati di Roma con Toni Collette, Catherine Hardwicke e Christopher Simon, che non hanno di certo bisogno di presentazioni. Arrivammo di fronte al Liceo Mamiani, una delle scuole più prestigiose della nostra Capitale, che in quel momento subiva un’occupazione dai suoi studenti. Incuriosita, Toni mi chiese cosa stesse succedendo e le spiegai degli “scioperi” studenteschi che sono all’ordine del giorno in Italia. Avvicinatasi al grande cancello della scuola conversò con il picchetto lì presente. Solo dopo 20 minuti una ragazza intuì vagamente con chi stava parlando. Questa è la cosa grave!"

 

Il Cinema è sempre stato il tuo più grande amore?

"Da sempre. Da quando a sette anni ricevetti in regalo il mio primo videoregistratore e mio padre il sabato mattina arrivava a casa con le videocassette allegate a “l’Unità”. Costavano 6000 lire. Contribuirono a salvare il quotidiano all’epoca diretto da Walter Veltroni e a dare una videoteca bellissima a tantissimi italiani. Le conservo ancora gelosamente quelle videocassette. Furono fondamentali per me."

 

Che cosa sognavi di fare da bambino?

"Ovviamente volevo fare l’astronauta, come quasi tutti i bambini sotto i dieci anni. Poi capii che bisognava essere bravissimi in matematica e quindi accantonai il progetto. Rimango comunque un grande appassionato di astronomia e di astrofotografia. Mi piace fotografare la Luna e i suoi mares, le eclissi e le comete quando sono visibili con gli strumenti che ho."

 

Riesci ancora a far vivere dentro di te il fanciullino di pascoliana memoria?

"Per quanto Pascoli non sia il mio poeta preferito, dico di sì, anche se a volte è difficile. La società in cui viviamo tende a banalizzare le piccole cose, il quotidiano, ciò che diamo per scontato da adulti."

 

Quanto è importante riuscire a farlo rivivere non solo sul lavoro, ma nella vita in generale?

"È molto importante. Su questo punto posso dire che talvolta mi fermo in silenzio per qualche secondo per riflettere sulle mie azioni. Sul lavoro mi compiaccio quando con un’inquadratura riesco a trasmettere un’emozione."

 

Per quale motivo, a tuo avviso, ancora oggi, i lavoranti nel vasto mondo dello spettacolo, non godono sempre del massimo rispetto?

"La struttura di un set e di una produzione in Italia, ma in generale nel mondo, è altamente gerarchizzata. Questo è un bene, perché ognuno conosce il proprio compito e sa a chi deve fare riferimento nel proprio reparto. Non è assolutamente un bene nel momento in cui per clientelismo, per raccomandazioni e per non merito, qualcuno ricopra un ruolo senza averne i titoli; e per farsi rispettare queste persone tendono a fare mobbing sui loro sottoposti. A volte anche la cattiva gestione dello stress porta a questi episodi. Se manca il self control, quello è il segnale che questo lavoro non fa per te. Purtroppo di set così ne ho visti in passato e posso dire che è vero. Per fortuna non è sempre così."

 

A proposito, che cosa significa rispettare realmente sé stessi e gli altri?

"Non fare agli altri quello che non vuoi venga fatto a te stesso. È di fatto il fondamento di base di ogni grande religione del mondo. Concordo con questo precetto."

 

A tuo avviso, il rispetto è la forma primordiale dell'amore?

"Sicuramente."

 

Alfonso e l'amore, quanto ce n'è oggi nella tua vita e com'è cambiato nel corso del tempo il tuo rapporto con esso?

"Sono single da circa un anno e mezzo. Non cerco l’amore, perché quando arriva, arriva, e nemmeno te ne accorgi. Nel tempo è ovviamente cambiato. Fino agli anni universitari non dico che lo banalizzavo, ma non gli davo il giusto peso. Negli anni ho imparato a esserne consapevole. Vivere soprattutto per un’altra persona senza chiedere nulla in cambio. Sono una persona che sa dare molto peso e importanza alla cosa. Come dicevamo prima, anche qui è una questione di rispetto che è alla base di tutto, che però deve essere sempre fortemente reciproco e mai deve essere influenzabile da fattori esterni."

Crediti fotografici: Bleecker Street.

 


1000 Caratteri rimanenti