La Basilicata, terra meravigliosa e variegata, di cui ho raccontato già varie mie tappe dai miei viaggi precedenti, è sorprendentemente ricca di paesaggi, montagne, mare e campagna: ecco alcune idee per scoprire altri luoghi indimenticabili, oltre a quelli più noti come Matera.
La Lucania non smette mai di incantarmi e stupirmi... me ne sono letteralmente innamorata due anni fa, e mi piace sempre raccontarne le suggestioni e le scoperte di luoghi meno noti ma altrettanto pittoreschi e degni di nota.
Nel mio avventuroso e curioso girovagare, come prima tappa ho visitato lo splendido Sant’Angelo le Fratte, conosciuto anche come “il paese delle cantine”, un piccolo e affascinante borgo in provincia di Potenza situato ai piedi del Monte Carpineto che domina la Valle del Melandro.
Le case e i vicoli del centro storico sono abbelliti da splendidi murales e da sculture marmoree e bronzee che rappresentano la storia, gli usi e i costumi del piccolo borgo lucano. Ma il maggior punto d’interesse di Sant’Angelo, sono senza dubbio le cantine, antiche costruzioni ricavate direttamente tra gli ammassi rocciosi, che tra loro formano uno straordinario e suggestivo percorso.
Dal 1430 al 1818, in seguito alla distruzione della vicina città di Satriano, Sant’Angelo le Fratte venne prescelta dall’allora vescovo Andrea da Venosa come sede vescovile provvisoria. Questo evento fu di vitale importanza per la crescita demografica, economica e culturale del borgo.
Le ipotesi esistenti sul nome del paese sono due: la prima, meno quotata, sostiene che in origine il nome era “Castrum Sancti Angeli de Fratis”, data l’appartenenza alla chiesa. La seconda e più accreditata ipotesi, invece, è connessa alla forte devozione all’Arcangelo Michele, Patrono del paese. L’appellativo “le Fratte”, inoltre, deriverebbe dal participio passato passivo dal verbo latino “frango” (spaccare), in riferimento al fatto che il borgo nasce sotto la spaccatura rocciosa del monte Carpineto.
Sono diverse le cose da visitare a Sant’Angelo le Fratte: le ho racchiuse in un elenco che vi permetterà di scegliere al meglio cosa fare nello splendido borgo del Melandro.
I vicoli e le stradine di Sant’Angelo le Fratte sono colorati e illuminati dai circa 150 murales realizzati sin dal 1995 da diversi artisti italiani ed internazionali. Queste opere raccontano la storia, gli usi e i costumi di questa piccola comunità, non a caso il tema ricorrente dei dipinti è la vendemmia del vino, peculiarità del borgo. Insieme a Satriano e Savoia di Lucania, Sant’Angelo fa parte della “Valle più dipinta d’Italia“.
Nella zona di Sant’Angelo le Fratte detta “Cupa“, mi sono imbattuta nelle caratteristiche cantine, ricavate direttamente nella roccia della montagna Carpineto. Questi locali, che tra loro formano un percorso, vengono usati da sempre per conservare il vino, il formaggio e i salumi. Ogni anno, intorno alla metà del mese di Agosto, il percorso delle cantine ospita la blasonata manifestazione “Le Cantine Aperte di Sant’Angelo Le Fratte”.
Nel centro storico di Sant’Angelo le Fratte si erge il complesso edilizio denominato palazzo Galasso, che domina la piazza che affaccia sulla Valle del Melandro. L’edificio, costruito nei primi anni del diciannovesimo secolo e in seguito sapientemente ristrutturato, fu poi donato dalla famiglia Galasso al comune. Infatti oggi, risulta essere sede del Municipio. Nel complesso del palazzo è ubicata la Pinacoteca Civica “Michele Antonio Saverio Cancro”, inaugurata il 5 Agosto 2017, e contenente 243 opere dell’artista santangiolese. Per l'occasione, mi è stata aperta in esclusiva grazie al sindaco Michele Lavorino, e guidata da una addetta, la gentilissima signora Lucia Morrone.
Tra le cose da vedere a Sant’Angelo le Fratte c’è senza dubbio la splendida Chiesa Madre, oggi denominata Santa Maria ad Nives, in origine del Sacro Cuore e San Michele, poi Santa Maria Maggiore. Ricostruita in seguito al terremoto del 1694, ha un interno a tre navate a croce latina in cui si possono ammirare l’altare maggiore in legno dorato con ornamenti floreali, un crocifisso del 1726 e alcune statue del XVIII secolo, tra cui quella del Patrono San Michele Arcangelo. Di gran valore sono le opere raffiguranti la Madonna del Rosario e la Natività, attribuite al pittore lucano di origini satrianesi Giovanni De Gregorio, detto “Il Pietrafesa”. Nel campanile della chiesa è conservata una campana del XVIII secolo appartenuta al vecchio convento dei Frati Minori.
Girovagando nei vicoli del borgo lucano non sarà difficile imbattersi in statue bronzee o marmoree, raffiguranti scene di vita contadina e popolare del passato. Nel 2017 è stata inaugurata una statua in pietra del Patrono San Michele Arcangelo alta circa sei metri e mezzo e sita in località Croce, zona che sovrasta il paese e l’intera vallata. (Continua sotto la galleria fotografica...)
Laghi di Monticchio
Proseguendo il mio itinerario nella provincia di Potenza, sono giunta agli splendidi laghi di Monticchio, chiamati anche la Svizzera della Basilicata.
Nel cuore verde della Basilicata si nasconde un tesoro naturalistico di grande valore ambientale e di bellezza ancora poco conosciuta: i due splendidi laghi di Monticchio e il suo piccolo borgo.
Panorami spettacolari con vista a perdita d’occhio, il Vulture Melfese è la zona nord-orientale della Basilicata, dove si alternano rilievi montuosi, boschi di castagni e querce, oliveti e vigneti. Con i suoi 1300 mt di altezza il vulcano inattivo del Volture si staglia come la cima più alta della zona e ospita alle sue pendici i laghi minerali di Monticchio in una delle aree più ricche della regione in quanto a bellezze naturali, resti della sua storia antica e prodotti di eccellenza come vino e olio extravergine.
Protetti all’interno della Riserva del Vulture sul territorio dei comuni di Rionero in Vulture e Atella, in provincia di Potenza, i laghi di Monticchio sono due specchi d’acqua che colmano il cratere del vulcano ormai spento del Monte Vulture a circa 600 metri di altitudine.
Differenti per dimensioni e colore dell’acqua i laghi di Monticchio sono entrambi incastonati in una vera oasi di tranquillità e natura selvaggia tra scorci suggestivi, abbazie, monasteri medievali, sentieri immersi nel verde ideali per escursioni, boschi dove ammirare tutte le sfumature del foliage in autunno, aree pic nic attrezzate per famiglie.
Il lago Grande presenta una tinta sul verde militare, ha un accesso meno facile ed è frequentato prevalentemente dai pescatori del luogo, il lago Piccolo, invece, ha acque navigabili color verde smeraldo alimentate da sorgenti subacquee che defluiscono nel Lago Grande e grazie alla sua posizione alle pendici del Vulture regala un colpo d’occhio magnifico su tutta la zona vulcanica.
Ho avuto il privilegio di attraversare il Lago Piccolo grazie al signor Aldo Giammatteo, perfetto 'marinaio', cordiale e gentile, uno tra i pochi ad avere un battello alimentato interamente con la corrente elettrica, quindi per nulla inquinante. Il signor Aldo mi ha raccontato la storia e le origini di questi specchi d'acqua davvero affascinanti e rilassanti, consentendomi di ammirare le principali attrazioni come il Vulture e l’Abbazia di San Michele Arcangelo da un punto di vista diverso e suggestivo.
La rete di sentieri che circonda le sponde del Lago Piccolo è considerata tra le più interessanti dell’intera Basilicata con percorsi nei boschi adatti a tutti attraverso l’incredibile scenario della Riserva del Vulture ricco di biodiversità.
Più esteso e selvaggio del suo fratello minore il Lago Grande permette di ammirare paesaggi incontaminati e meno affollati, di particolare suggestione è l’impatto visivo che offre in primavera quando le sue acque verdi si riempiono di tante ninfee colorate che ne colorano la superficie.
Le sponde del Lago Grande di Monticchio sono soprattutto note per essere l’habitat naturale di una rara specie di farfalla notturna: la Bramea di Harting, conosciuta anche come farfalla nera che può avere un’apertura alare fino a sette centimetri e rientra tra le specie faunistiche protette, scoperta nel 1963 dall’entomologo altoatesino Federico Hartig.
Tutt’intorno alle sponde dei due laghi di Monticchio si estende una vera oasi naturale ricca di sorprese da scovare nel verde dei suoi boschi con escursioni praticabili anche da famiglie con bambini al seguito a piedi, in bicicletta, a cavallo o addirittura a bordo di una romantica carrozza d’epoca.
Sulle pendici del Vulture si dipanano diversi percorsi che si addentrano nel territorio riserva naturalistica di ben 187 ettari che ospita luoghi di grande interesse come antichi monasteri, fonti di acqua sorgiva potabile e anche luoghi di cultura.
Attraverso i gradini di una scalinata in pietra si accede all’abbazia medievale di San Michele, eretta su una grotta scavata nel tufo nel VIII secolo d.C, in prossimità del lago Piccolo. Al suo interno l’edificio è composto da un convento su più piani, una chiesa settecentesca e la cappella di S. Michele, ornata da antichi affreschi e mosaici bizantini, mentre nella Grotta dell’Angelo è possibile immergere le dita nell’acqua benedetta che sgorga naturalmente dalla parete.
Un’altra ala dell’abbazia di San Michele contiene il Museo di Storia Naturale del Vulture dove è esposta la fedele riproduzione multimediale dell’attività preistorica del vulcano oltre a testimonianze archeologiche delle prime forme di vita e antichi utensili rinvenuti alle pendici del Vulture. In più, il museo dedica una mostra multimediale alla Bramea Europea un'antica e rara farfalla preistorica.
Posizionata in un lembo di terra tra i due laghi si trovano invece le rovine dell’Abbazia di Sant’Ippolito, uno dei primi insediamenti dei monaci benedettini con una grande torre campanaria oggi parzialmente recuperata.
Altra tappa del percorso alla scoperta dei dintorni dei laghi di Monticchio è quella presso i resti del Castello di Monticchio composto da una serie di fortificazioni erette per difendere il Vulture tra le più antiche della zona.
Come detto, la Riserva Regionale è soprattutto conosciuta per ospitare i suggestivi Laghi di Monticchio, ma in zona ci sono anche diversi borghi da scoprire carichi di atmosfera dove passeggiare o sedersi a tavola per gustare le prelibatezze di zona come il caciocavallo podolico, la salsiccia e la ventresca di Rionero, il miele, l’olio extravergine di oliva e il famoso vino Aglianico del Vulture. A tal proposito, ho sostato, per fare acquisti di vario genere, in un negozio di souvenir e cibi tipici - miele aromatizzato alle fragole, alla nocciola, biscotti tipici, salumi, cioccolato - "Sapori del Vulture", i cui gentilissimi proprietari mi hanno omaggiata di un olio allo zafferano ed offerto un ottimo caffè del posto il Caffè Brigante (da queste parti si usa spesso nelle botteghe e negozi che vi venga offerta questa deliziosa e fumante bevanda). Il nome di questa nota miscela deriva da Carmine Crocco, detto Donatelli o Donatello (Rionero in Vulture, 5 giugno 1830 – Portoferraio, 18 giugno 1905), è stato un brigante italiano tra i più noti e rappresentativi del periodo risorgimentale. Era il capo indiscusso delle bande del Vulture, sebbene agissero sotto il suo controllo anche alcune formazioni dell'Irpinia e della Capitanata.
Nel giro di pochi anni, da umile bracciante, divenne comandante di un esercito di duemila uomini e la consistenza della sua armata fece della Basilicata uno dei principali epicentri del brigantaggio postunitario italiano nel Mezzogiorno continentale d'Italia. Dapprima militare borbonico, disertò e si diede alla macchia. In seguito, combatté nelle file di Giuseppe Garibaldi, poi per la reazione legittimista borbonica, distinguendosi da altri briganti del periodo per chiara e ordinata tattica bellica e imprevedibili azioni di guerriglia, qualità che vennero esaltate dagli stessi militari sabaudi.
Alto 1,75 m, dotato di un fisico robusto e un'intelligenza non comune, fu uno dei più temuti e ricercati fuorilegge del periodo post-unitario, guadagnandosi appellativi come "Generale dei Briganti", "Generalissimo", "Napoleone dei Briganti", e su di lui pendeva una taglia di 20.000 lire.
Arrestato nel 1864 dalla gendarmeria dello Stato Pontificio, ove aveva tentato di trovar riparo, venne processato nel 1870 da un tribunale italiano. Fu condannato a morte, poi commutata in ergastolo nel carcere di Portoferraio. Durante la detenzione, scrisse le sue memorie, che fecero il giro del regno e divennero oggetto di dibattito per sociologi e linguisti. Benché una parte della storiografia dell'Ottocento e inizi del Novecento lo considerasse principalmente un ladro e un assassino, a partire dalla seconda metà del Novecento iniziò ad essere rivalutato come un eroe popolare, in particolar modo da diversi autori della tesi revisionista, anche se la sua figura rimane ancora oggi controversa. (Continua sotto galleria fotografica...)
Ho avuto già occasione, in anni passati, di raccontarvi delle bellezze di Matera, ma nel caso specifico vorrei dirvi di due luoghi altrettanto suggestivi: Antica Abitazione "Il Ponticello" di Andrea Cenisio, anche grande artista, e la bottega di Andrea Loiudice ricavata all'interno di un grande Sasso materano.
La Antica Abitazione "Il Ponticello", anche Museo di Arte Sacra e Presepiale, è appunto una grotta (abitazione) che mi ha permesso di conoscere come si viveva una volta all'interno dei Sassi, in cui abitavano intere famiglie ed i loro animali. All'interno, visibili anche gli strumenti che si usavano per soddisfare le necessità della famiglia: un telaio con cui si tessevano gli abiti, che si ammira appena entrati nel Sasso. E ancora, i bacili e le brocche che contenevano l'acqua con cui si lavavano e l'asino che costituiva il patrimonio di famiglia e contribuiva al riscaldamento della grotta.
A pochi metri dalla Casa Grotta sorge la bottega di Andrea Loiudice, un artigiano originale e schivo, dall'aspetto che, per sembianze, ricorda molto quello degli indiani nativi d'America. Coadiuvato dal simpaticissimo Rocco Zottarelli, realizza i famosi Cuccù di Matera - e molti altri oggetti tipici - anche detti semplicemente Cucù: Galletto in terracotta porta fortuna. Simbolo del Sole, della luce e del buon auspicio. Ogni casa dei Sassi possedeva al suo interno un Cuccù per allontanare gli spiriti cattivi.
In questo luogo dove l’economia era per lo più basata sull’agricoltura e la pastorizia e dove per raggiungere una gioielleria bisognava fare due giorni di cammino, i giovani spasimanti affidavano i loro messaggi d’amore ad un oggetto divenuto emblema tipico di Matera: il cuccù.
Si tratta di un coloratissimo fischietto in terracotta, nella forma classica del gallo, decorato a mano, che gli amanti donavano alle loro fanciulle come pegno di devozione e la cui voce onomatopeica deriva proprio dalla riproduzione del verso del cuculo. Più il gallo era grande e intarsiato, più il sentimento del ragazzo era forte e intenso!
Tale oggetto ha anche una valenza apotropaica e di superstizione, in quanto in tempi remoti si pensava che potesse tenere lontani i sortilegi e gli spiriti maligni; si pensi al cornetto rosso in Campania.
Portafortuna e simbolo di virilità, questo piccolo animale d’argilla cominciò ad essere sempre più raffinato nelle sue realizzazioni e, durante le nozze, vi era anche l’usanza di offrirlo agli sposi come augurio di fertilità.
Negli anni Cinquanta divenne elemento ludico dei bambini a cui era regalato nel periodo pasquale, sino a diventare, più di recente, un elemento di arredo presente in molte case materane, sui banchetti commerciali e venduto anche come ricordo-souvenir al turista di passaggio.
In esso si compendia tradizione, allegria e semplicità: peculiarità tipiche del posto. Questo manufatto sonoro risale alla Preistoria e si suppone svolgesse una funzione di “giocattolo primitivo”, i cui resti sono stati ritrovati anche in alcune tombe di infanti risalenti ad epoche prima di Cristo. A quei tempi, si ricavavano da ossa di uccelli o altri mammiferi, da gusci di frutti o molluschi.
Nel Medioevo e nel Rinascimento si parla, invece, di fischietti globulari, a forma di uccello, la cui coda costituiva il punto dove soffiare l’aria per riprodurre il suono che fuoriusciva da altri fori di modulazione. In passato, a Matera, c’era l’uso di murare tali galli sul camino o di metterli sulle culle dei neonati non ancora battezzati in segno di protezione, e impiegati anche come richiamo nella caccia. (Continua sotto la galleria fotografica...)
Giungiamo nella bella Policoro (Mt), l’antica Heraclea, che sorge al centro del Golfo di Taranto, nelle vicinanze del fiume Agri, sulla fertile pianura di Metaponto e a pochissimi chilometri dal mare, nella profonda anima della costa ionica.
Il mare e l’archeologia, la natura incontaminata del Bosco Pantano, il profumo delle rinomate fragole e degli altri prodotti della terra, ma anche eventi coinvolgenti, non possono che motivare un viaggio nel poliedrico territorio di Policoro e della Magna Grecia, per una vacanza dalle diverse sfaccettature, all’insegna della continua riscoperta del passato.
Passato che ferve nel Museo Archeologico Nazionale della Siritide, proprio attiguo al Parco, nei cui pressi si trovano anche il Santuario di Demetra e il Tempio di Dioniso, del VII secolo a. C.. Come Metaponto, anche la città di Policoro si distingue come importante centro balneare della regione e della costa ionica, grazie anche ad un cospicuo numero di strutture ricettive e balneari di qualità, luogo ideale per una vacanza tra mare e cultura da non dimenticare!
In tal senso contribuisce anche l'elevato numero di eventi che interessa la zona, come il “Blues in Town Festival”, considerata la rassegna blues più importante del sud Italia, e “Meraviglie di Sabbia”, una vera e propria competizione tra artisti che realizzano sculture di sabbia alte fino a tre metri.
Un dorato manto sabbioso accarezzato da acque cristalline si schiude agli occhi del visitatore che raggiunge le splendide spiagge della costa Ionica, compresa tra Metaponto e Nova Siri.
Storia, mare e natura caratterizzano quest’area del territorio lucano circondato dalla natura intatta e selvaggia dalla rara bellezza. Con la conformazione di una fascia pianeggiante, la costa ionica si estende per circa trentacinque chilometri unendo al blu del mare il verde intenso della macchia mediterranea. Personalmente ho trascorso una bellissima giornata rilassante e anche divertente presso lo stabilimento balneare "Summer Time" a Policoro Lido in compagnia di tre giovani animatori che tra musica, giochi e ginnastica in acqua, hanno fatto sì che non ci si annoiasse mai. Il mio grazie quindi ai Kings Dance Club nella persona di Francesco Cosentini, l'ideatore, coadiuvato da due giovanissime ragazze (con me nella foto in basso) ... Un modo divertente di vivere la spiaggia. (Continua sotto la galleria fotografica...)
Addentrandomi quasi ai confini con la Calabria sono giunta alla bellissima Maratea. Nota anche come la Perla del Tirreno o come la Città delle 44 Chiese, Maratea è in grado di affascinare e stupire chi la visita per la prima volta, ma anche chi continua a tornarci per scoprire luoghi nuovi e insoliti che non si possono trovare altrove in Italia.
La storia di Maratea ha inizio nel Paleolitico coi primi insediamenti, ma è nel Medioevo che la sua particolare posizione geografica ha acquisito un valore strategico mettendi al riparo la cittadella, situata sulla cima del monte San Biagio, dalle incursioni che si sono susseguite per vari secoli. Nell’età moderna il nuovo borgo di Maratea nacque lì dove si trova ora, sul versante del monte che dà sul mare, più comodo per un’economia basata sul commercio marittimo.
Dopo secoli di dominazione spagnola, austriaca e borbonica, Maratea fu al centro dell’invasione francese del Regno di Napoli in quello che ancora oggi viene ricordato come l’assedio di Maratea. Dopo 6 lunghi giorni, nel dicembre del 1806, i francesi riuscirono a prendere il controllo della città, senza intaccare troppo le fortune commerciali e conservando la sua strategica importanza per tutto il Regno delle Due Sicilie e nel periodo del Risorgimento italiano, come scalo marittimo e produttore di vino, olio e lana.
Maratea è una città ricca di luoghi da non perdere, scorci da ammirare e grotte da esplorare. È facile perdersi mentre si passeggia tra i vicoli del centro storico e le tante chiese sparse per la città. Vi suggeriamo cosa vedere a Maratea scegliendo alcuni dei tanti luoghi e monumenti che chi arriva per la prima volta in città non può perdersi.
La spiaggia nera di Maratea è uno dei simboli della città, situata in località San Giuseppe, a due passi dalla frazione Marina di Maratea. Diversa da tutte le altre spiagge della costa, questa spiaggia può contare su una suggestiva grotta poco conosciuta, la Grotta della Sciabella.
È la Grotta delle Meraviglie, però, a lasciare tutti a bocca aperta. Scoperta soltanto nel 1929, la grotta è composta da una grande sala di 70 metri di lunghezza per 20 metri di lunghezza ed è considerata la più piccola grotta turistica d’Italia.
A dominare la città dalla cima rocciosa del monte San Biagio ci pensa la statua del Cristo Redentore, realizzata a fine anni '60 dall’artista Bruno Innocenti e diventata subito un’icona della città coi suoi 21 metri di altezza. Sono rimasta letteralmente estasiata da questa statua che ricorda, per certi versi, il Cristo di Rio, ma quello di Maratea, a differenza di quello del Brasile, guarda coloro che arrivano ai piedi del monte dando le spalle al mare.
Infine meritano una visita la Basilica di San Biagio e la Chiesa di Santa Maria Maggiore.
Maratea è un gioiello di rara bellezza che offre una varietà di opzioni per turisti e visitatori. Se siete alla ricerca di cosa fare in città, oltre a perdervi tra le pittoresche vie del centro cittadino, vi suggeriamo 7 luoghi da non perdere.
Gli amanti del mare possono passare da una spiaggia all’altra senza mai annoiarsi. La Spiaggia di Fiumicello si estende dalla punta Ogliastro alla punta Santavenere e offre un mare splendido da alternare a piccole grotte e giri in kayak. La spiaggia della Secca, invece, rappresenta uno dei più suggestivi angoli della costa di Maratea, con scogli che dominano il panorama e il Palazzo Baronale e la sua cappella sconsacrata da visitare durante una pausa dal mare.
Chi preferisce passeggiare nella natura può salire sulla cima del monte San Biagio, scoprire le rovine dell'antico nucleo di case fortificate e visitare il Santuario che custodisce le reliquie del Santo Patrono, facendo attenzione nelle ore più calde della giornata. E se volete scoprire l’arte sacra nascosta a Maratea, tra statue, dipinti e affreschi, spostatevi nell’area della valle e visitate il Monastero del Rosario e il Convento di San Francesco.
Si può dire di conoscere davvero una città senza averne scoperto anche i sapori e gli odori? Maratea promette di prendere per la gola anche i visitatori più esigenti. Curiosi di sapere cosa mangiare a Maratea per un’esperienza unica?
Ogni stagione è buona per assaggiare la ciaudedda, uno stufato di verdure da consumare caldo o freddo, ma sempre accompagnato dal pane arrostito. Il pane locale si rivela perfetto anche per accompagnare il formaggio canestrato lucano col suo sapore unico frutto dell’unione di latte di capra al latte ovino, da abbinare anche alla salsiccia di Maratea, nota anche come “'u zazicchiu”.
I più golosi devono assaggiare i bocconotti lucani, dolci ripieni di crema di castagne tipici del periodo natalizio, e i sempre presenti mostaccioli alle mandorle e cannella.
Maratea nasconde tante piccole perle da scoprire pian piano, luoghi insoliti sparsi tra le frazioni che compongono il comune e lontani dalle zone più turistiche e frequentate.
Raggiungibile soltanto via mare, e per questo meno visitata, c’è la spiaggia di D'I Vranne, un piccolo paradiso circondato da una ripida scogliera e vicinissima ad un’altra perla nascosta di Maratea, la piccola grotta di San Giorgio.
Unica nel suo genere è anche la piccola isola di Santo Janni, 200 metri di lunghezza a mezzo chilometro di distanza dalla costa di Marina di Maratea. Sull’isolotto si trovano i resti archeologici di un impianto di produzione e conservazione del garum e qualche esemplare del raro Drago di Santo Janni, una lucertola dal caratteristico color azzurro del ventre comunemente nota come Podarcis sicula paulae. (Continua sotto la galleria fotografica...)
Tornando verso la città di Potenza sono giunta a Venosa.
Venosa è un comune in provincia di Potenza che si trova nel territorio del Vulture, considerata tra i borghi più belli d’Italia. Le origini di Venosa si perdono nella notte dei tempi. Il sito preistorico di Notarchirico, posto a pochi chilometri dal centro abitato, è il più antico della Basilicata. Ha restituito numerosi resti fossili di animali estinti, il femore dell’homo erectus e numerosi strumenti litici.
La città fu fondata dai romani nell’anno 291 a.C. a controllo della valle dell’Ofanto, e della via Appia. I Romani dopo la vittoria sui Sanniti, dedicarono la città a Venere, divinità cara ai vinti. La storia di questa città, a partire da questa data, è legata alla storia di Roma che la eleva a "Municipium" (città romana), estendendo il diritto di voto e di cittadinanza ai suoi abitanti.
Qui nacque e trascorse la sua adolescenza il grande poeta latino Quinto Orazio Flacco.
Nel Parco Archeologico, in località S. Rocco, si conservano i resti monumentali di un impianto termale, realizzato tra il I e il III secolo d.C., in cui si susseguono ambienti freddi, tiepidi e caldi, di una domus con mosaico facente parte dei quartieri abitativi, e i resti perimetrali della prima basilica paleocristiana, che si caratterizza per la tricora con fonte battesimale esagonale. L’edificio fu ampliato con l’aggiunta di due navate laterali, del deambulatorio e di un altro fonte battesimale cruciforme. In continuità dell’Abbazia della SS Trinità, Roberto il Guiscardo volle costruire una chiesa di più ampie dimensioni per ospitare il sacrario degli Altavilla. Un’opera mai ultimata e per questo detta l’Incompiuta, realizzata con materiali lapidei provenienti dal vicino anfiteatro romano. I resti mortali degli Altavilla restano custoditi in un sarcofago della navata destra della SS. Trinità, eretta su un’antica basilica del VII secolo di cui si conservano parte dei pavimenti a mosaico e la cripta a corridoio, in parte scavata e in parte costruita, posta sotto l’altare maggiore.
A testimonianza della presenza di comunità ebraiche, nel periodo alto-medievale, si conservano nel Museo Archeologico Nazionale, allestito nei sotterranei del castello, numerose lastre lapidee con iscrizioni in ebraico databili tra il IV e il IX secolo, provenienti in gran parte dalle catacombe ebraiche. Il castello costruito dal duca Pirro del Balzo a partire del 1460 sullo schema del Castelnuovo di Napoli, circondato da fossato difensivo, con ponte levatoio all’ingresso e possenti torri cilindriche. Dalla seconda metà del XVI secolo il castello si trasforma in dimora signorile ad opera del principe Carlo Gesualdo, un prestigioso compositore di musiche sacre che volle ospitare al castello una scuola di diritto e di medicina, l’accademia dei Piacevoli e dei Rinascenti frequentata da poeti e letterati.
Nei pressi del castello è la fontana Angioina, la più grande tra quelle presenti in città, impreziosita con due leoni in pietra posti alle estremità. Un altro leone in pietra, proveniente dalla città romana, sovrasta la fontana monumentale di Messer Oto che si distingue per una vasca di forma quadrata utilizzata come lavatoio pubblico.
La casa di Quinto Orazio Flacco è un sito risalente al I secolo d. C. Il piccolo immobile risulta parte di una casa patrizia composta da vari ambienti termali, tra cui un calidarium, una stanza rotonda destinata ai bagni in acqua calda e da un altro vano rettangolare.
Nei mattoni a legatura reticolata (opus reticulatum), la facciata esterna mostra i tratti tipici dell’architettura romana. A sinistra dell’ingresso si nota un avanzo di scultura incastonata nel muro, mentre la finestra ha forma di ferro di cavallo.
Venosa vanta un’ottima tradizione culinaria con alcuni piatti veramente gustosi. Ad esempio, una delle ricette più quotate è quella degli Strascinati, una pasta molto appetitosa che viene condita con sugo e cacioricotta grattugiato.
Vengono preparate con ceci, olio d’oliva, pomodori pelati, basilico, aglio, sale e pepe.
E come non parlare del vino? Il famoso Aglianico del Vulture, dal profumo delicato e dall’intenso colore rubino, al quale ogni anno viene dedicato un evento speciale dove poter gustarne un buon calice.
E se volete fare acquisti di alto artigianato in ceramica, porcellana, terracotta, complementi d'arredo e vetro vi consiglio Ceramiche d' Arte Muscatiello della giovane artigiana Liliana Piserchia, che esegue manufatti ed oggetti davvero unici e interamente dipinti a mano.
Ceramiche Muscatiello si trova in Via Ofantina km.3, 85029 Venosa - Tel. 097232629 - Cellulare: 320 372 7569
Foto: Marlene Loredana Filoni


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