Da ragazza sono cresciuta con la testa nel vento come la maggior parte dei miei coetanei dei mitici anni ’80. Il che non vuol dire con la testa vuota, piena d’aria, ma vuole indicare la sensazione di leggerezza e di libertà che ha contraddistinto i ragazzi di quegli anni. Leggerezza che non era sinonimo di superficialità (Dio solo sa quante domande esistenziali, spesso senza risposte e le tragedie per un compito andato male). La libertà, invece, ti apparteneva intimamente come senso di ribellione verso un’educazione troppo stringente, verso il conformismo. Una libertà che ti spingeva ad osare anche quando il terrore di un’interrogazione, o di essere sorpresa con il ragazzino che credevi di amare, prendeva il sopravvento. Era lo stesso vento che ti inebriava quando correvi (si fa per dire) sulla Vespa senza casco, quando stesa sull’erba bagnata di rugiada sentivi le sue dita che ti sfioravano i capelli e lo sguardo si perdeva tra le nuvole. Lo stesso vento che si nutriva di piccole cose per diventare brio e divertimento. Lo stesso vento che diventava musica.
“AVRÒ CURA DI QUEI GIORNI” di Max Della Porta, edizioni Il Papavero, è un libro che parla anche di me e di tutti quei ragazzi (consentitemi il termine) che come me hanno vissuto gli anni più belli della loro vita in quel tempo mitico, unico e intramontabile, che viene etichettato come anni ’80. Quel tempo e quel luogo, è ben definito da Max nella quarta di copertina “Ci sono luoghi che non lasceremo mai. Hanno dentro la luce del mattino, il primo giorno di vacanza, il sapore buono del latte al cioccolato. Ci sono stanze piene di lettere sui quaderni, di sigle alla tv, di canzoni alla radio. C’è una cartella da riempire, Supersantos da calciare. C’è “Goldrake, avanti” mentre è pronto da mangiare. C’è il fumo di una sigaretta, una risata, il fuoco acceso. E una porta di legno che avrà cura di tutto.” Di quegli anni parla il nostro autore e lo fa come è nel suo stile, con ironia, senso dell’umorismo e un velo di nostalgia.
IL LIBRO
Nonostante sia un libro che amo visceralmente, mi è difficile parlarne. Perché? Semplice, perché i miei ricordi intimi e il racconto della mia vita prendono il sopravvento e si integrano e confondono con i racconti di Max fino al punto che, una volta chiuso il libro, non so più cosa ho letto e cosa ho vissuto. Eppure si potrebbe dire che nulla accomuna le nostre vite, ma non potrebbe che essere così. Sfido tutti (al di là degli anni in cui sono nati e cresciuti) a leggere questi racconti e a parlarne con distacco. Non ci riuscirete, non potrete fare a meno di confrontare gli aneddoti da lui narrati con i vostri. “AVRÒ CURA DI QUEI GIORNI” è una frase che intimamente ci appartiene e dobbiamo farlo davvero, dobbiamo avere memoria, perché è solo a distanza di tempo che diventeremo consapevoli di quei giorni, giorni in cui eravamo felici e non lo sapevamo. Non lo sapevamo anche perché eravamo impegnati a viverla la felicità, non a quantificarla. Non lo sapevamo perché le emozioni le vivevamo tutte all’ennesima potenza: l’amore per quel sorriso catturato per gioco, per quel bacio rubato, il terrore per l’interrogazione e la disperazione per un compito andato male. Nella mia breve introduzione ho citato il vento, è lo stesso vento che nel libro di Della Porta è incarnato dalla musica, musica che diventa vera e propria colonna sonora. Canzoni ascoltate dalle musicassette, registrate in proprio direttamente dai vinili e ascoltate con gli amici. E come scrive Giuseppe Centrella nella prefazione al libro “[…] In certi momenti la lettura è quasi sopraffatta dal volume della musica, di quelle canzoni cantate a squarciagola, vestiti con quegli abiti che la generazione di Max amava indossare come elemento distintivo per scrollarsi di dosso le mode obsolete del passato. Mode innocenti, che però scatenavano gli atteggiamenti inquisitori degli adulti.” E mentre la musica si ascoltava con le musicassette (il mangianastri che fagocitava realmente il nastro, le matite per riavvolgerlo e tagli minuziosi e nastro adesivo per recuperare il recuperabile), le telefonate si effettuavano esclusivamente con il telefono di casa o in cabina con i gettoni. A quei tempi i nonni erano nonni, il punto cardine intorno al quale ruotava la famiglia, “una forza della natura” come li definisce Max e le nonne in cucina, soprattutto a noi ragazzi del sud, non facevano mancare veramente nulla. Mangiare era una priorità e se non eri paffutello, bianco e rosso, eri sciupato. “Mia nonna” racconta Della Porta “Amava arrostire qualunque cosa le capitasse a tiro: attraverso le sue mani sapienti, ogni tipo di carne veniva massaggiata nell’olio d’oliva, salata e giustiziata sulla brace. Il sabato pomeriggio andava dal macellaio e se ne tornava con due bustone piene di primo e secondo taglio. All’epoca, dalle nostre parti non si parlava di veganesimo, ma se a casa mia si fosse presentato un vegetariano, sicuramente sarebbe finito sui carboni ardenti e servito in tavola.” Erano i mitici anni ’80.
IL LUOGO DOVE NASCEVANO I SOGNI
Centrella ha definito Max l’uomo dei sogni e della coerenza. E parlando di quegli anni li definisce luoghi: luoghi dove nascono i sogni. Sogni e coerenza sono il tratto distintivo di molti di noi. Gli anni ’80 erano gli anni dei luoghi reali, dove l’unica rete possibile era concreta, vivibile attraverso tutti i nostri sensi, dal tatto al profumo. Dove i giochi semplici e innocenti erano portatori sani di emozioni. Dove non c’era tutta questa tecnologia ma la fantasia sopperiva magistralmente a questa mancanza. Io ricordo ad esempio (ecco che non resisto e l’Io prende il sopravvento) che, non esistendo i cellulari e i messaggini, il ragazzino che frequentavo all’epoca mi mandava la buonanotte facendo squillare per tre volte il telefono di casa e mio padre inevitabilmente borbottava “Se scopro chi fa questi scherzi…”. Il buongiorno, invece, era affidato a un lungo nastro rosso che lui mi aveva sciolta dai capelli per legarlo su un palo della luce così che la mattina, andando a scuola, nel vedere il nastro al vento, potessi pensare a lui… e il cuore mi esplodeva d’amore.
https://catalogo.edizioniilpapavero.it/home/385-avro-cura-di-quei-giorni.html


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