L'attrice in un libro ha raccontato la malattia della madre: «Avevo perso la mia identità di figlia, non mi riconosceva più». La tenerezza, gli abbracci (e le due gravidanze mancate).
La conosciamo come attrice e conduttrice. Come personaggio, insomma. Come «persona» si presenta lei stessa. Ed è soprattutto una figlia. Cinzia mancata, al secolo, Daniela Calliope Maria Poggi, nata da Angelo Franco, scomparso il 19 Maggio 1991 per un cancro all’esofago, e da Lydia, consumata da dieci anni di Alzheimer il 28 Ottobre 2010, dopo una notte di abbracci e di ricordi sussurrati all’orecchio, nella speranza di accendere un’ultima scintilla prima dell’addio.
Lei nel suo percorso di donna - e artistico - ha avuto dei genitori presenti ? L’hanno valorizzata? Erano persone attenti agli altri?
"Assolutamente, erano portatori di una certa generosità, erano superlativi come persone, poi attenti all’amicizia, all’ascolto agli altri. Non erano volontari in qualche ente ma era sempre bello il loro rapporto con i coinquilini o al mare con i vicini, erano per una condivisione e mai chiusi in se stessi."
Oggi lei si occupa anche culturalmente di Alzheimer. L’uscita del suo memoir Ricordami!, per l’editore La Vita Felice, un dialogo tenero e spiazzante tra l’attrice Daniela Poggi e la madre che saluta per sempre, raccontandosi (a lei e a noi che la leggiamo) in una versione inedita, intima e familiare. Ce ne parla ?
"In questo dialogo, mia madre era presente, sì, era in questa conversazione, la sentivo anche se era partita, ma per me era presente, per me era sempre li, era l’ultima possibilità di raccontarle qualcosa di Daniela.
I miei si erano separati, io vivevo a Savona con la mamma e papà a Milano. Ho iniziato da sola a 18 anni a viaggiare tra Londra e Milano, poi mi sono staccata e sono venuta a Roma, ho vissuto lontano da mia madre, non sapeva dei miei viaggi, o di miei giochi spericolati, amori vissuti, esperienze dolorose, interventi, questo per non darle preoccupazione. Questo dialogo era l’ultimo momento, una richiesta quasi di perdono per aver disatteso una aspettativa. Una Daniela sconosciuta alla stessa madre. L’Alzheimer è devastante per chi lo vive e chi lo respira in seconda dimensione e viene travolto, io, figlia unica, con un lavoro quasi di esame davanti agli altri, che ti riconoscono il valore interiore. Dopo la morte di mia madre, ho ritrovato l’identità persa, sei riconosciuta ma poi non sai chi sei.
Non si ricordava, mia madre, di avere una figlia e questo ti sradica, ti destabilizza. Anche l’asceta ha bisogno di staccarsi, deve sentire di appartenere a qualcuno."
Essere un'attrice vuol dire spesso vivere su di un pianeta fatto di concorrenza, di vanità ed egocentrismo, l’aiutare la mamma e poi l’attenzione verso i fragili, secondo lei, danno la possibilità di maturare anche come artista conoscendo la vita a 360 gradi?
"Sicuramente prendi coscienza del valore dell’esistenza, della tua forza e la fragilità, ma anche della tua potenzialità. Il lavoro dell’ artista è un lavoro di grande delicatezza, entriamo in altre anime. I tuoi occhi devono riuscire a connettere questo, al teatro come al cinema. I tuoi vissuti diventano dei frutti inestimabili di potenza, come in "Io madre di mia madre", un monologo, e “Il mondo di Rosa”, credo che la creatività scaturisca da quello che tu sei. Non tutti esplodono, alcuni implodono, per molti diventa una ferita che chiude, per me è stata una grazia per farmi avvicinare all’altro, in quanto esisto, ma se non mi riconosci non esisto, prendi poi conoscenza del valore e della velocità della vita e per cosa vale combattere. Non la vanità, nè il potere o il successo o i soldi, ma la condivisione per seminare. Lasciare un traccia di quello che hai fatto, credo sia importante, non solo l’egocentrismo."
Parliamo dell’associazione di cui lei collabora in Salento?
"Salento Alzheimer a cui ho devoluto i proventi del libro, ha parecchi volontari e con le famiglie creano eventi, convegni, formazione, insomma di tutto, in Salento convergono tutte le richieste. “La nonna sul pianeta blu“ è un convegno in diretta dove c’è una diversità di rapporto in Regione, Comune e con la cittadinanza. Affrontano lasciti. I miei proventi sono devoluti a loro come socia onoraria."
Purtroppo molti artisti come Monica Vitti, o Mauro Bolognini, e, in tempi ultimi, Athina Cenci o la Marchesini, ci riportano alla sofferenza, a questo perdere l’ identità di una vita (concetto di cui lei parla come figlia). Lei ha conosciuto qualche artista nel finale tragico della sua grande carriera?
"Lando Buzzanca. Ultimamente Lando non era più lui. Un attore, Giampiero Bianchi, mio partner in “Incantesimo”, un gran rapporto di lavoro e amicizia. Il dottore gli ha cambiato la cura antidepressiva e si è suicidato."
Parliamo di scienza, cosa consiglierebbe a delle persone che hanno stretti parenti con gravi avvisaglie ?
"Innanzitutto di non aver paura e di informare il medico di base per controlli neuro geriatrici e prendere in carico subito, insomma, diagnosi precoci, tanta musicoterapia, disegno, pittura, danza, condividere spazi. La non relazione con l’altro, può essere una causa. Mariti con mogli, improvvisamente cadono nel decadimento neuronale. Ascoltarci molto e ascoltare gli altri, cercando di capire se c’è uno sguardo diverso, piccole avvisaglie dalla memoria, termini inusuali, ripetitività della domanda. In “Aspetta facciamo una visita” con Bottega Poggi, parliamo dell’importanza della diagnosi precoce, visitare per monitorare.
Alle presentazioni ho incontrato una ragazza tra i trenta e 40 a cui già era stata diagnosticata la patologia, moglie di un signore di quarant’anni. Le RSA, otto su dieci, sono nel degrado, per mancanza di personale formato. Con Bottega Poggi c’è il progetto “panchina viola” attraverso il quale, in cinque comuni, posizioneremo una panchina in segno di riconoscimento di questa patologia. San Nicola, Lecce, Presicce, Casarano e altri."
Lei ha lavorato con gente molto importante del cinema, come Chabrol, Scola, Festa campanile, Salce, ma anche con un’ icona di bellezza e sofferenza psichica come Laura Antonelli, una Romy Schneider all’italiana, di cui ha parlato in un Documentario, anche se lei era giovanissima, aveva presagito qualcosa del malessere, girando un film con la mitica attrice ? (Film "Mi faccio la barca").
"No, assolutamente... c’era un rapporto sul set ma quasi di competizione, ci siamo incontrate e dal suo sguardo vidi che era entrata nella parte e ho percepito una donna competitiva. Non ho sentito uno spirito materno, più uno scontro femminile. La mente umana nella solitudine fa scattare cose pazzesche e mi dispiace per Laura, perché dovremmo essere accompagnati sempre e nessuno mai dovrebbe rimanere solo, la morte non deve coglierci solitari ma nell’abbraccio di chi ti ama e ti conosce."
Le lotte sfibrano, inaridiscono o costruiscono una corazza sensibile?
"Dipende molto dalla persona, ti sfibrano e ti rafforzano, possono creare spaccature totali... dipende dai valori che ti sono stati inculcati, se rimanere, crescere, evolvere, illuminarsi dalla bellezza della vita, del cielo, delle nuvole, l’abbaio del cane, insomma apprezzare queste cose anche nei dolori è uno sforzo, ma dipende da persona a persona, non ci sono scuole, dipende dal nostro DNA."
Cosa vorrebbe dire al suo pubblico, che nel suo sorriso ricorda tanti anni di commedie, anni sereni ormai lontanissimi?
"Beh di continuare a starmi accanto. Il loro esserci, vuol dire che posso lavorare, di seguire Bottega Poggi ... ognuno di noi può gettare un seme in un universo, perché la luce sia più forte della tenebre come dice Cohen."


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