BLUES JAZZ ROCK POP.

BLUES JAZZ ROCK POP.

Il blues trae origini dai canti delle comunità di schiavi afroamericani nelle piantagioni degli stati meridionali degli Stati Uniti d'America (la cosiddetta “Cotton Belt”). La struttura antifonale (di chiamata e risposta) e l'uso delle “blue note” apparentano il blues alle forme musicali dell'Africa occidentale. Il termine deriva dall’inglese “to feel blue”, ossia, “sentirsi malinconico”.
A partire da queste umili origini, il blues e varie altre 'correnti' musicali, crebbero sino a diventare la forma di musica popolare più registrata al mondo, influenzando fortemente, o addirittura nascere, molti degli stili della musica popolare moderna.

Mi ricordo qualche sera fa una chiacchierata con mia moglie Laura, l’amore della mia vita. La padrona puntualizzava per l’ennesima volta il fatto che era impossibile trattare musica con il sottoscritto. Il rimbrotto prendeva spunto dal fatto che un amico mi aveva chiesto un’opinione in merito all’acquisto di un impianto stereofonico e io ero, ahimè, partito per voli pindarici spaziando a destra e a manca.

Oggi prendo spunto da quello di cui mi accusava, per parlare di altro e faccio due passi fuori dal solito cliché della rubrica lanciandomi in un pensiero mio, nella speranza che avrete voglia di ascoltare questa introspezione a voce alta.

     Sono anni che mi batto nella speranza che si comprenda che l’arte andrebbe valutata secondo una prassi oggettiva e non sul de gustibus, perché il gusto personale spesso non ha solide basi di giudizio, ma è frutto di una consapevole ignoranza che tutti noi cerchiamo di nascondere, coscienti di non sapere.

      È facile declamare: È bello perché mi piace, quando invece andrebbe detto. È bello perché ha questo o quello

Ma allora come possiamo ascoltare musica in modo appropriato? La dovremmo studiare, facendo nostri il solfeggio, il dettato musicale, la teoria, l’armonia, ma sarebbe impossibile. Chi si lancerebbe in uno studio così approfondito solo per mettere su un giradischi, un long playing dell’autore preferito? Nessuno. Diciamo però che potremmo incasellare almeno un pezzettino di conoscenza. Allora facciamo una cosa che ci potrebbe permettere di comprendere meglio le epoche che ci hanno anticipato, andando a ripassare la storiografia della musica afroamericana. Perché proprio lei? Perché è dai nativi dell’Africa che si arriva a oggi. La quasi totalità della popular music, easy listening contemporanea viene da lì. Il seme del brodo primordiale sbocciò nei primi del Novecento nel sud est degli Stati Uniti a metà strada tra drammi sociali, tristezza, depressione, disperazione interiore, voodoo e storie di vita malinconiche. In questo melting pot vide la luce il blues arcaico che prese a braccia dalla vita e dalla morte. Furono la caratterizzazione armonico melodico ritmica dei canti africani a mettere la base, poi gli shout, i richiami dei campi di lavoro insieme agli spirituals, al gospel e alla musica da chiesa, alle ballads, ai canti popolari, ai ritmi afrocubani, alle marce militari, ai funeral show e alla minstrel song irlandese. Tutto questo contribuì alla formazione dei tre stili base. Quello del Mississippi, quello del South East e il Texano. Ma è a New Orleans con il Dixieland che esplode la storia. Quando il blues incontrò il Ragtime nei bordelli dove i pianisti suonavano leggeri per non disturbare i clienti, nacque il jazz e da lì fu la storia del mondo.

Udite udite, un importante apporto in quei primissimi anni arrivò anche dai musicisti italiani emigrati nella zona del delta che introdussero gli strumenti delle bande di paese. Tra tutti, il più famoso fu un certo Nick La Rocca fondatore della Original Dixieland Jazz Band. Poi Chicago, quindi Kansas City e allora la musica entrò nelle sale da ballo dando vita al periodo delle grandi orchestre di Duke Ellington, Benny Goodman, Count Basie e Cab Calloway. Quindi l’era dello Swing, caratterizzato dallo spostamento degli accenti con le note dondolanti e i primi assoli. Fu questo il trampolino di lancio per quella che a mio avviso sarà poi la più grande trasformazione epocale del jazz che avverrà negli anni Quaranta e che abbraccerà una serie di stili che faranno breccia da subito nel mio cuore. Primo fra tutti il Bebop.

Ma ancora prima il Boogie Woogie si costruì una strada che divenne Soul, chi non conosce Ray Charles, che prese dal gergo di strada per trasformarsi in Funk utilizzando ritmi sincopati e contrappuntistici e che diede le basi alla Disco al Rap, all’Hip Hop e alla House.

Non ricordo quando fu la prima volta che mi resi conto che esisteva la musica. Immagino che ascoltando distrattamente la radio quando ero in casa, compresi che c’era qualcosa che mi attraeva. Rammento bene però che attorno agli undici anni iniziai ad avere i miei gusti. Tutto nacque da una cassetta di successi americani di Rock’n’roll dei Cinquanta che mi regalò il fratello di un compagno di classe. La sentii all’infinito e da lì venni stregato.

La storia musicale matura della mia vita nacque però in terra d’Albione con uno dei lavori degli Emerson Lake and Palmer. Quel Work Due con la copertina bianca che tutto era, meno che un album di Progressive. Il super trio di cui sono un profondo estimatore, mi fece incoscientemente appassionare al Boogie, al Ragtime, al Blues e all’Honky Tonk, poi il periodo nero.

La ribellione giovanile mi portò nei meandri mefistofelici del Punk. Avevo sedici anni e mi innamorai dei Sex Pistols, ma soprattutto dei Ramones, scoprendo nel tempo che gli unici che sapessero appena imbracciare una chitarra erano i Clash.

Poi la strada s’inerpicò in modo tortuoso. Tornai al blues ed entrai a gamba tesa nel progressive inglese, quindi un periodo nell’Hard Rock dei Deep Purple e company, quindi i cantautori statunitensi, fra tutti quel Jackson Browne che ancora oggi mi affascina, dopo di che il Bebop e tutte le sue sfumature. Il Cool, l’Hard Bop, la Fusion, il Latin Jazz. Non ricordo quale fu il primo disco che ebbi tra le mani, però ancora oggi ce ne sono diversi che pongono le basi della mia storia jazzistica. Primi fra tutti senza prediligere nessuno in particolare, mi sentirei di citare Kind of Blue di Miles Davis o l’epica battaglia impressa nell’album Cannonball e Coltrane.

Il Bop o Rebop dal termine onomatopeico che indica un effetto ritmico della batteria ma anche le due note brevi di chiusura di un brano, mi piacque perché andò a scardinare i rigidi schemi delle Big Band imprimendosi come rivoluzione socio musicale. Mi affascinò quel modo di esaltare l’improvvisazione scalando la progressione degli accordi e stringendo la melodia in poche battute. Ogni notte nei fumosi locali Newyorkesi gli standards, venivano strapazzati, distrutti e maciullati dalla fantasia del musicista di turno. Ogni notte ogni singolo brano moriva e rinasceva a nuova vita trascinato dalla creatività. Io stesso imbracciando il mio Selmer tento ogni giorno di inventare un nuovo pattern rubato alla storia di mostri del calibro di Sonny Rollins.

La devoluzione più importante del Rhythm’n’blues è noto che nacque negli studi della Sun Records di Memphis in Tennesse a qualche centinaio di chilometri da Nashville e diede vita alla più multiforme rappresentazione musicale della nostra era. Gli urlatori del Rock’n’ Roll come ennesima rivoluzione socioculturale furono diretta dipendenza del blues. Non c’è stato nulla che si sia trasformato come il buon vecchio Rock. Dal folk politico di Bob Dylan alla miscela dei Weather Report. Quasi tutti gli artisti dai Sessanta in poi, possono dire di aver scritto e suonato un pezzo Rock. Ho esordito definendola una devoluzione, perché è costruita su semplici ritmi non sincopati in 4/4, tendenzialmente ripetitivi e con accento sul secondo e quarto movimento. Il materiale melodico usato ė spesso ricavato dai modi doricoionico e misolidio del sistema modale, ovvero scale maggiori, settime e settime minori.

Infine, il Pop o Popular Music, che è la più conosciuta devoluzione del Rock. Negli anni Settanta con questo termine si intendevano i gruppi sperimentali e progressive, poi invece la forma musicale abbracciò una leggerezza poco sofisticata legata all’easy listenig e ai passaggi radiofonici gestiti dalle major discografiche e oggi sta a indicare tutta la musica commerciale, che ammetto non apprezzo nemmeno un po'.  

Una volta tanto, spero di avervi regalato qualcosa di interessante. Vini? Continuo ad apprezzare l’Amarone, però mi piace molto anche quello che viene dall’Abruzzo, tipo il Montepulciano. Ce ne sono diversi e per tutte le tasche. Ho frequentato questa bella regione per molti anni e ne ho trovati diversi veramente piacevoli. Struttura mediamente corposa e sentore di tabacco e frutti rossi. Quando andavo nella marsica ad Ovindoli, non potevano mancare una bottiglia di Masciarelli o una di Zaccagnini.

 

Alla prossima.


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