LOU REED LIVE IN ITALY.

LOU REED LIVE IN ITALY.

Artista crudo e ironico dei bassifondi metropolitani, dell'ambiguità umana, della dipendenza da sostanze stupefacenti, ma anche della complessità delle relazioni di coppia e dello spleen esistenziale, Reed ha finito con l'incarnare lo stereotipo dell'Angelo del male, immagine con cui ha riempito i media per oltre tre decenni, divenendo una delle figure più influenti della musica e del costume contemporanei.

Il dieci Settembre del millenovecento ottantatré io c’ero. C’ero perché non avrei potuto mancare nemmeno fosse venuto giù il mondo. Eppure negli anni ebbi visioni contrastanti del lavoro del celebre cantautore newyorchese nato Lewis Allan a Freeport sull’isola di Coney Island da famiglia borghese ebrea.

Diverse cose mi hanno lasciato e mi lasciano perplesso di Lou Reed, e su tutte, quello strano progetto composto nel settantacinque intitolato Metal Machine Music. Però ahimè le vicende di ogni musicista sono scritte a penna e a matita e lui rimarrà comunque e per sempre una pietra miliare della storia musicale contemporanea. Lui e tutti quelli che gli girarono intorno a partire da Andy Warhol e Christa Paffgen in Arte Nico. A partire da quell’album d’esordio con i Velvet Underground costruito su uno spleen esistenziale. Un insieme di noia, malinconia e insoddisfazione che caratterizzeranno tutto l’arco delle composizioni di Reed.

Avevo acquistato il biglietto per il concerto romano al Circo Massimo, ma entrai senza che nessuno mi chiedesse nulla, perché gli autonomi si erano scontrati con la polizia e ne era uscita una rissa infernale che aveva stravolto tutta la situazione. Con gli amici che mi accompagnavano, trovammo parte della recinzione divelta e ci infilammo fino ad arrivare di fronte al palco. Il grande cantautore era appena salito e stava sistemando microfono e chitarra. Al suo fianco la band che lo seguiva per l’ennesimo tour mondiale e che tre giorni prima aveva suonato nella seriosa e antica Arena di Verona di fronte a una moltitudine scatenata di fan che avevano arrembato le composte file di seggiole saltandoci sopra.

La folla si era diradata per via degli scontri, ma pian piano si riformò un notevole assembramento. Ahimè non ricordo il concerto, tantomeno la scaletta e quello che successe, ma il tutto è racchiuso in un poco famoso doppio long playing che acquistai qualche anno dopo. Live in Italy ha la foto di copertina scattata dietro al batterista verso la platea compatta e illuminata. Dedico l’articolo ai concerti italiani ma parlerò di altro, perché il meglio delle esibizioni del signor Reed secondo il mio avviso, arriva in modo discontinuo durante tutta la sua carriera ed è buttato a macchia di leopardo in tanti suoi lavori. Live in Italy inizia con Sweet Jane e la voce di un presentatore con un flebile accento anglosassone che butta lì: Ecco a voi… Lou Reed… e finisce con una interessante versione di sei minuti di Rock’n’roll. Versione che negli anni ho preferito alle altre per poi tornare a quella famosa e sicuramente migliore, contenuta nel live Animal. È di questa versione che vi parlerò oggi, dove il tappeto sonoro costruito con la Gibson Diavoletto da Steve Hunter, rende il brano una strepitosa cavalcata jam. Il grande chitarrista ne riscrive in parte la melodia lavorando su una struttura particolarmente semplice che nasce come fast rock in quattro quarti con la prima battuta in Do e la seconda in Si bemolle sesta. Un pezzo scarno in style Reed spleen, con la voce dell’autore sempre in bilico tra una stonatura e un fuori tempo. L’assolo di Hunter entra al terzo minuto del brano poi lascia spazio alle parole del leader; quindi, torna da solo e decolla come un richiamo fuori dal coro senza supporto della band. Solo lui e la Gibson che ha un tono particolarmente metallico e sembra essere strapazzata con una pennata in down rabbiosa. Inizia costruendo una frase corta quasi fosse un rubato che si ripete modificandosi secondo dopo secondo come una galoppata che si trasforma piano piano in un riff ripetuto all’infinito per poi esplodere nell’assolo vero e proprio che assomiglia a un lamento lancinante e manicheo. Quando riemergi, sono passati dieci minuti. Ricordo che la prima volta che l’ascoltai, rimasi scioccato, mentre l’amico Fabio rideva divertito.

Negli anni la preferenza è saltata da un brano all’altro ma ce n’è stato sempre uno che ha riempito il mio cuore. Rammento la prima volta che la feci ascoltare a Laura, l’amore della mia vita. Lei che è rimasta con me sempre. Mi guardò e storse la bocca, mentre le dicevo, senti il riff, senti come è semplice ed efficace. Ed è proprio quello che caratterizza il brano. Il riff costruito sui barrè e su un giro di accordi facilissimi ma con un ritmo così interessante da rimanere scolpito dopo pochi attimi. Interessante, perché? Perché nasce in levare ma poi si bissa in battere. Ritmo che sembra prendere a braccia dallo shuffle di matrice blues con una cadenza swing feel, ovvero la prima nota lunga e la seconda più corta. Provate a concentrarvi solo sul riff che costruisce tutta la canzone in sé e funge oltre che da ritornello anche da intro e da strofa. Provate e sentirete le tracce di un andamento claudicante tanto caro ai bluesman americani. Re, La, Si minore, Sol e ritorno sul La. La dolce Jane è tutta qui. In Re maggiore, con un tempo medium rock ma che poi cresce a seconda di come gira al leader che negli anni l’ha eseguita in modo più che differente. In questo momento sto ascoltando una versione live inedita e guarda caso registrata in Italia. Precisamente a Torino nel duemila sette. Questa esecuzione più veloce, esordisce con un breve intro per poi deflagrare con il riff supportato da una batteria decisamente esplosiva su rullante e tom. Qualche secondo e parte l’assolo del sempre presente Steve Hunter che si diletta per un minuto e mezzo nella parte bassa del manico della sua intramontabile Gibson alternando elevati acuti a pattern velocissimi per poi tornare sul riff e scappare di nuovo girando intorno a ripide frasi, bending al limite del manico e Hammer on con il pull off. E non è tutto qui, udite udite c’è una soul Singer bionda che si lancia nella ripetizione del brano, ed’è una grande novità, perché siamo abituati a voci maschili. Poi una sezione fiati che si fa sentire verso la fine in un crescendo contrappuntistico in levare. Inventa un motivetto su tonica, modale e dominate alternando due frasi ascendenti e discendenti. Cercatela questa versione, perché strepitosa, diversa e decisamente più cool rispetto al vecchio standard. Per oggi mi fermo qui. Potrei continuare con la ballad in Do maggiore di Heroin o con Walk on the Wild side, ma preferisco consigliarvi un vino bevuto l’altra settimana. Un primitivo con sapore di cioccolata e frutti rossi e gradazione notevolissima. Ben sedici gradi e mezzo. Muro Sant’Angelo Contrada Barbatto.

Un po' di storiografia. Il rock proviene direttamente dal rock’n’roll che nacque negli Stati Uniti attingendo al blues, alla musica afroamericana e al country. 

 

 


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