Lucio Battisti.

Lucio Battisti.

Cantautore, compositore, polistrumentista, arrangiatore e produttore discografico italiano. Considerato uno dei maggiori cantautori italiani, ha inciso in carriera 20 album in studio realizzando vendite per 25 milioni di dischi.

 

Mai nessuno come lui è riuscito a prendermi per mano per così tanto tempo. È impossibile non amare la sua voce nasale, così particolare e inconfondibile. Impossibile non conoscere a memoria almeno quattro o cinque brani, inaccettabile non averli cantati a squarciagola con l’amata di turno, gli amici, durante una festa, o davanti a un falò sulla spiaggia. Cosa mi piace di lui? Il melting pot tra riff d’effetto, voce afona, padronanza dello strumento, melodie orecchiabili e testi amorevoli. Quelli di Giulio Rapetti.

      In pochi sanno che il grande autore di Poggio Bustone era un esperto di potature di alberi d’alto fusto e un appassionato di immersioni.   

Non saprei dire quale sia il brano preferito. Negli anni è cambiato a seconda dell’umore, dei sentimenti, della storia della vita, dei drammi, delle passioni. Di sicuro il compositore Rietino mi ha accompagnato tra gioie e dolori. Il mio canto libero è una delle insostituibili. Il riff in Sol, Si minore Do settima con doppio bending up e down, che anticipa il brano, è una chicca virtuosistica da intenditori, così come la pennata in stoppin’ seguita da due colpi di plettro quasi contrappuntistici de Il tempo di morire. Il riff è spettacolare perché ha un sound bluesy che si arrampica con un intervallo di quarta Do Fa Do, così come il meraviglioso ritornello de La luce dell’est, anticipato da una pennata hard all’acustica, in bilico tra ballad intimista ed esplosione melodica, così come il ritmo southern de La Canzone del Sole che gira sugli stessi accordi di Back in Black, così come il rock semplice in quattro quarti de Con il nastro Rosa che nella seconda strofa sfoggia un pattern all’elettrica con distorsore. Così come tutto quello che ha scritto.

Posso azzardare, se me lo permettete, e forte di oltre trent’anni di studio, che la differenza tra il passato e il presente in parte si fonda sulla padronanza dello strumento, sullo studio costante, sulla conoscenza, sulle ore passate a ripete e ripetere. È lì che nasce il guizzo, la frase inventata, l’arrangiamento. È da lì che si parte. Tutti hanno rubato da qualcun altro modificando, trasformando secondo il proprio gusto e il cuore. Tutti si sono innamorati di una melodia o di un ritmo. Battisti prima di avere la voce aveva l’estro del chitarrista.

Diciannove i lavori sfornati di cui il più venduto fu Una donna per amico con un milione di copie. L’album uscì nel settantotto quando io avevo quattordici anni. Ricordo le compagne di classe del primo anno delle superiori. Venivano a scuola con il long playing sottobraccio. Erano già donne quando noi invece non eravamo ancora nemmeno bambini. A quei tempi si ascoltava tutti insieme in una sorta di comune musicale. Si ascoltava in silenzio, poi si ripetevano i testi cercando spunti per conoscere meglio la vita dell’autore, quello che voleva esprimere, i fazzoletti sentimentali nascosti tra le pieghe del brano. Infine, si leggevano le note di copertina. Le ragazze ci guardavano dall’alto in basso. Preparate, colte, inarrivabili. Infastidite dalla nostra puerile presenza. Infastidite da quei mocciosi che si capiva che non capivano.  

Fu un pomeriggio a casa di una nostra compagna che scoprii che Una donna per amico era stato prodotto e registrato a Londra. Mi ero chiesto spesso senza risposta chi fosse quella bellissima bionda in copertina. Le labbra carnose, il naso accennato, il cappotto bianco, la mano destra alzata come a chiedere attenzione all’autore che invece beve assorto. Sul tavolino diverse tazze, una bottiglietta da un quarto con margherite colorate. Sale e pepe.

Quel pomeriggio c’era anche lei, Daniela. La compagna di classe di cui mi ero preso una cotta. Una moretta che vestiva in modo sofisticato. Capelli lisci e lunghi. Mi ricordo i suoi foulard. Ogni giorno uno diverso. La busta di Fendi esibita come un orpello inutile, quando invece si capiva che non era così. Aveva un anno più di me, ovvero un abisso. Ovvero la distanza tra la cometa di Halley e la terra, tra una donna e un imbecille. Del tipo, ti permetto di guardarmi ma sappi che al massimo potrai essere uno scendiletto. Un cretino che cambia lato al disco. Uno che doveva sbavare senza sbavare, perché la bava le avrebbe sporcato le scarpe. Ai suoi occhi non ero nemmeno un imberbe segaiolo, ero il prologo del prologo di un ragazzino col testosterone che aveva sì e no capito che esisteva la vita. A quei tempi ascoltavo molto e non sapevo. Ascoltavo senza avere il coraggio di farmi avanti. La mia storia è uguale alla storia di molti, quasi tutti. Talmente uguale che al solo pensarci mi viene la nausea. Quelle che mi piacevano non mi filavano e quelle che mi venivano dietro non mi interessavano. È dal Big Bang che questa cosa va avanti così. Uomini e donne vivono una vita sentimentale in corsa, alla ricerca di qualcosa che gli sfugge, sfuggendo a quello che non li interessa.

Il pomeriggio esordì con alcune fette di torta e un tè. Eravamo sì e no una decina. Quando la padrona di casa andò via, le ragazze si misero a fumare con fare navigato. Me ne feci dare una. Era la prima della mia vita. Sperai che Daniela mi osservasse e mi valutasse meglio di quello che non ero mai stato. Mi guardò con sufficienza come si guarda uno di cui si è compreso tutto ancor prima che faccia una sola mossa. Accesi con fare consumato e diedi due, tre tirate, poi la nausea mi strinse il collo. Poggiai la sigaretta da qualche parte e scappai mesto sul balcone. L’aria mi fece bene e ripresi colorito. Lei rimase a godersi il salotto e le prime note del brano. Tranquilla mentre si accarezzava il foulard. Lo sguardo perso, il cipiglio della donna matura anche se aveva solo quindici anni. L’aria di una convinta di sapere tutto, quando invece come tutti noi le mancava ancora molto.

Qualcuna delle ragazze aveva deciso che quel convivio sarebbe esordito con un brano storico del grande Lucio. Un pezzo in Si minore settima. Un pezzo che racconta come sempre di una rincorsa sentimentale. Lui sta con lei ma pensa all’altra. La puntina cadde sul vinile e il fruscio anticipò le prime note del pianoforte.  

Io lavoro e penso a te

Torno a casa e penso a te

Le telefono e intanto penso a te…

La guardai sperando che mi guardasse, ma lei fissava il vuoto davanti a sé. La voce di Battisti che proseguiva tirandomi fuori tutto il sentimento fino allo stacchetto di una croma in do, accordo, croma di Sol settima e accordo che varrebbe quasi tutto il brano.

     È troppo grande la città…

    Per due che come noi…

Mi sono sempre chiesto quale dramma sentimentale avesse travagliato Mogol per fargli scrivere parole così profonde.

   Scusa è tardi… e penso a te…

   T’accompagno… e penso a te…  

Quindi il crescendo di pianoforte che dà l’esordio al coro, alla batteria e a tutta la band. Ho scoperto un video in bianco e nero del settantadue con un Battisti al pianoforte tra ombre e luci. Un’esecuzione meravigliosa. Lui col viso delicato e triste, poi la smorfia ad accentare il cambio di struttura musicale e subito dopo un gesto col braccio. Guardai Daniela sperando che capisse qualcosa che mi resi conto nel tempo, aveva ben capito. Umanamente uomo era stato pubblicato sei anni prima di quel pomeriggio e io lo conoscevo bene senza averlo mai detto a nessuno. Lo conoscevo bene perché avevo fatto mie quelle splendide parole che speravo, un giorno di poter sussurrare all’amata. C’erano almeno altri due brani che mi piacevano di quel leggendario album. I Giardini di marzo e Innocenti evasioni.

Una biondina amica della padrona di casa scelse per quest’ultimo. Il pezzo esordisce con una tastiera, poi la chitarra con quel ritmo articolato, quindi la voce. Anche questo perfetto per raccontarle quello che mi frullava nel cuore, ma che invece sarebbe rimasto lì per l’eternità.

Dopo un po' Daniela si alzò e senza dire nulla si vestì in fretta, come si fosse ricordata di un appuntamento. Se ne andò salutandomi con una carezza. Scoprii tempo dopo che un uomo molto più grande l’aspettava tutti i pomeriggi e capii al volo che avrei atteso inutilmente. Continuai a osservarla in classe. Eterea, sofisticata, distratta, taciturna. Poi cambiai scuola e non la vidi più. In compenso i dischi del grande Lucio continuo a sentirli, a suonarli a cantarli con l’animo di quei giorni. Con l’animo bambino che voleva diventare grande presto.

Ieri mentre scrivevo questo pezzo, mi sono bevuto un paio di calici di un vino che avevo abbandonato in cantina. Un primitivo Sellato dop di quattrodici gradi dal colore violaceo e profumi intensi. Frutta rossa e sentori di cioccolato. Affinato per dodici mesi in grandi botti, mi ha lasciato un retrogusto al palato di mora. O almeno questo è quello che mi è arrivato. Prodotto in una zona che anno dopo anno sta diventando sempre più prolifica e famosa. L’altopiano delle Murge Pugliese, Gioia del Colle e i paesini limitrofi nonché il Salento, ci stanno regalando ormai da anni vini straordinari. Strutturati e di grandi profumi.

 


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