LF ha realizzato un'intervista davvero delicata, intima, fatta di violenze ed abusi, cyberbullismo e revenge porn, stalking e diffamazione ad una attrice, ballerina e scrittrice, Ilaria Di Roberto, che si è messa a nudo ai nostri microfoni per raccontarsi con grande sincerità e crudezza.
LF oggi vi racconta (anzi, è la nostra protagonista a farlo) di una giovane donna, piena di sogni di ragazzina e di adulta, poi, di iniziativa e di arte racchise in se, bella e dinamica, che ha avuto già un cammino di vita arduo, difficile, oserei dire, terribile, soprattutto a livello psicologico...
Confesso che questa narrazione mi ha lasciata sconvolta, per dinamiche estreme, fatte di violenza fisica e psicologica, ed anche per quanto, ancora una volta vividamente, emerga la cattiveria, la crudeltà e la barbarie del genere umano.
Attraverso le parole di Ilaria ho letto grande coraggio, dignità, ma soprattutto l'estrema volontà di non farsi sopraffare dai meccanismi "carnefice-vittima". Una donna che apprezzo e stimo molto, verso la quale nutro forte solidarietà.
L’abuso emotivo e fisico, come qualsiasi altra forma di violenza, prospera nell’oscurità quando nessuno lo capisce, ne parla o lo riconosce. Per uscire da queste difficili situazioni relazionali la parte più complicata è riconoscere che ciò che si sta vivendo è qualcosa di tossico per liberarsi dal quale è necessario chiedere aiuto.
Reagire alla violenza non è facile, soprattutto quando sono coinvolte tante emozioni profonde. Ma è un passo necessario per ritrovare la serenità e la felicità e uscire da una trappola psicologica travestita da amore. Ilaria è riuscita a vincere su tutto questo!
Da notare, in calce, la galleria fotografica che in fondo annovera tutte le minacce e ritorsioni psicologiche rivolte ad Ilaria che ne ha voluto fortemente la pubblicazione!
Preferisco non aggiungere ulteriori parole.... Lo fa chiaramente la vittima di questo drammatico racconto...
Tu hai alle spalle una storia lunga e complessa, a tratti tragica, difatti ne è scaturito un libro, "Tutto ciò che sono"... si parla di bullismo, di revenge porn e....
Intanto avrei il piacere di presentarmi. Mi chiamo Ilaria Di Roberto, ho 33 anni e sono un’autrice esordiente, ballerina e attivista nel campo della violenza di genere, sin dall'adolescenza incline al mondo dello spettacolo.
La mia vicenda personale è divenuta di dominio nazionale nel 2019: una storia di bullismo, disturbi alimentari, revenge porn, cyberbullismo, abusi sessuali, stalking, diffamazione, truffe e persecuzioni di vario genere.
A novembre del 2021 è uscito il mio secondo libro “Tutto ciò che sono” con Europa Edizioni, un’autobiografia che ripercorre nella sua enfasi il mio vissuto personale, messo al servizio di tutte le donne vittime di violenza, con il chiaro intento di restituire al mio dolore un'identità e, in special modo, una dignità. Al di là dell’irrilevanza del fatto, tengo a specificare di non aver maturato tali inclinazioni artistiche in ragione delle mie innumerevoli vicissitudini, ma in virtù di una passione che affonda le sue radici nell'amore incondizionato - trasmessomi da mia madre - verso tutto ciò che è arte, cultura, spettacolo. Di fatto, è proprio grazie al suo apporto che, all'età di tre anni, iniziai ad apprendere i primi rudimenti di grammatica, a leggere e a scrivere, dando voce agli innumerevoli pensieri che, sovente, affollavano la mia mente. Quello per la scrittura - insieme alla danza, alla recitazione e al canto - è un amore sbocciato in tenera età, progredito nel contesto di un trascorso travagliato, permeato dall’eredità emotiva di un padre assente, dal bullismo fisico e verbale perpetrato tra i banchi di scuola e dagli strascichi dei disturbi alimentari e dell’anoressia nervosa.
Nel corso dei miei anni, mi sono dilettata nei più svariati campi delle arti e dello spettacolo, mentre nel 2016 ho pubblicato la mia prima raccolta di poesie autobiografiche “Anima”. Si tratta perlopiù di un testo introspettivo che mette a nudo i pensieri dell’autrice, esortando il lettore ad interiorizzare il suo vissuto e rieducando all’empatia. L’opera apre un varco a numerosi argomenti, tra i quali natura, amore, passione, amicizia, spiritualità, arte, fino a rasentare tematiche di carattere sociale, tra cui la violenza di genere, analizzata specificatamente all’interno del monologo “Abbassa la voce” che nel 2019 è stato selezionato da una casa discografica per la produzione di un videoclip musicale in cui ho conglobato le mie passioni per poi destinare i proventi ottenuti grazie alle visualizzazioni e alla vendita del brano in beneficenza ad un'associazione a sostegno delle vittime di violenza.
Considerando le ricorrenti accuse di ricercata notorietà avanzate in questi anni a seguito della mia denuncia pubblica, è bene informare i lettori che in realtà, la mia propensione alle arti nasce ancor prima del clamore mediatico relativo alle mie vicissitudini. Sono nata come artista prima ancora che l'opinione pubblica mi attribuisse l'ingrato titolo di “vittima di Revenge Porn”. Tradotto in parole povere, non sono diventata una - passami il termine - “maniaca dell'arte” perché vittima di Revenge Porn, ma ho cercato di narrare la piaga endemica del Revenge Porn attraverso l'arte, utilizzandola come mezzo e veicolo di terapia per il contrasto del fenomeno. Tutto questo, nel tentativo di conferire al mio dolore un ruolo funzionale per me e tante altre donne nella medesima situazione. Quando mi domandano la ragione per cui abbia scelto di intitolare il mio libro “Tutto ciò che sono” rispondo sempre che questo lavoro – oltre ad essere il frutto di un passato segnato dalla violenza in ogni sua forma – rappresenta realmente tutto quello che è l’autrice. E lo fa a 360º, senza alcuna inibizione, senza giustificazione, senza chiedere scusa o il permesso, senza sforzarsi di regalare delucidazioni in cambio di comprensione, talvolta sconfinando nei limiti dell’autolesionismo e dell’ironia. Trattasi di un viaggio di natura fortemente introspettiva, definire quest’opera come uno “specchio” sarebbe alquanto riduttivo poiché uno specchio ci induce inevitabilmente a pensare a un semplice riflesso, lo stesso contro cui ho combattuto per tutta la mia vita e che ho cercato con tutte le mie forze di cancellare, delimitando la mia identità entro i confini di quelli che fossero i pronostici sociali e di ciò che gli altri si aspettassero da me in quanto donna, vittima, stereotipo, danzatrice, scrittrice, attivista, ragazza oggettivata e criticata per le sue tendenze istrioniche che in definitiva non erano altro che la mia libera espressione identitaria. La mia opera, invece, si impegna, con modalità talvolta sfacciate, a deludere quelle aspettative a cui ho cercato di ottemperare tutta la vita per restituire un nuovo volto ad un’immagine defraudata, violata, marchiata nella sua integrità a causa delle violenze subite – sia online che on-life – e si accinge, in maniera quasi selvaggia, ad irrompere attraverso un mix di rabbia e ironia nelle coscienze e nelle menti, contribuendo a disfare tutti gli stereotipi che, volente o nolente, hanno incoraggiato la cancellazione della mia identità, quasi sempre messa in ombra dall’egemonia patriarcale e dall’efferatezza dei pregiudizi collettivi. In molte occasioni il mio libro è stato definito autocelebrativo o addirittura il prodotto di un indottrinamento “misandrico” scaturito da solo Dio sa cosa. In realtà non mi sono mai erta a paladina, né espletato il consueto distacco tra scrittore e lettore, visto che nel libro mi rivolgo a tutte le donne come solidali sorelle, senza alcun grado di separazione. Ho deciso semplicemente di mettere la mia esperienza al servizio di tutte, senza ricorrere alla necessità di innalzarmi in cattedra, esprimendomi dall’alto del mio dolore al basso di chi “non può capire perché non gli è successo”. Questi sono snobismi e pregiudizi da cui ho cercato rigorosamente di prendere le distanze e di combattere con rabbia e passione. Non sono una maestra di vita, ma una donna che ha deciso deliberatamente, e senza alcun secondo fine, di donare il mio vissuto per suscitare una nuova consapevolezza in chi ancora non l’ha raggiunta e soffre nella sua condizione femminile senza comprenderne le ragioni.
Attraverso questo libro, io mi impegno a dire “No!” al silenzio e a quel fatidico copione mediatico patriarcale che, sovente, viene assegnato ed imposto ad ogni vittima di violenza sulle donne e a causa del quale, i carnefici vengono soventemente legittimati e difesi. Il mio libro “Tutto ciò che sono” è il tripudio di emozioni di una donna che certamente ne sa più di me. È un punto di arrivo e al tempo stesso di partenza, l'obbiettivo di una vita e la risoluzione ad ogni possibile zona d'ombra vanamente celata nel corso di questi anni. Ma nell’osanna della mia vittoria e nella mia attuale inattaccabilità non sussiste abnegazione o disconoscimento di un dolore inespugnabile. La mia opera è un tentativo di elaborazione, assimilazione e consapevolezza di una sofferenza a tratti iniqua e al contempo funzionale per la mia rinascita. Mi sono lasciata travolgere, non bruciare. Ho procrastinato i miei sogni, ma non ho permesso che venissero infranti.
Non rinnegherei neanche un attimo trascorso in balìa dall'esasperazione, anzi, in qualche modo sono grata ai miei demoni interiori per avermi reso la persona che ho sempre desiderato essere.
“Tutto ciò che sono” è stato definito più volte dai miei lettori un’ “autopsia della violenza di genere”, poiché oltre a portare con sé tanti propositi - tra cui quello di abbattere i cliché sociali che vogliono una donna vittima bloccata nel suo dolore - cerco, attraverso un'attenta analisi, di spaziare il fenomeno da un punto di vista sociale e psicologico. Di fatto, affronto da vicino anche la violenza psicologica, i drammi dei disturbi alimentari, il bullismo, soffermandomi sulle cosiddette “ferite invisibili” derivanti da tutti quegli atteggiamenti o da quelle condotte considerate benevole. Mi riferisco pressappoco al fenomeno del catcalling, alle battute da spogliatoio, al gender cap e a quel sessismo introiettato e messo in atto nella quotidianità che molto spesso viene confuso con la goliardia. Tra le opere più esplicative abbiamo ‘Lettera alla ragazza con il cappio al collo”, parzialmente autobiografica poiché è un intreccio tra la mia vicenda personale e quella di Amanda Todd, suicidatasi a causa del cyberbullismo. Questo testo affronta da vicino la tematica della violenza di genere in senso lato: dagli abusi sessuali, al Revenge porn, dal bullismo online e onlife ai disturbi alimentari e all' autolesionismo, fino ad arrivare al suicidio.
Tuttavia, questo non è il classico libro che ci si aspetta da una vittima di violenza: in alcuni momenti mi diverto ad esercitare l’ironia, scherzando sull’eterno scontro tra maschi e femmine e asfaltando l'intero campionario di incel, misogini con cui ogni ragazza ha a che fare quotidianamente. Di fatto non si limita ad ad essere un messaggio di sensibilizzazione per le vittime, ma uno schiaffo in faccia per i carnefici che magari, leggendolo, si riconosceranno nella figura del “mostro” evitando di perpetrare determinate condotte e violenze.
I tuoi familiari si sono accorti di quello che stava accadendo?
Fin dalla più tenera infanzia, la mia esistenza è stata incessantemente permeata dalla componente della violenza, presente sia tra i banchi di scuola che in altre sfere della mia vita. Questa realtà travagliata ha lasciato profonde cicatrici, per questo, punto il dito verso l'assenza di mio padre come una delle cause principali. La sua mancanza, anche quando era fisicamente presente, in rare occasioni, ha privato la mia vita di un punto di riferimento maschile. Sono emersi conseguentemente in me tratti di introversione, insicurezza e chiusura, che ho cercato di compensare attraverso il cibo. Sfortunatamente, sono stata vittima di bullismo, in parte a causa del mio peso, ma all'epoca il problema del bullismo non era ancora considerato ed affrontato come lo è oggi. Paradossalmente, mi sono trovata a essere considerata colpevole e quindi venivano prese in considerazione punizioni per entrambe le parti coinvolte. Questi erano gli anni in cui alle vittime veniva richiesto di imparare a difendersi, a mostrare forza e risolutezza, ma io non sono stata in grado di padroneggiare queste abilità poiché non ero stata educata a difendermi dagli abusi subiti. Ho sempre cercato, in un modo innato, di trovare negli uomini l'amore che mio padre, un narcisista, mi aveva negato, riproponendo inevitabilmente le stesse dinamiche in ogni relazione: fasi di amore travolgente, svalutazione, triangolazione, rifiuto e infine abbandono. Mio fulcro di stabilità è sempre stata mia madre. È stata lei a proteggermi dalle conseguenze del bullismo, a stare al mio fianco durante il periodo in cui ho sperimentato l'anoressia, a mostrare interesse per il mio rendimento scolastico, a stringermi la mano e ad asciugare le mie lacrime quando un uomo mi tradiva o lasciava, a darmi sostegno quando mi sentivo incapace di reggermi in piedi, a partecipare con me ai colloqui con i professori, a partecipare alle mie presentazioni, a seguirmi durante le competizioni sportive, e persino a salvarmi da un tentativo di suicidio. Analogamente, devo riconoscere come mia sorella, nonostante sia sei anni più giovane di me, abbia sempre avuto un approccio maturo e sagace, trasformandosi nella figura di una sorella maggiore che ha sempre avuto i piedi per terra e superato le mie stesse capacità intellettuali. Con mio padre, invece, abbiamo sempre sperimentato una dinamica di competizione, ostilità e sensazione di inadeguatezza. Quando ha scoperto la mia esperienza attraverso i giornali, mi ha accusata di essermela cercata e ha avuto addirittura l'ardire di chiedermi se avessi dei contatti giornalistici disponibili per intervistarlo e promuovere la sua musica.
Secondo te, cosa succede nella mente di un ragazzo quando, in una fase così difficile della vita, - non si è ancora adulti, ma nemmeno bambini - il sesso viene usato come arma di ricatto o motivo di derisione ?
Non si può parlare di Cyberbullismo senza far riferimento a quella macrostruttura sistematica che è la VIOLENZA DI GENERE e quindi il patriarcato. Quella di GENERE è la violenza diretta ad una persona sulla base della sua appartenenza, appunto, di genere, perpetrata dagli uomini contro le donne, proprio perché donne - che siano esse compagne, figlie, sorelle, madri, conoscenti o perfette estranee.
Trattasi di un fenomeno strutturale e consolidato che affonda le sue radici in una cultura patriarcale che colloca da sempre le donne in una posizione subalterna rispetto all'uomo, sarebbe riduttivo parlare di "emergenza sociale". Tale piaga sociale deriva da tutta quella serie di atteggiamenti, condotte e credenze che nei secoli e nelle epoche sono stati inveterati ed interiorizzati a dovere nelle nostre coscienze; quindi preservati e trasmessi di generazione in generazione. Atteggiamenti che racchiudono nella loro fattispecie un unico grande sistema, il cui nome è patriarcato, all'interno del quale autorità, privilegi e poteri sono conglobati nelle mani degli uomini, mentre le donne sono relegate a vivere in uno status di subordinazione, oggettivazione e addomesticamento perenne. Un sistema in cui le stesse vengono deumanizzate, qualora provino a ribellarsi a tale condizione, ma soprattutto responsabilizzate e colpevolizzate per le violenze che quotidianamente subiscono. All'interno di questa società, le donne percepiscono uno stipendio più basso rispetto agli uomini, vengono umiliate se manifestano la propria sessualità oltre quei confini ritenuti oggettivamente accettabili, vengono relegate tra le mura domestiche e costrette a scegliere tra carriera e famiglia; vengono offese e mortificate se non ottemperano ad un'aspettativa sociale o a dei canoni estetici ed esiliate al ruolo di madri e mogli ed uccise solo per aver deciso di porre fine alla loro relazione.A pagare il pegno di questo organismo subdolo e disfunzionale sono ben 7 milioni di donne in Italia e circa un miliardo in tutto il mondo. Trattasi di una dittatura "invisibile" che si eregge su una struttura "piramidale", la sua efferatezza si contempla a partire da quegli atti etichettati dalla società come "banali" (battute da spogliatoio, linguaggio sessista, stereotipi) alle azioni più spietate (molestie verbali e psicologiche, molestie da strada, vessazioni in rete, diffusione non consensuale di materiale pornografico, abusi sessuali e stupri), fino ad espletarsi nel femminicidio che ponendosi al vertice della piramide, fa da garante e prova alla nostra omertà e alla bellicosa inadempienza delle istituzioni. Ma quando parliamo di femminicidio non intendiamo solo la morte fisica di una donna. In realtà essa precede una mortificazione psichica e morale, di tutte le donne, in quanto donne. Il femminicidio non è altro che l'acme di tutta una serie di violenze, perpetrate ineluttabilmente a nostro danno. E con questo mi riferisco anche alla morte professionale delle donne, dettata da mancanza di parità di salario e di prospettive di carriera; al rifiuto del termine “femminicidio” considerato ancora cacofonico, insieme a quello di “architetta” ; mi riferisco alla donna vittima di "revenge porn", che, sovente, viene stigmatizzata come "poco di buono" all'interno di una società culturalmente arretrata e fondata sul bias "donna-oggetto sessuale", tristemente riconosciuto da buona parte dei maschi etero. È femminicidio la donna che va a denunciare e non viene creduta e quella che si rifiuta di farlo perché sa che verrà rivittimizzata e quindi costretta a subire ulteriori pressioni nelle aule dei tribunali. È femminicidio la donna costretta a cambiare nome, compagnie, numero di telefono, casa e vita a causa delle lungaggini burocratiche. È la donna che si ritrova costretta a trasferirsi in un centro antiviolenza, anziché vedere il proprio aguzzino dietro le sbarre, dov'è giusto che sia. È femminicidio tentare di "salvare" l'ingente numero di donne incatenate, mediante l'utilizzo spropositato ed ingiustificato di altre catene (abiti più castigati, cambio di residenza, coprifuoco, estraniamento ed isolamento sociale).
È femminicidio considerare una molestia da strada, una sorta di corteggiamento e appare femminicida anche uno Stato che non agisce per la rimozione del gender cap e alla piena realizzazione delle donne – come costituzionalmente stabilito. La morte della donna o la minaccia di morte per mano di un uomo non è altro che la conclusione di una società misogina, patriarcale e tradizionalista.
Ora soffermiamoci, invece, sui reati di violenza psicologica perpetrati a danno delle donne. Ci riferiamo in particolare al Revenge Porn e al Cyberbullismo il quale ancora non ha assunto una vera e propria identità all'interno del panorama giuridico, visto che in materia esistono solo delle disposizioni cautelari a tutela dei minori (legge 71/2017 sul Cyberbullismo) mentre per le violenze a mezzo stampa o tramite dispositivi informatici contratte a danno di un individuo con un età superiore ai 18 anni, il codice penale ha deciso di inquadrare la fattispecie giuridica di reato, attraverso un excursus tra i reati di molestie (660 cp), minacce (612 cp) e atti persecutori (612 bis). Ciò sta ad esemplificare quanto la violenza psicologica possa essere sottovalutata al livello sociale e giuridico. E con questo, vogliamo riagganciarci all'epilogo drammatico della storia di Carolina Picchio, la ragazza che nel 2013 si tolse la vita dopo aver ricevuto più di 2600 insulti sui social. Prima di morire, lasciò un biglietto: "le parole fanno più male delle botte". Ed è proprio sulla base di tale affermazione che dovremmo prendere coscienza della gravità che si adombra dietro fenomeni di tale portata. Specialmente se pensiamo al fatto che viviamo in quella che Bauman definisce "società liquida" all'interno della quale il confine tra la vita reale e quella virtuale, è particolarmente flebile. Il Cyberbullismo, secondo gli studi apportati da Save the Children, rappresenta una delle piaghe sociali più gravi di tutti i tempi, addirittura più della droga, dell'alcol e delle malattie sessualmente trasmesse. Ed è proprio in virtù di questa consapevolezza che "l'omicidio a mezzo stampa" e reati come quello d'ingiuria, dovrebbero essere introdotti. Le parole hanno un peso, specialmente in quest'era tecnologica in cui l'educazione digitale dovrebbe essere alla portata di tutti e punita, nel caso in cui qualcuno si adoperi per trasformare l'utilità di un mezzo tecnologico in un cancro sociale. Credo che un\a giovane vittima di cyberbullismo possa sperimentare una sensazione di vuoto e abbandono che si radica profondamente all'interno di sé stessi. È di fondamentale importanza, quindi, evitare questo senso di vuoto fin dalle famiglie e dalle scuole, dove auspico l'introduzione tempestiva di corsi obbligatori di educazione alla parità di genere e alla promozione della cultura del rispetto.
Si parla spesso di uccisione del corpo, dell’anima, della vita. Accade davvero così? Si può parlare di “morte dell’anima” nel senso di un vuoto interiore immenso (almeno nei primi momenti)?
Giustappunto l'interno del mio libro, mi impegno in un susseguirsi vorticoso di immagini, richiami e metafore, a descrivere l'ansia e il panico che seguono un attacco perpetrato in rete. Dietro questo, il chiaro intento di mettere in luce quelli che sono gli aspetti più subdoli della violenza psicologica, il cui cavillo risiede proprio nell'indimostrabilità di quanto si subisce. Come esplicitato nel testo “attacco di panico”, è ciò che io amo definire “l’urlo dell’anima”, il grido straziante di chi sopporta troppo a lungo, il richiamo di chi necessita di esplodere, la resa di chi ha lottato da sempre contro i propri mostri, il più delle volte nel totale silenzio. È il conto da pagare che il tuo corpo ti presenta, dopo una lungo processo di somatizzazione della sofferenza, l'istante in cui riemergono le parole non dette, le emozioni represse, l’ansia placata, il dolore tenuto a bada. È la punizione che il nostro corpo ci infligge per aver messo a dura prova il nostro spirito.
A porre rimedio a questo mio mal di vivere è stata senz'altro la psicoterapia, molto spesso impropriamente stigmatizzata. Ma come si dice? In analisi non va chi ha problemi, perché tutti hanno problemi. In analisi va chi ha intenzione di risolverli. Chi ha il coraggio di guardare in faccia i propri mostri, senza sentire la necessità di diventare come loro, in virtù di un eventuale riscatto personale. Ma non ci si può riscattare dal dolore che ci è stato inflitto, infliggendone a nostra volta. Trovo sia indiscutibilmente vacuo tentare di porre rimedio alla propria sofferenza senza prima aver dato adito alla comprensione, all'introspezione e a quell' empatia che c’eravamo promesse/ i di non provare mai più. È indispensabile che il dolore venga rielaborato, sviscerato e sperimentato sulla nostra pelle prima di leccare le ferite altrui e permettere al soffio delle proprie labbra di tramutarsi in un antidoto. Non si può pretendere di trovare un cura, senza prima aver provato l’impeto della malattia. Non ci si può curare se prima non ci si ammala. La gente ha bisogno di vedere la realtà, ha bisogno che gli venga sbattuta dritta in faccia, di sentirla ardere sulla pelle! La malvagità è testarda, ma chi decide di adoperarsi per contrastarla, deve esserlo di più! E tutti, indistintamente, necessitiamo di una terapia d’urto affinché scatti la presa di coscienza. Senza presa di coscienza non può esserci prevenzione. E neanche senza la comprensione, l’empatia e la sensibilità. C'è bisogno di vedere, di toccare, di realizzare cosa l’essere umano sia in grado di fare e quanto questo, il più delle volte, possa rivelarsi disdicevole. Solo allora ci si potrà rendere conto di quanto deplorevole sia il fenomeno della violenza. ll mio libro - insieme alla mia denuncia pubblica - è stato un punto di partenza, plasmato dalle lacrime la sera che io amo definire “delle sabbie mobili”, tema ricorrente nei miei precedenti lavori. Con quest’espressione mi riferisco pressappoco al momento in cui si tocca il fondo e nel quale si realizza di non poter far altro che risalire. Ebbene, iniziai a scrivere questo libro la sera del mio primo tentativo di suicidio, dovuto perlopiù all’ingente vittimizzazione perpetrata a mio danno dall’opinione pubblica. In questi anni, durante i quali mi sono impegnata a denunciare i soprusi subìti – oltre che alle autorità anche alla stampa nazionale – ho radunato tutto il mio coraggio, la mia forza irruente e il mio estremo bisogno di rivalsa e giustizia. Ho avuto paura. Paura di non essere in grado di travalicare l’ombra fervida dei pregiudizi. Paura di non essere all’altezza delle mie aspettative e di quelle di tante altre donne, vittime dei miei stessi soprusi. Paura di subire ancora una volta l’impeto perverso di un’opinione pubblica, costantemente pronta a puntare il dito sulle vittime. Paura di non riuscire a reagire e che le mie parole lacerassero l’animo già deturpato di chi – proprio come me – si trovasse sulla cresta di un incubo. Paura che, al contrario di quanto auspicato, queste non venissero comprese, interiorizzate o utilizzate come scudo, al fine di disinnescare un martirio opprimente. Avevo paura di fallire e invece alla fine sono stata in grado di riesumare il mio trascorso turbolento e di trasformarlo in poesia. “Tutto ciò che sono, di Ilaria Di Roberto” è, di fatto, il grido di chi non ha più voce e di tutte coloro che, almeno una volta nella vita, hanno avuto il coraggio di ribellarsi all’isolamento, alla rivittimizzazione, alla condanna e al marchio inflitto dalla società a seguito di una violenza. È un tentativo di ricostruzione e rifioritura, gentilmente – e in maniera talvolta irruente – messo al servizio di ogni donna defraudata e violata e al tempo stesso un esperimento finalizzato alla rieducazione del genere maschile, sebbene non sia questo il compito delle donne. Attraverso questo libro, io mi impegno a dire “No!” al silenzio e a quel fatidico copione mediatico patriarcale che, sovente, viene assegnato ed imposto ad ogni vittima di violenza sulle donne e a causa del quale, i carnefici vengono soventemente legittimati e difesi. È stato un punto di partenza, grazie al quale ho ottenuto, anche se solo marginalmente, la mia rivalsa. Quella delle sabbie mobili è una tematica abbastanza ricorrente nei miei scritti, già esplicitata anche all’interno del mio primo libro ‘Anima’. È stato l’istante in cui mi sono ritrovata a scegliere tra il vivere combattendo e il lasciarmi morire. Mi preclusi di scegliere e iniziai a scrivere. Prima sono stata vittima di revenge porn, poi di una setta che ha iniziato a perseguitarmi dopo aver sporto denuncia. Sono stata diffamata, ho ricevuto minacce di morte. Sono stata costretta a barricarmi in casa. È stato un incubo. Ho cercato, attraverso il mio libro, di mettere la mia storia al servizio di tutte le donne vittime di violenza o che magari ancora non riescono a riconoscerne i segni. In questo modo ho cercato e avuto, anche se solo marginalmente, la mia rivalsa.
Da dove hai trovato la forza raccontare la tua storia?
Rispondo con una citazione tratta dal mio libro: "La scrittura è un'arte nobile che ti permette di spogliarti senza toglierti i vestiti". Per me la scrittura, così come il ballo e l'arte in generale, è stata sempre una fonte di salvezza. Mi ha salvato innumerevoli volte: la notte del mio primo tentativo di suicidio, quando subivo il bullismo a scuola e infine quando ho trovato il coraggio di denunciare gli abusi subiti. Nonostante le difficoltà e le sfide che comporta un viaggio introspettivo, la scrittura è stata sempre un'arma di difesa e uno strumento di rivincita, ribellione, liberazione e denuncia sociale. Tuttavia, credo che non si possa utilizzare la scrittura come mezzo di comunicazione senza aver prima intrapreso un viaggio dentro di sé, senza aver affrontato le proprie paure, le proprie insicurezze e tutte quelle emozioni timorosamente nascoste più profondamente in noi stessi. Per fare in modo che queste esperienze abbiano un significato per noi stessi e per gli altri, è necessario scavare a fondo, affrontare il nostro dolore, tenerlo per mano e permettergli di emergere, e infine elaborarlo. Repimere il dolore non ci permetterà di rivelare pienamente chi siamo, né ci darà la spinta per raccontarlo agli altri. È importante per me che i miei lettori si possano identificare nei miei scritti e possano vivere le mie tempeste, le mie battaglie mentali e, perché no, anche le mie vittorie! L'arte, insieme al sostegno della mia famiglia, è sempre stata una fonte di forza e terapia, ma anche di riscatto, rivincita e affermazione della mia identità. E ovviamente il sostegno delle mie compagne di lotta online che tanto mi hanno aiutato nel corso del mio travaglio legale.
Cosa suggeriresti alle donne che come te hanno sperimentato questo tipo di violenza?
Intanto voglio ricordare loro, in primis, che non sono aspettative sociali. Prima di essere vittime, madri, moglie e donne, siamo individui dotati di anima, mente e corpo, liberi di manifestare la propria identità come meglio credono. Anche la propria sessualità! Anteporre le donne nella nostra battaglia significa collocarle in una posizione di rilievo (da sempre negata) a partire dalle relazioni interpersonali, fino ad arrivare alle questioni di carattere economico, sociale e politico. Come donne possiamo scegliere arbitrariamente se procreare o meno; se sposarci e decidere di avere una relazione «fissa» o limitarci ad avere rapporti occasionali; se puntare sulla carriera o decidere di non fare assolutamente nulla. Come già espresso, non esistono leggi o dogmi ai quali ottemperare. Ciò che contrastiamo è l’obbligo di fare o non fare qualcosa. Il fatto di decidere di avere o meno dei figli non deve essere una tappa incorporata, né ancor meno obbligata: come femministe rivendichiamo per noi e per tutte le donne, il diritto all’autodeterminazione. Per questo ribadisco, siate ribelli, sfacciate e libere! A tutte coloro che hanno vissuto e stanno vivendo le mie stesse difficoltà, voglio dire “amatevi! e fate in modo che questo amore diventi così forte da non permettervi mai di rifiutare un dono tanto importante come quello della vita. E voi altri che, al contrario, avete avuto la fortuna di non aver mai sperimentato sulla vostra pelle una patologia tanto grave non indignatevi di fronte ad una donna che, stremata da una violenza o dalla malattia, arriva a compiere un gesto estremo: parlatene, ma senza giudizio e lottate al suo fianco affinché questo non capiti ancora e ad altre. E se proprio non ve ne importa, lasciate che combatta da sola o cedete il posto a coloro che vogliono farlo insieme a lei. Lasciate che urli, che gridi, affinché la sua voce giunga al cuore di ognuno di noi e ci sensibilizzi, smantellando dal nostro animo ogni patetica convinzione che ciò che faccia sia sbagliato o finalizzato all’ottenimento di un privilegio, che in realtà non è altro che un diritto: quello alla libertà e alla vita!”. Non ti piace come mi vesto? Voltati!
Non apprezzi i miei leggings? Sono schiaffati qui sul mio culo, non sul tuo!
Ti urta che io mi senta bella? Lavora su te stessa, vedrai che inizierai a sentirti bella anche tu e non ti passerà neanche per l’anticamera di invidiare qualcuno, perché semplicemente, basterai a te stessa. È davvero così che funziona, in fondo: il tempo che spendiamo per criticare gli altri, dovremmo imparare ad investirlo per fare qualcosa di costruttivo per noi stessi e migliorare.
Non cambiate mai per nessuno, perché in un modo o nell’altro, troveranno sempre qualche altro pretesto per attaccarvi. Non giudicate: le persone che mettete alla gogna oggi, diventeranno inattaccabili domani. Guardatevi bene dal denigrare una persona affetta da disturbi alimentari. Guardatevi dal chiamarla “scrofa”, “deviata”, dal dirle che è grassa, o, al contrario, un manico di scopa perché così facendo, non farete altro che alimentare in lei traumi già presenti, contribuendo alla sua distruzione. A far schifo bastano già il sistema e tutti quegli stereotipi che ci propongono ogni giorno. Non unitevi ad esso, ma soprattutto abbandonate la convinzione di essere migliori degli altri. Scegliete sempre di essere unici!
Molto spesso sento suggerire di educare “le nostre donne” alla prevenzione? No, no, e ancora no! Basta! Che siano gli uomini a rieducare i propri compagni di sesso biologico al consenso, all'empatia, al rispetto! Che apprendano che una donna non è da considerare un oggetto sessuale o un animale da allevamento venduto al primo acquirente. Che comprendano che un sorriso non rappresenta automaticamente un assenso e che la gentilezza non è l'equipollente di disponibilità. Insegnate ai VOSTRI uomini che una donna ha il diritto inalienabile di dire "no", "sì", di cambiare idea o di tornare sulle proprie scelte, senza che tale libertà venga messa in discussione o eccepita, giacché niente è immutabile. Insegnate ai VOSTRI uomini che la nostra sicurezza non deve sottostare all’irruente impeto dall'abnegazione e che la nostra libertà decisionale non deve essere motivo di stupro, violenza o morte; che una donna può uscire da sola o accompagnata, di giorno o di notte e che non sta a lei cercare di evitare gli stupri, ma spetta agli uomini non perpetrarli. Che essere gelosi e possessivi non è mai sintomo d'amore, ma può sfociare nella violenza più brutale; che non c'è bisogno di utilizzare eufemismi o rifarsi al dolce stil novo per educare i propri compagni di sesso biologico al rispetto e che, espressioni come “le donne non vanno toccate neanche con un fiore” non sono in alcun modo pertinenti, né ancor meno proficue alla nostra causa. Insegnate ai VOSTRI uomini che il corpo delle donne, indipendentemente dalla taglia, dalla forma, età o peso, è meritevole di rispetto. Che la pornografia non ha nulla a che fare con l'educazione sessuale, tutt'altro: spesso degrada i corpi delle donne in mera carne da macello. Insegnate loro che la prostituzione non è mai una scelta libera, poiché questa presunta libertà affonda le proprie radici nella millenaria disparità lavorativa tra i sessi e nella fragilità economica del genere femminile. Che apprendano che una donna che sceglie di essere sessualmente attiva e avere rapporti occasionali, non è da considerarsi una troia e che la sua sessualità e i suoi istinti, proprio come quelli dell'uomo, sono rispettabili e ineccepibili. Che ha il diritto di scegliere se diventare madre o meno e che, in caso contrario, può sentirsi libera di ricorrere all'aborto. Inoltre, sottolineate che la responsabilità di prevenzione deve essere equamente ripartita tra uomo e donna. Ricordate ai VOSTRI uomini che a loro basta “incappucciare” il pene per garantirsi un minimo di contraccezione, nulla di paragonabile al numero di contraccettivi che, invece, gravano sui corpi delle donne e creano effetti indesiderati a lungo termine. Che comprendano che essere fisicamente appetibili non significa avere il cervello di un'oca, e che rifiutarsi di aderire agli standard socialmente imposti non è indice trascuratezza. Insegnate ai VOSTRI uomini che un rapporto sessuale non dovrebbe terminare con l'orgasmo maschile, ma essere un'esperienza condivisa e totalizzante in cui entrambi i partner si sentono appagati in egual misura. E che ricordino che non esistono principesse da salvare o fragili fiori da tenere in una scatola e annaffiare solo in occasione del 25 novembre o dell’otto marzo, ma individui di sesso femminile meritevoli di rispetto, in grado di autorigenerarsi e di salvarsi in totale autonomia. Insegnate ai VOSTRI uomini che una gonna o una scollatura non li autorizza a fischiare le donne per strada come se fossero animali da cavalcata, e che non basta non colpirle per liberarsi dallo stigma della cultura patriarcale. Insegnate loro che l'amore può essere espresso tramite qualsiasi modalità che non implichi la violenza, e che il materiale intimo condiviso sulla base di una fiducia reciproca può e deve essere rispettato, protetto anziché illegittimamente diffuso a terzi. Che apprendano che la “verginità” e la “zoccolaggine” sono entrambi dei costrutti sociali, ideati appositamente dal sistema patriarcale per dividere le donne e condannarle ad un'eterna competizione; parimenti che non esistono “sante” o “sgualdrine”, “brave ragazze” o “libertine”. Insegnate ai VOSTRI uomini che i diritti delle donne sono stati sudati e faticosamente conquistati, e non concessi dal primo vagito, come i loro privilegi. Che sappiano che la piaga endemica della violenza maschile deve essere risolta modificando il linguaggio e combattendo quegli atteggiamenti o comportamenti banali considerati socialmente accettabili, come le battute sessiste da spogliatoio, la violenza psicologica o digitale, fino ad arrivare all'acme del femminicidio, ossia la morte fisica della donna.
Insegnate ai VOSTRI uomini che se continuiamo a tollerare tutto ciò che si pone alla base di questo sistema e che può sembrare innocuo, diventiamo co-artefici nella distruzione del genere femminile; che non basta sostenere di non essere “come gli altri uomini” per assolversi dalla violenza patriarcale perpetrata su di noi da millenni. Insegnate ai VOSTRI uomini che il praticare il rispetto è ciò che distingue un uomo per bene da un patriarca che approfitta della propria posizione privilegiata per perpetrare violenza sul genere femminile.
L'errore che non rifaresti?
Quando mi domandano se ho intenzione di praticare nuovamente del Sexting, la mia risposta è un NO tassativo: il Revenge Porn è un trauma che ti scava dentro una voragine, per questo credo che sulla faccia della terra non vi sia alcun individuo capace di guarire le mie ferite ed esorcizzare questa mia legittima e incondizionata mancanza di fiducia nel genere maschile (e qui, gli inequivocabili fanatici penemuniti del “Not all men” MUTI, cortesemente). È anche vero che se decidessi di uscire in strada seminuda e venissi stuprata, la colpa ricadrebbe inevitabilmente sull'autore del misfatto. Inoltre, la responsabilità della violenza rimarrebbe sua, anche se decidessi di uscire nuovamente nuda il giorno seguente e subissi nuovamente la medesima violenza. Potrebbe capitare altre dieci, venti, trenta o migliaia di volte di uscire sola di notte in abiti succinti e altrettante volte di essere violentata, ma il verdetto resterebbe inequivocabilmente lo stesso: il solo e unico responsabile di una violenza è colui che la attua, cioè lo stupratore.
Stessa prassi per quanto riguarda il reato di Revenge Porn: se sentissi il bisogno di espletare del sexting, cosa mai potrebbe fermarmi? Il senso di colpa? Un ruolo sociale? Il pregiudizio? Il timore di adottare una condotta sessuale non convenzionale e che non sia conforme a quello che la società si aspetta da me come donna e vittima sacrificale? La famigerata dicotomia "santa/sgualdrina" - introiettata nelle nostre menti sin dal primo vagito - che ci impedisce di autodeterminarci sessualmente? Chi potrebbe mai impedirmi di provare di nuovo piacere, inviando foto esplicite a un futuro amante ideale? Vi lascio uno scoop: nessuno! Né il più virtuoso degli uomini, né la donna che, leggendomi, si chiederà come facciano ad essere così z***e e scevre di amor proprio, quelle come me. E ti dirò di più, non solo potrei decidere di inviare nuovamente le mie foto nude al mio futuro e ideale partner, ma anche di condividerle con un’altra miriade di ragazzi di età, etnie ed estrazioni sociali differenti: se qualcuno di loro si prendesse la briga di diffondere quel materiale - violando il patto di segretezza sancito tra le parti in nome di quella fiducia che dovrei sentirmi obbligata a provare nei confronti di chi sostiene di non essere "come gli altri" - la colpa della violenza perpetrata a danno della scrivente resterebbe inderogabilmente dell'autore della diffusione.
Non esistono gonne, droghe, alcol, foto o video in grado di attenuare, edulcorare o giustificare anche solo lontanamente l'efferatezza di un crimine. Parimenti, non esistono divagazioni come "Te la sei cercata!", "Hai voluto la bicicletta? Ora pedala!", "Hai voluto fare la troia? Ora piangi!", "Chi semina vento raccoglie tempesta!" (mi sono state dette tutte, giuro) che possano rendere chi li pronuncia meno complice di siffatti crimini. Molti mi chiedono se ai giovani sconsiglierei mai di inviare foto o video ai propri partner. Certo che no! Suggerirei, piuttosto, alle giovani donne di sentirsi libere di esplorare ed esprimere la loro sessualità a proprio piacimento. D'altro canto, chi sono io per interferire nel loro diritto di stabilire cosa fare o non fare con il loro corpo?
Chi sono io per stabilire cosa fare o non fare con la clitoride d'altre? Piuttosto, è ai giovani penemuniti che impartirei con rigore qualche lezione di educazione digitale e alla parità di genere, ma soprattutto, proporrei un bel training alla cultura del consenso con frequenza obbligatoria. E questo perché ognuno comprenda che un flagello sociale millenario come quello della violenza di genere, deve essere arginato da chi lo attua. Non evitato da chi lo subisce. Ad oggi sento di non avere nulla da rimproverarmi, ma prima di giungere a questa consapevolezza ho dovuto pagare a caro prezzo il biglietto di sola andata per un viaggio all'interno di me stessa. Ho esplorato i miei antri bui, le mie lacune, fatto a pugni con quei mostri che non raccontavo a nessuno ma che ad ogni modo, mi hanno permesso di ravvisare il mio inestimabile valore. Il mio ultimo lavoro autobiografico rappresenta, di fatto, il riflesso incondizionato di ciò che ero, che sono stata e che non ho intenzione di essere mai più. É il riverbero di quella teenager ingenua, a tratti ribelle e talvolta remissiva, costantemente bisognosa di affetto, amore e attenzioni. L'ho osservata, amata, abbracciata forte, benché in alcuni momenti si lasciasse abbattere dagli ostacoli della vita. Ma le ho anche urlato addosso, l'ho schiaffeggiata, l'ho punita e le ho imprecato contro fino a farle credere di non avere alcun valore. Le ho teso la mano, ma ho anche lasciato che cadesse a terra. L'ho accarezzata, idolatrata, ma anche guardata con giudizio, con la presunzione di chi è convinto che non sia già sufficiente quello degli altri. Le ho detto “alzati!” poi “fermati!” e subito dopo “guarda avanti!”, ma non ho mai, mai avuto il coraggio di lasciarla sola. Oggi sono qui, pronta a stringere una tregua e a suggellare con lei un patto di sempiterna alleanza. Oggi ho intenzione di perdonarla per tutto il male che si è lasciata fare, per quello che io stessa ho provato a farle e per tutte le volte che le ho permesso di credere di essere sbagliata e mai all'altezza delle mie aspettative. Voglio perdonarla per averle permesso di dubitare di se stessa; dubbi che hanno fatto sì che vivesse relegata ai margini di una società che, al primo segnale di resa, è pronta a sbatterti addosso tutte le tue debolezze e vulnerabilità, facendoti credere di essere l'anello debole di un universo di sistemica e artefatta perfezione. Voglio dire a quella bambina che ho imparato molto da lei e che è proprio grazie al suo apporto che oggi non temo più le aspettative sociali, ancor meno i (pre)giudizi. É solo grazie a lei che ho avuto il coraggio di utilizzare le mie parole come scudo, mai come armi per ferire. É grazie a lei che sono diventata la persona che ho sempre sognato: una donna che, nonostante sia ancora un po' ammaccata, non ha mai nutrito la necessità di spegnere nessuno per poter brillare di luce propria. Ma da questo momento in poi ho bisogno di lasciarla andare, senza rancore né rabbia, senza rimpianti né rimorsi perché ogni attimo in cui ho sofferto, bramato, amato, pianto, maledetto il cielo fino ai limiti dell'indicibile è stato un attimo degno di essere vissuto nell'assoluta pienezza. È il nostro bagaglio di esperienze totalizzanti che nella loro totalità (perdona il gioco di parole), definiscono il nostro vissuto, anche a dispetto degli errori e di quelle scelte che ci fanno chinare il capo e sospirare “se solo tornassi indietro, non lo farei...". Oggi, mi guardo fiera allo specchio e dico “cara Ilaria, tu non hai colpe. Non ne hai mai avute. Ti chiedo scusa per tutte le volte in cui le mie lacrime hanno tracciato solchi sul tuo viso, lacerandolo come fossero lame ardenti. Ti chiedo scusa per aver disprezzato il tuo corpo e per aver permesso che anche altri lo facessero; per il poco amore e per la dignità sporcata da gente senza scrupoli e priva di umanità. Ti chiedo scusa per non aver creduto abbastanza in te, per non essermi fidata e per aver lasciato che qualcuno approfittasse della tua fragilità per imporre il proprio esercizio di potere. Ti chiedo scusa per aver detto che non eri abbastanza brava, abbastanza bella, abbastanza magra, intelligente o meritevole di amore. Ti chiedo scusa per le parole dette male e per quelle pronunciate troppo in fretta, sempre e solo contro di te. E soprattutto ti chiedo scusa per non averti amata quanto avrei dovuto. Ed è proprio perché che ti amo che oggi, io ti lascio andare. Ho una missione adesso, ma sappi che questo non è un addio, solo un arrivederci!”
L'unica colpa che credo di aver avuto - ed è la stessa che, tra l'altro, accomuna tutte le donne è quella di essere nata in un paese misogino e anacronistico come l'Italia. Il mio luogo di nascita in particolare, Cori (provincia di Latina), se dovessi azzardare un parallelismo, è una sorta di intreccio tra la città di Flavigny-sur-Ozerain sapientemente narrata nel film “Chocolat“ e la Sicilia degli anni ’70 esplicata nel romanzo di Lara Cardella “Volevo i pantaloni“, nel contesto del quale donna che per caso fortuito si ritrova a interloquire con un paio di amici, l'indomani viene accusata di espletare orgie con giovani e anziani e tacciata per sempre come donne di facili costumi. Solo per aver amato in maniera incondizionata, mi sono ritrovata isolata dalla comunità e minacciata dai miei stessi concittadini con scritte sui muri, auguri di morte, aggressioni, tutti episodi all’ordine del giorno. Fino a sei mesi fa, prima del mio trasferimento, vivevo praticamente barricata in casa assieme a mia madre e a mia sorella, in un quartiere tossico e malfamato. Sono stata picchiata, minacciata, bollata come poco di buono e accusata di utilizzare la mia vicenda personale come pretesto per sbarcare il lunario. Molti dei miei ex-concittadini mi intralciavano il passaggio con la pretesa, avendo visto le mie foto diffuse sui siti porno, di portarmi al letto pagandomi. Sono stata minacciata di morte mentre facevo spesa, quando andavo a buttare l'immondizia o anche solo dopo aver preso una boccata d'aria fuori in balcone. Non esagero quando dico che vivere in un monastero di clausura sarebbe stato senz'altro più edificante.
Ero rimasta sola, senza amici, i quali ormai mi avevano abbandonata a causa del revenge porn e completamente emarginata e denigrata dal mio paese. Alcuni dei miei conoscenti, forse per vergogna o semplicemente per mutua ignoranza, arrivarono a togliermi il saluto, mentre altri iniziarono a molestarmi. Ero completamente isolata dal mondo, abbandonata a me stessa in un vortice di buio fatto di lacrime e dolore interiore. Non mangiavo più, a stento riuscivo a tenermi in piedi per la mancanza di forza. E come se non bastasse, i miei vicini pensarono bene di scrivere sul muro dell'androne del mio palazzo “Ilaria sei una pornostar devi morire“ con annessi escrementi, urine, profilattici usati, cicche di sigarette, zampe di gallina, gomme da masticare e petardi all'interno della mia cassetta delle lettere. Sono stata anche minacciata di morte all'interno di un supermercato qui in zona e successivamente anche picchiata da una mia vicina. Mio malgrado, ho deciso di riprendere in mano le redini della mia vita, se non altro, almeno di provarci. Ero bersaglio di denigrazioni, ostracismo, minacce e mobbing ogni giorno e spesso erano proprio i miei concittadini a incentivare gli sfregi che la società in questione stava perpetrando contro di me solo perché vittima. Sono stata picchiata, minacciata, bollata come poco di buono e accusata di utilizzare la mia vicenda personale come pretesto per sbarcare il lunario. Alcune persone mi hanno definita “manipolatrice” e una donna, sempre nell'anno in cui denunciai la mia vicenda pubblicamente, il giorno prima della vigilia di Natale mi scrisse dei commenti talmente offensivi che quella stessa sera tentai il suicidio. Mia madre si è svegliò nel cuore della notte e mi trovò con il coltello in mano. Mi sono ritrovata sul punto di commettere una follia.
Troppo spesso sono le vittime ad essere colpevolizzate... manca una sorta di solidarietà...
Specie per ciò che concerne i reati di violenza, assistiamo ogni giorno a quello che gli studi di genere identificano come Victim blaming, quel meccanismo di colpevolizzazione a danno della vittima che viene ritenuta dalla nostra società, parzialmente o totalmente responsabile della violenza subita. Con l'espressione “Victim Blaming” alludiamo a tutta quella serie di meccanismi che in un automatismo quasi fraudolento, si attivano a danno delle vittime che denunciano una violenza. Tali condotte, soventemente applicate dalla società patriarcale, si traducono in un quadro più ampio e complesso, ossia la cultura dello stupro, un paradigma culturale nel quale le violenze e gli abusi sono edulcorati e normalizzati attraverso l’erronea apposizione della sessualità alla violenza denunciata. Un'identificazione che ci conduce inevitabilmente a considerare “romantici” o “sexy” atteggiamenti oggettivamente violenti e/o abusivi (basti pensare alle molestie da strada, alle palpate indesiderate e talvolta, anche alle forme di violenza socialmente ritenute “più gravi”). Ed è qui che sostanzialmente entra in gioco la cultura dello stupro, la quale ci induce a pensare che sia possibile e pertanto anche accettabile che un uomo possa perpetrare violenza, in qualunque forma essa sia. È proprio attorno a tale normalizzazione che ruotano i processi di colpevolizzazione e ri-vittimizzazione a carico delle vittime, poiché impongono un cambio di prospettiva che induce la nostra società patriarcale a sobbarcare l'obbligo della prevenzione a chi subisce, anziché a colui che la attua. Basti pensare ai casi di Revenge Porn, nel contesto dei quali, si tende spesso a colpevolizzare la donna che ha inviato le foto anziché chi le diffonde senza la sua autorizzazione, spostando il focus dall'abuser alla vittima. Tali meccanismi fraudolenti non fanno altro che incentivare e preservare il potere del sistema patriarcale, annichilendo irrimediabilmente le vittime di violenza e in particolar modo quelle che decidono di denunciare. Il risultato è che le donne, in virtù di una subordinazione millenaria, sono costantemente silenziate, sminuite e rese drammaticamente invisibili. Accettare tali modalità significa essere parte integrante del problema e pertanto, anche colpevoli di una piaga sociale millenaria, l'oppressione di genere.Mi sono sentita colpevole, indubbiamente. Ma ho messo un punto ai miei sensi di colpa, una volta appresi i meccanismi che mi inducevano a sentirmi tale. Ed invito tutte le vittime a fare lo stesso.In quanto al fattore solidarietà, credo che quest'ultimo sia rilevante, ma non al punto da poter essere collocato sul piano di matrice di questa piaga endemica. Credo nella solidarietà trasversale. Anche l'idea che la solidarietà tra donne sia un passo obbligato è un costrutto sociale. Non sono solidale con le mie ex compagne di classe che mi hanno bullizzata fino a pochi anni fa. Non sono solidale con la donna che mi ha picchiata solo per aver denunciato suo figlio per istigazione al suicidio. Non sono solidale con una donna che mi considera “troia” per le mie condotte sessuali. Le donne, così come gli uomini, possono provare rabbia, astio, pregiudizio, invidia, indignazione o mostrare indifferenza dinanzi alle vicissitudini di altre donne. Dobbiamo sdoganare una volta per tutte questa concezione che l'amabilità e la benevolenza siano una prerogativa delle donne. Solo così avremo una società egualitaria, all'insegna del rispetto reciproco.
Perché c’è ancora tanta paura a denunciare?
Ci si rammarica spesso di fronte al fatto che le donne abbiano paura di denunciare o che si adoperino a farlo oltre i tempi prestabiliti, senza tener conto che, nel corso del proprio travaglio legale, si avverte la palpabile necessità di dover mendicare credibilità attraverso una serie di spiegazioni e giustificazioni implicitamente richieste. Io stessa, ancora oggi, sento fiatare sulla pelle l'effetto logorante del tentennamento, della flebile esitazione, l'impatto dell'incertezza che traspare dal volto del mio interlocutore quando mi ritrovo a condividere il mio vissuto. Ed è annientante cercare di mettere in luce tutte le spiegazioni plausibili, le ragioni e le motivazioni che mi abbiano condotta a finire tra le braccia dei miei aggressori. La mia storia è stata giudicata ingarbugliata, ambigua, ai limiti della credibilità. Pochi, davvero pochi, hanno accettato senza riserve quanto ho raccontato, perché dall'altra parte c'era sempre qualcuno travestito da diffidente dispensatore di credibilità pronto a rimproverarmi che sì, ero una vittima, ma...ma il movente è stata la mia ingenuità, non la malvagità del mio carnefice. La mia vulnerabilità, non gli atti del mio aguzzino. La mia eccessiva ambizione, non la sua brutalità. Allora ecco che, in un automatismo fraudolento mi prodigo a presentare con il massimo rigore le prove, gli screenshot, i video attinenti alle aggressioni subite, solo per cercare di dimostrare la flebile verità. Una verità che sarà accuratamente screditata con argomentazioni che si ridurranno al “Eh, ma però” - un'espressione che è non solo sbagliata dal punto di vista grammaticale e semantico, ma rende invalida una realtà sempre più ampia: la rivittimizzazione garantita da una cultura dello stupro sempre più diffusa. Seguiranno poi tutta una serie di disquisizioni intorno al fatto che sì, la violenza che hai subito è grave, ma “avresti dovuto evitarla”. Non importa quanto sia stato brutale l'abuso, non importa se hai cercato di resistere al tuo aguzzino, men che meno il numero delle costole rotte. La risposta sarà sempre la stessa: viviamo in un mondo a misura d'uomo e noi donne dobbiamo avere il buon senso di tenere a bada l'animale che ha tra le gambe. Come? Vestendoci in maniera adeguata, evitando di uscire di notte, evitando di uscire da sole, condividendo la nostra posizione GPS con la migliore amica, portando con noi uno spray al peperoncino, sviluppando il sesto senso, il dono dell'ubiquità se necessario, bevendo di meno, non fumando, non accettando un primo appuntamento o l'ultimo incontro chiarificatore, dotandoci di un radar e soffocando ogni minima traccia di libertà gentilmente concessa dal nostro sistema patriarcale. E tutto ciò, sempre tenendo a mente che “non tutti gli uomini sono uguali” e che, anzi, anche loro subiscono violenza, forse in modalità “più gravi e subdole” delle donne, considerando il numero delle notti trascorse a dormire in macchina perché le corrispettive mogli, incapaci di “accettare un tradimento”, decidono di cacciarli di casa, optando per una soluzione più umana dell'eventuale e “sempre più diffuso maschicidio”. Ergo, poniamoci due domande: perché continuiamo ad accettare implicitamente un sistema che sembra giustificare e prevenire la violenza? Perché è più facile addossare alle vittime la colpa della violenza che subiscono anziché attuare provvedimenti punitivi contro gli aguzzini? Perché consentiamo di cercare protezione piuttosto che lottare per un mondo in cui la sicurezza sia la normalità? Perché la violenza maschile perpetrata verso le donne non suscita più stupore, mentre i casi rari e sporadici di violenza commessa dalle donne sugli uomini sono considerati degni di attenzione e quindi inaccettabili? Chiediamoci tutto ciò, solo dopo saremo nella posizione di domandare alle vittime la ragione per cui temono di denunciare.
Qual è il senso della vita oggi per te?
Spesso si crede che la rinascita di una donna abbia origine lì dove finiscono le sue persecuzioni, e mio malgrado, io stessa sono stata divorata da questa erronea, benché legittima e motivata, convinzione. Mai come ora, e nello specifico a poco più di sei mesi dal mio trasferimento, mi rendo conto di quanto assurdo (traballante) e superficiale fosse il mio ragionamento, specie tenendo conto del fatto che ogni processo finalizzato all'elaborazione di un trauma e alla riaffermazione e ricostruzione dell'identità personale, richieda un profondo percorso di autoanalisi per recuperare quei frammenti di personalità dispersa e danneggiata dagli eventi traumatici della nostra vita. Si fa subito a incappare nella retorica del “lasciarsi il passato alle spalle”, quasi come se fosse possibile cancellare istantaneamente dal nostro destino, tutte le esperienze negative e le turbolenze della nostra vita, insieme ai preziosi insegnamenti che ne abbiamo tratto, proprio come su una lavagnetta magica. Ma spesso dimentichiamo che il percorso di rinascita individuale dovrebbe essere graduale, lento e meditato, piuttosto che drastico e repentino. E questo posso confermarlo “dall'alto” della mia esperienza personale, poiché, sebbene mi senta felice come mai prima d'ora, questo stato di improvviso cambiamento mi ha causato anche molta stanchezza e una significativa dispersione di energia di cui ho preferito non far parola con nessuno per non incorrere nel rischio di apparire ingrata o poco riconoscente nei confronti dello straordinario miracolo che sto vivendo. Allo stato attuale, mi rendo conto di essere una “privilegiata”, tuttavia è importante evidenziare quanto sia difficile passare da uno stato di stasi e impassibilità ad una condizione di estremo dinamismo e di feconda mutevolezza poiché è un lavoro che richiede non solo un'ampia capacità di adattamento, ma anche grande flessibilità ed elasticità mentale che, al momento, ritengo di non possedere. D'altra parte, parliamo di una donna che per molti anni ha vissuto all'interno di un paradigma ben consolidato, immersa in un clima di costante terrore, incline ad abitudini incrollabili, brutalmente imposte da un contesto di vita nel quale aveva smesso di riconoscersi e da cui, al contempo, aveva il terrore di uscire per ragioni dettate per lo più dalla paura di non essere altezza del bello che era nascosto dietro l'angolo. Oggi, con la più ferma consapevolezza, posso affermare che gli sguardi che ricevo in strada non sono più quelli di una volta, e che dietro labbra apparentemente minacciose, non si cela altro che un sorriso di approvazione. L'ispirazione creativa che dapprima mi aveva abbandonata e che pensavo sarebbe tornata repentinamente, una volta ultimato il trasferimento, sembra ancora essere un sogno lontano. A volte, per sbadataggine, dimentico di portare con me lo spray al peperoncino, trascurando rigorosamente di non averne più bisogno o, quantomeno, non per svolgere le azioni più normali e abituali come andare a fare spesa o buttare l'immondizia. Quando rientro a casa, le pareti del nuovo androne sembrano vuote, talmente vuote da alimentare in me il desiderio di imbrattarle con un encomio auto-centrato o, al contrario, con un'altra illazione di stampo sessista solo per ricordarmi chi ero e chi sono stata per gli altri e non dimenticare le mie origini; le stesse senza le quali, probabilmente, sarei diventata una persona di gran lunga peggiore di quella che prima ero per gli altri. Ma poi ricordo che le pareti sono perfette così, immacolate e vuote, e che nel più totale anonimato possono raccontarmi molto, svelandomi, in un patè di mistero ed enigmi, nuovi incontri ed esperienze. Domani tornerò a dare ripetizioni ai bambini per la prima volta dopo quattro anni. E l'universo sa quanto mai avrei pensato di poterlo dire di nuovo, almeno nella misura in cui voi siete testimoni di quanto abbia lottato per arrivare sin qui. Ordunque, giunti a queste conclusioni possiamo affermare senza esitazioni che ricominciare sia l'impresa più difficile del mondo; così come riappropriarci di quel “sé violato”, la cui sola intenzione - alimentata da un entusiasmo pressappoco ingenuo - ci spinge a credere che basti poco, davvero poco, per far sì che tutto questo avvenga entro il minor tempo possibile, senza scorciatoie o la necessità di espletare un lungo e arduo percorso di introspezione. Siamo in convalescenza: lentamente e dolorosamente siamo stati divorati, e altrettanto lentamente dobbiamo procedere per ricomporci e riappropriarci di ciò di cui siamo stati brutalmente privati. Ed è proprio ora che dobbiamo tirare fuori gli attributi e comprendere che l'unico strumento che abbiamo a disposizione risiede proprio nel mezzo; né in una zona comfort che ci consente di dormire adagiati sugli allori, né ancor meno in quel frenetico stato emotivo che, sapientemente nutrito dal nostro ego, ci illude di poter ottenere tutto e subito. Non possiamo riempire un pozzo vuoto senza prima procurarci una fonte d'acqua. E se noi stessi siamo assetati, sarà un'impresa difficile accorgersi che la fonte più vicina è proprio accanto a noi. Solo attingendo alla nostra fonte interiore - la nostra forza di volontà - potremmo avere un quadro più chiaro della situazione e una visione a lungo termine per poter lavorare con costanza e raggiungere i nostri obiettivi.
Oggi celebro con gratitudine ogni giorno per il fatto che molte cose che faccio oggi, fino a ieri erano solo un privilegio - ed estrema riconoscenza questa nuova Ilaria, della quale (sebbene sia ancora in fase di sperimentazione) non potrei essere più fiera.
Il mio consiglio è quello di non disconoscere mai quel passato che, apparentemente, sembra aver avuto la meglio sulla vostra anima frammentata. Dobbiamo ricordare sempre che il passato vola via, ma quei frammenti continuano ad esistere, tutto sommato. Dunque, abbiate il coraggio di essere frammenti! Per troppo tempo mi sono sentita estraniata dal mondo, privandomi della felicità che meritavo di avere. Adesso ho intenzione di riprendere in mano le redini della mia vita, con una visione più matura e responsabile, lontana dalle ingerenze di una società manipolatrice. Ho ripreso a ballare, attività che avevo smesso all'inizio di questa storia che ha praticamente distrutto gli ultimi due anni della mia vita. Continuerò a fare quello per cui sono nata: danzare, cantare, recitare, scrivere e mettere su carta il mio mondo interiore. Sto lavorando su diversi romanzi, tra cui "Al di là del bene e del male" - una trilogia paranormale, "L'alba dei morti di figa" - un saggio umoristico che analizza gli approcci degli uomini alle donne in rete, "Il diario di Coraline" - un romanzo sulle relazioni tossiche che affronta anche il tema dell'autismo, e "Sola contro tutti", un'autobiografia. Voglio mettere a disposizione la mia esperienza per coloro che si sentono intrappolati in un vortice, creando uno sportello psicologico a supporto delle vittime di violenza e, in futuro, anche battermi per un decreto e per l'inasprimento delle leggi a sostegno delle vittime di violenza. Non abbiamo bisogno di cambiare il nostro abito, solo di pene più severe nei confronti di chi pensa di vantare su di noi chissà quale primato. Come già esplicitato in diverse occasioni, ho intenzione di continuare a promuovere il mio libro anche nelle scuole, dove ho già tenuto diversi convegni. Inoltre, ho intenzione di riprendere a studiare recitazione e di cimentarmi anche nel cinema. Sogno da anni di lavorare al fianco di grandi nomi del cinema, come Alessandro Preziosi, Vittoria Puccini, Keanu Reeves e molti altri personaggi da cui non posso far altro che apprendere. L'amore non rientra tra i miei progetti al momento: l'unico amore di cui ho bisogno è quello che devo a me stessa.
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