Sostenibilità Sociale: dalla parità di genere alla valorizzazione delle differenze. Intervista a Sonia Marino.

Sostenibilità Sociale: dalla parità di genere alla valorizzazione delle differenze. Intervista a Sonia Marino.

La parità di genere, il contrasto agli stereotipi e la promozione delle pari opportunità sono questioni urgenti che richiedono l'attenzione e l'impegno di tutti.

Almeno nelle dichiarazioni d’intenti è così, ma nella realtà, ancora oggi è complicato e difficile intervenire in modo tangibile e intraprendere un concreto cammino verso una società più giusta ed equa.

Esistono per fortuna, persone ed organizzazioni, che si fanno carico di sensibilizzare un pubblico sempre più ampio, rispetto a queste tematiche, non solo in termini generali ma con azioni concrete, che prendono spunto anche dalla propria esperienza umana e professionale.

Con Sonia Marino, protagonista di questa intervista, esploreremo come la parità di genere sia un pilastro fondamentale dell'equità sociale e come il superamento degli stereotipi di genere sia un passo cruciale verso una società più giusta. Esamineremo anche come la promozione delle pari opportunità non si limiti solo al genere, ma abbracci anche le diverse identità culturali, etniche e religiose che contraddistinguono la nostra società.

 

Parola quindi alla protagonista. Sonia, raccontaci di te.

«Professionalmente sono un’architetta ed ergonoma, in pratica mi occupo di analizzare e di progettare ogni sistema affinché sia centrato sull’essere umano e le sue esigenze, tenendo in considerazione la variabilità umana, e dunque di genere, generazionale, etnico-culturale, di abilità, e di capacità senso-percettive.

In definitiva l’obiettivo di un’analisi e progettazione ergonomica è di rendere i prodotti, gli ambienti e i processi: usabili, funzionali, sicuri, confortevoli, piacevoli per quanti li utilizzeranno.

Per prodotti si intende dallo spremiagrumi alle apparecchiature biomedicali o robotiche. Gli ambienti che centriamo sull’essere umano sono quelli fisici – interni, di lavoro e vita quotidiana, e gli esterni, la città e i suoi percorsi – e oggi anche gli ambienti virtuali. Naturalmente l’analisi ergonomica gioca un ruolo importante anche nel miglioramento dei processi lavorativi.

Attualmente presiedo Integronomia e sono fondatrice e responsabile di ‘donna, immagine città’.»

 

Perché hai creato Integronomia e di cosa si occupa?

«Riallacciandomi a quanto detto prima, si evince che l’ergonomia ha l’obiettivo di migliorare la qualità della vita dell’individuo e della collettività, con una particolare attenzione al benessere del lavoratore, riducendo al minimo i rischi di errore, i traumi e le condizioni di stress psicofisico. Un vantaggio anche dal punto di vista di efficienza e produttività.

Il miglioramento della qualità della vita è però imprescindibile dal soddisfare anche le istanze di sostenibilità sociale, economica e ambientale.

Partendo da questo ragionamento ho fondato Integronomia, che per l’appunto si occupa di ricerca, formazione e consulenza in ergonomia – anche definita ingegneria dei fattori umani – e sostenibilità.»

 

Hai parlato anche di “donna, immagine città”. Di cosa si tratta?

«"Donna, immagine città" l’ho fondata circa tre anni fa, coinvolgendo Integronomia e altre realtà: I.N.B.B. Istituto Nazionale Biostrutture e Biosistemi che è un Consorzio Interuniversitario; Ergolab-UniTus presso Dipartimento di Scienze Agrarie e Forestali dell’Università della Tuscia. Collabora con noi una realtà associativa con oltre un secolo di storia e gemellaggi internazionali come la Federazione Esperantista Italiana.

I nostri obiettivi sono il contrasto agli stereotipi e la promozione delle pari opportunità, del valore delle diversità, pluralità e specificità e della conoscenza delle altre culture per l’inclusione. Lo possiamo definire un viaggio che muove dai diritti di genere per giungere alla parità per tutti gli esseri umani.

Una delle nostre attività è ricercare e diffondere le vite e i contributi delle protagoniste - scienziate, letterate, artiste, sportive, attiviste... – di tutte le donne che hanno fatto la differenza in ogni attività sin dai tempi più remoti, di tutti i continenti e di ogni cultura e identità.

Diffondiamo anche i successi e i traguardi delle donne di oggi, dalle scienziate alle imprenditrici, dalle giornaliste alle sportive.

Promuoviamo buone pratiche ludico-formative finalizzate a far conoscere il contributo femminile e a contrastare stereotipi e discriminazioni.

Informiamo sull’importanza di indirizzi disciplinari quali la medicina di genere, i rischi di genere in ambito della sicurezza sul lavoro, la progettazione di genere di città e territori.»

 

Come è scaturita l’dea della creazione di “donna, immagine città”?

«Da alcune domande che da tempo mi faccio: quante donne nel corso dei secoli sono state delle Protagoniste, delle GrandiDonne? Quante hanno contribuito allo sviluppo e al benessere della nostra società? E oggi? Quante donne professioniste, scienziate, artiste, attiviste contribuiscono a migliorare la nostra società?

Di certo tante, ma moltissime sono state dimenticate o non vengono valorizzate.

Nel 1960 Kevin Lynch scrisse L'immagine della città, un saggio di urbanistica in cui l’autore parlava di leggibilità: la “chiarezza apparente”, ossia “la facilità con cui le parti del paesaggio urbano possono venir riconosciute”.

Esistono “forme della città” che restano impresse, e altre più confuse, che si memorizzano con difficoltà. Ciò che noi ricordiamo ha punti di riferimento e d’orientamento ben definiti, ha un disegno d’insieme chiaro, che noi visualizziamo e riconosciamo.

Le donne che nel corso del tempo hanno contribuito al progresso e alla scienza sono tantissime, ma un po’ come alcune parti delle città non sono visibili, non sono leggibili, non le riconosciamo.

Sui testi di storia e di scienza non sono presenti, e in altre sedi forse ne parliamo in modo non organizzato e sistematico, mai con una visione d’insieme. Magari costruire tutto il “paesaggio femminile” attraverso l’operato di queste GrandiDonne può contribuire a renderle visibili, leggibili.

Costruire un percorso per valorizzare il contributo femminile per il progresso, nella scienza e nella cultura.

Da questo ragionamento nasce una delle nostre attività: l’Atlante Storico Geografico GrandiDonne, protagoniste di ogni epoca e da ogni luogo.»

 

La tua formazione e la tua professione, a quanto pare, hanno sicuramente influito nella sua creazione.

«Sì, in effetti è così. L'immagine della città è un testo fondamentale nella mia formazione architettonica e urbanistica; professionalmente, come già specificato, mi interessa migliorare la qualità della vita e per farlo ogni disparità e iniquità deve essere eliminata, ogni differenza e specificità valorizzata, nel rispetto del singolo - e delle sue specificità generazionali, di genere, socioculturali, capacità psicofisiche e abilità – e della collettività.

Direi che ciò che facciamo con “donna, immagine città” sia perfettamente in linea con la mia formazione e il mio lavoro.»

 

Perché è importante diffondere le storie di donne di ieri e di oggi di ogni settore disciplinare e da ogni luogo del mondo? E come lo fate?

«Farlo è una delle azioni che col tempo permetterà di:

  • Incentivare e motivare le bambine e le ragazze a perseguire i propri sogni, obiettivi e aspirazioni professionali.
  • Promuovere la presenza femminile in tutti gli ambiti disciplinari e professionali.
  • Contrastare pregiudizi e stereotipi di genere e di ogni tipo, anche etnici.

Lo facciamo attraverso varie attività di diffusione. In primis attraverso la costruzione dell’Atlante Storico Geografico GrandiDonne delle protagoniste che hanno fatto la differenza in ogni attività sin dai tempi più remoti, di tutti i continenti e di ogni cultura e identità.

Abbiamo inoltre attivato una serie di azioni social, come le room di diffusione che teniamo su clubhouse, app libera e gratuita, che teniamo da settembre a giugno praticamente ogni settimana. Nostre ospiti, giornaliste, ricercatrici, attiviste, artiste.

Non solo donne, anche uomini che ci hanno parlato di GrandiDonne di cui hanno scritto, o che hanno intervistato e conosciuto.

E poi eventi dal vivo come la presentazione di “donna, immagine città” a Palazzo Valentini, Città Metropolitana di Roma Capitale.»

 

Da qualche mese avete anche avviato la pubblicazione di podcast basati sulle donne dell’Atlante, giusto?

«Sì, da questo Atlante muove il podcast Vi Raccontiamo una Storia, disponibile su spotify.

Un podcast che in pochi minuti introduce in modo suggestivo nella vita e nell’epoca della Grande Donna scelta per l’episodio.

Un podcast dalla formula partecipativa, che coinvolge tante e tanti speaker che gentilmente hanno prestato la loro voce, tra cui, ad esempio, lo Station Manager Radio Capital e Producer OnePodcast, Danny Stucchi, o la giornalista membro del coordinamento partnership e pubbliche relazioni di Nuove Radici, Giulia Parini Bruno. E tanti altri professionisti di cui troverete i riferimenti nella descrizione dei podcast e che ringrazio di cuore per la loro disponibilità.

Altri e altre voci hanno aderito alla seconda serie del podcast che verrà pubblicata, sempre su spotify, da fine settembre.

Il prossimo 22 Settembre avrò tra l’altro il piacere di presentare questo podcast in un evento organizzato da Assipod a Roma: Donne in podcast. »

 

Il vostro è anche un intento formativo e informativo su alcune discipline. Perché e quali sono quelle in cui è necessario considerare e divulgare un indirizzo di genere ?

«Disparità, disuguaglianze, stereotipi, diffusi nella quotidianità e anche in molti ambiti disciplinari, incidono negativamente, direttamente o indirettamente, sulla vita delle persone e sulla collettività.

La parità di genere migliora il benessere collettivo. Anche gli uomini, in una società maggiormente paritaria rispetto al genere, usufruiscono di significativi miglioramenti della propria qualità della vita.

Pensiamo ai pregiudizi dell’intelligenza artificiale. Un algoritmo può essere sessista, razzista, omofobo, semplicemente perché come tutti i prodotti dell’ingegno umano anche quelli informatici subiscono l’impronta, positiva o negativa, di chi li ha creati. 
Un design non inclusivo è potenzialmente pericoloso. Molti saturimetri sono calibrati per lo più sui bianchi e più la pelle è scura e più imprecisa è la lettura.

A tutt’oggi una buona parte dei dispositivi di protezione individuale e molti strumenti da lavoro sono progettati rispetto alle caratteristiche morfologiche dei maschi. Così può verificarsi che maschere e occhiali di protezione non siano adeguati al volto delle donne, causando tagli o scarsa aderenza al viso con conseguente aumento dei rischi. Per giunta lo standard spesso non solo è maschile ma anche bianco e quindi i rischi si accentuano ulteriormente se la donna è afrodiscendente o di origine asiatica.

Oppure consideriamo l’importanza della medicina di genere e di quanto l’impostazione androcentrica sia pericolosa in termini di negative ricadute sulla salute e la qualità della vita delle donne. Comportando anche un aggravio economico sull’intera collettività. La medicina di genere, d’altronde, non riguarda solo la salute delle donne, né è esclusivamente incentrata sulle malattie degli organi della riproduzione, ma si interessa delle malattie che possono colpire entrambi i sessi. È un nuovo livello di analisi da inserire in tutte le aree della medicina già esistenti.»

 

Parlando d’innovazione, la reputiamo necessaria per lo sviluppo ma anche un fenomeno complesso. Ne vedi più opportunità o criticità?

«Sicuramente più opportunità. È però vero che l’innovazione porta cambiamenti e trasformazioni che devono essere correttamente gestiti.

Il discorso sarebbe lungo. Mi limito solo a indicare che ogni innovazione deve anche essere monitorata e valutata per portare in evidenza le criticità e studiarne i giusti correttivi, a livello individuale e collettivo.

Questo deve essere fatto con un approccio transdisciplinare per poter comprendere le molteplici interconnessioni tra le varie dimensioni e questo grazie alla collaborazione tra esperti e ricercatori di ambiti disciplinari diversi, tutti rilevanti e nessuno, includendo le voci e le esigenze degli utilizzatori.»

 

Torniamo alle vostre attività pubbliche. Eventi tenuti e che terrete prossimamente?

«Lo scorso Dicembre abbiamo presentato ‘donna, immagine città’ a Palazzo Valentini, Città Metropolitana di Roma Capitale, che ha visto l’intervento di ricercatrici e professioniste di vari settori, diverse per generazione e anche origine, italiane e provenienti di altri paesi e continenti, per discutere del loro percorso di vita e di quanto abbia influito il loro essere donne nella professione.

Attualmente stiamo organizzando altri eventi sull’ Innovazione e transdisciplinarità per l’uguaglianza e l’inclusione. Uno è già in programma per novembre, per un confronto tra professionisti e professioniste, accademici e accademiche per l’apertura di un dialogo che permetta delle fattive connessioni tra i diversi ambiti disciplinari per arrivare allo scopo ultimo: parità.

Tra le graditi ospiti anche l’eurodeputata On. Camilla Laureti, componente della Segreteria nazionale del PD con delega alle politiche agricole e alimentari.

Partiremo dal pensiero della scrittrice e attivista nigeriana Chimamanda Ngozi: “La cultura non fa le persone. Sono le persone che fanno la cultura.”»

 

Per salutarci, una frase per concludere, che riassuma il tuo pensiero, obiettivi etc.

«Non una ma due per sintetizzare il mio pensiero e i miei obiettivi di vita e lavoro: “Dobbiamo costruire le cose che vogliamo vedere realizzate, nella vita e nel nostro Paese, sulla base delle nostre esperienze personali... per fare in modo che altri... non debbano subire la stessa discriminazione.”

Queste parole sono di Patsy Takemoto che è stata un’avvocata statunitense membro della Camera dei Rappresentanti per lo stato delle Hawaii. Che negli anni ’40 del Novecento abbandonò gli studi di medicina e intraprese legge proprio per combattere le discriminazioni nei confronti delle donne.

L’altra frase si deve a un’attivista svizzera per i diritti delle donne, che visse in pieno XIX secolo, Marie Goegg-Pouchoulin: ”Sono convinta che un giorno vinceremo la nostra battaglia, che non mira ad altro se non a garantire a tutti gli individui il trionfo della giustizia, della libertà, dell'educazione e della felicità.”»

 

Ringraziamo Sonia Marino, per averci raccontato la sua esperienza e soprattutto per averci confermato come la diversità non rappresenta solo una ricchezza culturale, ma anche un fattore chiave per la crescita e lo sviluppo sostenibile delle comunità e delle organizzazioni. Infatti, le diverse prospettive e esperienze portate da persone di differenti sfondi contribuiscono a stimolare l'innovazione e a creare soluzioni più inclusive per i problemi sociali. Solo attraverso il dialogo e l'apprendimento reciproco possiamo costruire una società in cui ogni individuo, indipendentemente dal genere, dalla provenienza o dall'orientamento, abbia pari opportunità di crescita, sviluppo e realizzazione personale.

Per chi volesse approfondire i contenuti emersi da questa intervista:

 

 

 

 


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