Abbiamo il serbatoio pieno, mezzo pacchetto di sigarette, è buio e portiamo tutti e due gli occhiali da sole…
È così che esordisce una delle più incredibili cavalcate on the road della storia del cinema. Jake “Joliet” ed Elwood, i Blues Brothers, dovranno masticare la strada e arrivare in tempo all’ufficio tasse dell’Illinois per evitare che chiudano l’orfanotrofio dove sono cresciuti. Indossano i Ray Ban Wayfarer e sono al volante di una Dodge Monaco con un motore V8 da quattrocento cavalli. La leggendaria bluesmobile.
Se vi dicessi che l’ho visto trenta volte ci credereste? Beh, credeteci e ogni volta mi sono divertito! Ho il cd originale della colonna sonora e l’album commemorativo registrato al casinò di Montreux il dodici Luglio dell’ottantanove. Ho diversi bootleg che catturano le esibizioni dei fratelli e soprattutto ho letto due volte “Chi tocca muore” l’incredibile, variopinta biografia del grande John Belushi morto per uno speedball di eroina e cocaina allo Chateau Marmont di West Hollywood. Biografia scritta da una leggenda giornalistica americana. Quel Bob Woodward del Washington Post che insieme a Carl Bernstein condusse la storica inchiesta sullo scandalo del Watergate che portò alle dimissioni del presidente Nixon.
Ho voluto parlare del film, per parlare della colonna sonora che racchiude undici indelebili pezzi della storia del rhythm’n’blues, che ci hanno fatto sognare, ballare e piangere. Dieci pezzi che raccontano la dura vita degli afroamericani negli States. Dieci pezzi che hanno consacrato la storia della musica americana nel mondo, più uno inglese. Steve Winwood e la sua Gimme Some Lovin’.
Ma partiamo da uno dei momenti che preferisco. Jack ed Elwood arrivano al Palace hotel che altro non è che il Palladium di Hollywood. Soli contro tutti, devono bypassare la polizia, la band country, i nazisti e il proprietario del locale dove hanno suonato e a cui devono soldi. Soli contro tutti dovrebbero cantare ma non è facile.
Il grande Cab Calloway che nel film è il mentore dei giovani orfanelli, li nota nascosti tra le tende e dà l’avvio all’incredibile, leggendario intro della famosa hit di Otis Redding I Cant’ turn you loose. Velocizzata dai Blues fino a centonovanta battute in re maggiore quattro quarti. Nove secondi spaccati dove il giro di basso di Donald Duck Dunn si impone, ed esplode la sezione fiati con una minima di fa diesis tre crome e una semiminima. Alan Fabulous Rubin alla tromba, Tom Bon Malone al trombone e Lou Blue Marini al sassofono ci regalano un giro spettacolare di poche note dove la pausa in battere fa la differenza, mentre il loop ammazza imbecilli ti fa bruciare i piedi a terra. Ho visto e rivisto il video ma non sono riuscito a capire se il tenore di Marini fosse un Selmer. Di certo il bocchino in acciaio sembrerebbe un Dukoff o un Berg Larsen o magari un Dave Guardala. Poi il piano elettrico e di nuovo il crooner che si lancia nella presentazione dei fratelli e all’improvviso appaiono loro. Elwood ha una valigetta da cui estrae un’armonica. Jack fa un salto mortale e la sala cade in un silenzio di tomba.
One, two, three, four e parte il brano che li rappresenterà per sempre. Everybody needs somebody to love fa la sua prima apparizione in un album di Solomon Burke nel sessantaquattro, ma saranno le parole di Dan Aykroyd che me la faranno conoscere.
Siamo lieti di vedere stasera tanta simpatica gente. Un caldo saluto in particolare ai rappresentanti della legge di questo stato che hanno deciso di unirsi a noi qui nella sala grande del Palace hotel…
Il brano venne eletto come manifesto rivoluzionario del movimento punk, perché rappresentò da subito il proletariato di tutto il mondo. Quello che si batteva contro i potenti i prepotenti e i razzisti. Quello che il mondo avrebbe conosciuto qualche anno dopo le lotte studentesche.
Come sempre mi soffermerò sui brani a macchia di leopardo. Partiamo allora da Shake a Tail Feather, cantata da Ray Charles che si diletta anche nel meraviglioso intro al piano elettrico. Nasce come un lively pop rock in sol maggiore a cento cinquanta battute, ma in mano al vecchio maestro di Albany, si trasforma in un Jump rhythm’n’blues.
E che dire della intramontabile Sweet Home Chicago di Robert Johnson? Per farcela amare basterebbe solo l’incredibile riff di chitarra. Quello che esordisce con un glissato sulle note do la, per poi ripetere tre terzine corte in sequenza, seguite da un bending di ritorno. Ammetto che negli anni mi sono divertito molto a suonarla con l’acustica. È decisamente più ostica che con l’elettrica, ma lavorandoci sopra ci si riesce ad avvicinare a qualcosa di decente.
Non posso di certo scordare l’esibizione della titolare della tavola calda. Pane bianco e sette polli fritti… Quell’Aretha Franklin che spolvera uno dei grandi pezzi del soul che è anche un leggendario inno alla libertà femminile, scritto a quattro mani con Ted White. Think è in mi bemolle maggiore a cento venti battute. Definito inizialmente come un funky pop, esordisce con uno spettacolare intro di piano quattro battute fuori. Mano sinistra che fa quello che ti aspetteresti dalla destra, ovvero un articolato esercizio tra crome e semicrome, mentre la destra batte il tempo tenendo l’accordo con quella scelta geniale di raddoppiarlo alla fine e all’inizio della battuta. Cavolo, un’invenzione ritmica spettacolare.
Oppure Minnie The Moocher, Minnie la scroccona. Brano di scat jazz, famoso perché Calloway ad ogni esibizione s’inventava qualcosa di impronunciabile coinvolgendo il pubblico nella famosa chiamata e risposta tanto cara al gospel e allo spiritual.
La pellicola si porta dietro una valanga di aneddoti e situazioni al limite. Si racconta che John Landis abbia copiato la scena del film: Continuavano a chiamarlo Trinità, quella in cui Bud Spencer e Terence Hill sono al ristorante e fanno casino disturbando i clienti coi loro modi cafoni. Le riprese furono quasi interamente girate a Chicago, la città dov’era nato Belushi e questo non fu un bene, perché l’attore a quei tempi già pesantemente dipendente dalla cocaina, trasformò in poco tempo il set in un centro di spaccio. Aykroyd ufficializzò che parte del budget era investito nell’acquisto di stupefacenti. Le continue feste notturne a base di alcol e droga rallentarono pesantemente i tempi di marcia, costringendo la produzione ed assumere una guardia del corpo per Belushi che raccontò anni dopo, che l’attore bazzicava continuamente i paraggi dello stadio del baseball dove si sballava con chiunque gli offrisse qualcosa. Sul set venne inaugurato il Blues Club, un bar aperto ventiquattro ore al giorno dove si poteva acquistare qualsiasi tipo di droga in commercio. Carrie Fisher a quei tempi fidanzata di Dan Aykroyd fu incaricata di tenere lontano Belushi dai suoi vizi, ma la situazione nei mesi delle riprese peggiorò fino a un punto di non ritorno. Quel punto si toccò il giorno in cui il regista John Landis entrò nella roulotte dell’attore dopo che l’avevano atteso per ore e lo trovò in stato confusionale davanti a una considerevole quantità di cocaina. Spazientito la buttò nel bagno sotto gli occhi atterriti di Belushi che lo aggredì con violenza. Il resto è storia e vita.
Oggi vi parlo di un vino sofisticato. Il 5 stelle Sfursat è allevato in Valtellina da uve di Nebbiolo di montagna, resistenti alle situazioni climatiche estreme. Un vigneto che dà il meglio nelle annate difficili. L’ho bevuto solo un paio di volte e sono rimasto particolarmente soddisfatto. Tre cose mi catturarono. Una struttura forte e decisa. Gradazione importante oltre i quindici gradi e profumi intensi che si sprigionano appena aperta la bottiglia. Sono uno di quelli che prima di far decantare, si sbevazza la punta di un bicchiere appena aperta la bottiglia per godere della violenza dell’alcol e dei tannini. Questo tipo di assaggio che definirei brutale, l’ho scoperto frequentando alcuni viticoltori maremmani produttori del Morellino.


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