AVVERTIMENTI A MIO FIGLIO.

AVVERTIMENTI A MIO FIGLIO.

Le madri precorrono i tempi, hanno questa capacità, spesso innata, per poter seguire i figli, per poter “stare al passo”. Sono mediatrici tra il passato e il futuro. Con saggezza estrapolano le esperienze dal valore universale affinché i figli le usino come pietra angolare sulla quale edificare. Ognuna attinge da ciò che ha, da ciò che ha appreso dal proprio mondo, dalla propria realtà, ma le esperienze e gli “avvertimenti”, come Cristo ci ha insegnato, sono come semi, «una parte cadde lungo la strada; e gli uccelli vennero e lo mangiarono. Un'altra cadde in un suolo roccioso dove non aveva molta terra; e subito spuntò, perché non aveva terreno profondo; ma quando il sole si levò, fu bruciata; e, non avendo radice, inaridì. Un'altra cadde fra le spine; le spine crebbero e la soffocarono, ed essa non fece frutto. Altre parti caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno»

 

“Avvertimenti a mio figlio” di Grazia Maria Riola, edizioni Il Papavero, quarto volume della collana “Orme della Libertà” diretta da Pier Ernesto Irmici, è la preziosa eredità lasciata a Pasquale Stanislao Mancini, patriota, giureconsulto, politico, ministro, importante liberale del nostro Risorgimento, dalla sua adorata madre. Un documento prezioso ed estremamente attuale, che lascia intravedere la biografia intellettuale di una donna eccezionale e di grande cultura che esercitò un’azione fondamentale sulla formazione del Mancini. Gli “Avvertimenti” furono pubblicati postumi dalla nipote Grazia e rappresentano un esemplare testimonianza di concretezza dell’amore materno, che fa riflettere sulla centralità del ruolo delle madri. Ma la Riola non era una donna qualunque, era una donna straordinaria, a modo suo una ribelle e, come tutte le donne che non abbassano il capo, estremamente sola.

 

IL LIBRO

“Avvertimenti a mio figlio” è la voce di una madre che non può essere fisicamente presente e cerca di condensare in una lunghissima lettera tutto ciò che avrebbe voluto trasmettere al figlio negli anni della crescita, della sua formazione. È un testo strutturato per argomenti come per invitarlo a rileggere più volte e a riascoltare la voce materna al momento giusto, nella circostanza giusta e per comprenderlo basterebbe leggere l’indice del manoscritto: Della Religione, Dell’amor di se stesso, Del governo dell’animo, Delle virtù domestiche, Dello stato coniugale, Delle virtù private, Della conversazione, Delle virtù pubbliche, Della vera letteratura, Della vera nobiltà, Della vera gloria. Ma per comprendere la grandezza di questo testo che incarna corpo/mente/spirito di una donna straordinaria, è necessario dare uno sguardo alla sua vita. Grazia Maria nasce nel 1790 a Montefusco (AV), in un’agiata e nobile famiglia, studia presso un Monastero di San Giorgio del Sannio e poi dai sedici anni, come autodidatta, perfezionando francese, canto e la bella letteratura, con l’approfondimento soprattutto dei classici, che le consentiranno la maturazione di una coscienza umanistica. A 26 anni, nel 1816, sposa l’avvocato Francesco Saverio Mancini, uomo colto e di nobile famiglia, che esercitava l’avvocatura a Napoli, un uomo più grande di lei di 27 anni. Grazia Maria, probabilmente, vide in lui la possibilità di frequentare i salotti napoletani, luoghi privilegiati dello scambio e del confronto culturale, della conversazione colta e dell’incontro mondano. Non fu così. Mentre il marito continuava frequentare Napoli, lei fu reclusa nella tenuta di Castel Baronia (AV) dove ebbe come unici compagni di vita i maestri invisibili di tutti i tempi che le parlavano attraverso i libri della ricchissima biblioteca del palazzo: da Seneca a Tacito, fino a quelli romantici e illuministi, sia italiani che stranieri. Legge con attenzione Grazia Maria, fervida cattolica, finanche Voltaire e i libri messi all’Indice, perché la cultura non deve avere nessun tipo di barriera. Quando nacque il suo unico figlio, Pasquale Stanislao Nunzio, la Riola iniziò a dedicarsi totalmente a lui insegnandogli fin da piccolissimo il francese, la storia, la geografia, la matematica, le basi della musica. Si rese subito conto che quel bambino aveva una marcia in più e non poteva assecondare il sogno del papà: diventare il signorotto di Castel Baronia. Fu così che Grazia Maria trovò il coraggio di ribellarsi al marito e lo convinse a lasciare che frequentasse il seminario di Ariano Irpino, per approcciare gli studi umanistici e, successivamente, visti gli eccellenti risultati, iscriverlo al liceo del Salvatore di Napoli dove fu seguito da uno zio materno, l’avvocato Giovanni Battista Riola, importante magistrato di idee liberali. È così che questa donna forte, coraggiosa, colta, rivoluzionaria, si condanna ancora una volta alla solitudine estrema, ma, questa volta, per sua scelta, per amore del suo unico figlio.

 

SINTESI DI VALORI

“Avvertimenti a mio figlio” è dunque una sintesi di valori sotto forma di consigli che la Riola ha potuto strutturare e sintetizzare grazie alla sua vasta conoscenza di autori classici dell’antichità, mediata dalla sua forte sensibilità e intelligenza. Per Pasquale Stanislao Mancini, oltre a costituire il filo rosso, cordone ombelicale, che lo univa alla madre è stato una preziosa guida, avendogli consegnato vere e proprie linee-guida su come impostare la sua vita, anzitutto nei principi morali ed etici, quindi in ambito privato e pubblico. Rocco Colicchio (presidente emerito di sezione della Corte dei conti, scomparso il 22 settembre 2022), nella prefazione lo definisce “Un durevole monumento del più caldo ed ineffabile amore materno […] Scorrendoli, - seguendo le sue parole - si ha la sensazione che essi racchiudano misteriosamente un immenso apparato del sapere umano, un corpus culturale del mondo occidentale: dalla Bibbia ai contemporanei. Uno stile che rispecchia la personalità di Grazia Maria Riola-Mancini, ovvero un modello di vita vissuta all’insegna dell’umiltà, del riserbo e della modestia. Vivere significa esplorare con curiosità il diverso e trattare con esso, confrontarsi con chi diverge negli interessi, nei gusti, nelle aspirazioni, nei valori. Vivere, significa ancora evitare rotte di collisioni ideologiche e perseguire soluzioni partecipate e condivise per raggiungere con mitezza sintesi comuni e più elevate”.

 

 

 

 

 


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