IN UN LIMBO D’AMORE.

IN UN LIMBO D’AMORE.

Chi è mamma lo sa, sa che è difficile, che l’errore è sempre in agguato, dietro l’angolo. I figli ce li consegnano senza libretto di istruzione e non è vero che viene tutto semplice e naturale. Spesso non abbiamo risolto i nostri traumi e ce li trasciniamo inconsciamente riversandoli sui nostri figli. Io pensavo che bastasse agire con il cuore, che gli errori fatti per amore non pesassero tanto sulla bilancia dell’anima e invece non è così, spesso creiamo danni anche per eccesso di amore. Forse l’unica vera regola che mi è tornata utile nel mio percorso di mamma è stato imparare a fare un passo indietro ma sempre e comunque nel rispetto dei ruoli. Un po’ come Tarzan e Jane, è importante definire i ruoli: Io mamma, Tu figlio.

 

“In un limbo d’amore” di Diamante Faggiano, edizioni Il Papavero, è un romanzo di formazione. La protagonista ci accompagna in un viaggio a ritroso nel tempo per ripercorrere gli episodi più significativi della sua vita, rendendoci partecipi della sua profonda analisi introspettiva. Quella di Elsa è una dolorosa storia di incomunicabilità tra madre e figlia, ognuna barricata nelle proprie emozioni, con i propri traumi, le proprie imperfezioni. Magistrato, quarantun’anni e ancora si sente sbagliata, inadeguata, non adatta a stare in trincea: “c’è sempre qualcuno o qualcosa da combattere, zaino in spalla, un pezzetto di cioccolato ogni tanto, schivi i colpi e speri di non essere il prossimo.” Sin da quando era bambina Elsa si è sentita “diversa” e questa diversità l’ha segnata per tutta la vita, da un lato spingendola a superare se stessa, dall’altro rendendola abile a farsi il vuoto, affettivo ed emozionale, intorno.

 

IL LIBRO

Il romanzo della Faggiano, “In un limbo d’amore”, narra la complicata storia della vita di Elsa, una bambina ambiziosa che risente del mancato abbraccio della mamma. Abbraccio inteso come esplicita presenza affettiva: tutto per la mamma sembrava ridursi al sostentamento concreto, cibo, vestiti, privandola proprio di ciò che veramente conta, il nutrimento affettivo. A questo ci pensava il padre, l’uomo che nella vita avrebbe dovuto indicarle la strada era diventato l’abbraccio del conforto, il surrogato della mamma. Potevano in qualche modo i problemi relazionali di Elsa, con i compagni di scuola, con l’amica Lucrezia, con il primo fidanzatino, con il marito, ma soprattutto con se stessa essere ricondotti all’infanzia? Al rapporto con la mamma?

Un chiarimento in tanta confusione, in silenzi malsani e nel contrasto come unico mezzo possibile (seppur sbagliato) per relazionarsi, è di importanza vitale, ma come spesso accade, per Elsa sembra essere troppo tardi, la mamma è malata, ha l’Alzheimer, ma è pur sempre viva. Elsa, mentre la accudisce, decide di scriverle per tentare di curare le sue ferite emotive e per fare pace con i demoni che si è portata dentro per tutta la vita, quelli che lei chiama “La mia spada di Damocle, il mio tallone d’Achille, la mia diversità”. Alle intense pagine bianche vestite d’inchiostro la ragazza affida il suo dolore, intravedendo come unica responsabile la mamma incapace di comunicarle amore. Racconta della sua infanzia, dei suoi giorni felici con la nonna, della sua adolescenza vissuta all’insegna dell’insicurezza, della paura di non valere niente e dell’invidia verso chi aveva una famiglia e, soprattutto, una madre amorevole. Attraversa gli anni dell’università, la laurea in giurisprudenza e i traguardi raggiunti con la costanza, il sacrificio e la sua brillante intelligenza. Quelle pagine, però, sono anche e soprattutto intrise d’amarezza per quella madre che non l’ha mai stimata e che non l’ha mai lodata, scavando un abisso nel suo cuore che ha minato ogni sua futura relazione. Immersa nella scrittura la nostra protagonista guarda coraggiosamente in faccia i suoi demoni, le sue insicurezze che l’hanno perseguitata da sempre. «Io sto continuando, cara mamma, il cammino attraverso la mia storia, per ritrovarmi, per riconoscermi, per accettarmi. Mi fa sentire meglio recuperare piccoli ricordi lontani o rimossi e, soprattutto, recuperare le emozioni connesse, riuscire a dar loro un nome». Sarà questo l’ultimo tentativo per cercare di guarire dalla sua bulimia affettiva, dalla fame d’amore che l’ha ossessionata da sempre. Elsa riesce così a lenire le sue ferite guardandosi dentro e accogliendo le sue ombre; un percorso doloroso e necessario che le permetterà di perdonare sua madre e di seppellire i sensi di colpa e il rancore, per potersi abbandonare finalmente all’amore.

 


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