Enrico Casartelli, lo scrittore studioso.

Enrico Casartelli, lo scrittore studioso.

Non mi piace affatto scrivere sciocchezze e detesto la fantasia pura.

 

Si intitolaBerlino Est, 1989 Ricordi di una giovane libraria”, il nuovo romanzo di Enrico Casartelli, un autore bravo e accorto, che non ama gli orpelli quando narra e scrive ma che sa arrivare dritto al cuore di un lettore particolarmente accorto.

 

Enrico, ben trovato con un nuovo romanzo! Sbaglio o in questo periodo lei è molto prolifico a livello di scrittura? Si ricorda tuttavia della prima volta che si è messo a lavorare alla sua prima opera?

Fin da giovane scrivo articoli, prima su riviste e dopo la “crisi cartacea” sono stato tra i primi a scrivere su internet. Attualmente sono redattore per le testate giornalistiche “AgoraVox” e “Radionoff”; rubrica costumi, società e tecnologie. La scrittura di romanzi è stata un’evoluzione scattata quasi per caso, diciamo d’istinto. Pubblico mediamente un libro ogni anno e mezzo, e mantengo questa cadenza da quando ho iniziato, ad eccezione del primo romanzo.  

 

Come è cambiato nel corso del tempo il suo rapporto con essa?

La scrittura è diventata quasi una dipendenza, ovviamente positiva. Infatti se smetto per una quindicina di giorni di scrivere divento nervoso e facilmente irritabile. Insomma, posso dire che per me è un ottimo e naturale antistress.  

 

E con la lettura?

Leggo molto. Dopo la stesura molto istintiva e “di getto” del primo libro, mi sono fermato un anno per studiare alcuni manuali di scrittura contemporanea e ho fatto un corso “ad hoc”. Da allora ho ampliato la mia lettura soprattutto di scrittori stranieri perché il loro editing è molto curato, ne cito alcuni: Patricia Cornwell, Michael Connelly e Kazuo Ishiguro.

Ho un libro preferito: “Il treno per Istanbul” di Graham Green scritto nel lontano ’32, un anno prima dell’ ”Assassinio sull’Orient Express” di Agatha Christie; descrive un viaggio su questo treno dal Belgio a Istanbul; si intrecciano le descrizioni e i destini di vari passeggeri; etnie e culture molto diverse tra di loro sono costrette a confrontarsi negli stretti spazi dei vagoni. È la bellezza di questo libro. A tutt’oggi è un capolavoro della narrativa moderna!

 

Per scrivere Berlino Est, 1989- Ricordi di una giovane libraia, si è molto documentato, come lei stesso ha ammesso nella post fazione. La affascinano lo studio e l'approfondimento in linea generale?

Non mi piace affatto scrivere sciocchezze e detesto la fantasia pura. Infatti fino ad ora ho sempre descritto luoghi e culture che ho conosciuto e vissuto in prima persona. Diciamo che, per fortuna, viaggio parecchio per lavoro.

Questo libro è stato particolarmente impegnativo, perché non sono mai stato a Berlino e non conosco il tedesco. Ho studiato molto nel periodo della seconda pandemia, perché si tratta di una cultura, di un modo di vivere e di una quotidianità molto diversa dalla nostra.

 

Solitamente quando ci troviamo sui banchi di scuola non studiamo molto gli avvenimenti storici avvenuti negli anni più recenti. Secondo lei questa è una grande pecca?

Si studiano le guerre puniche e si tralascia la storia contemporanea, ossia dai primi del '900 agli eventi degli ultimi decenni, come l’11 Settembre del 2001 con l’attentato alle Torri Gemelle di New York. Per me è assurdo! Forse non si ha il coraggio di affrontare le problematiche della Seconda Guerra Mondiale e quindi del fascismo. Non so darmi un’altra spiegazione! 

 

Il problema è che se non si conosce bene il nostro passato, è anche difficile comprendere il presente e vivere a pieni polmoni il futuro. Lei come vede i giovani di oggi? Esistono ancora quelli coraggiosi come la sua libraria?

“Lei sfonda una porta aperta”! Io sono molto ottimista nei confronti dei giovani anche perché spinto da una forte autocritica nei confronti del sottoscritto e dei miei coetanei “vecchi boomers”. Abbiamo lasciato loro un pianeta inquinato e un paese dove il bieco nepotismo e la mancanza di meritocrazia la fa da padrona. Conosco infatti tanti giovani nel settore della Sanità e dell’Arte che sono costretti ad andare all’Estero per lavorare. E, no, non lo fanno solo per un motivo economico.

 

Isabel ci appare inizialmente come una ragazza molto timida e non particolarmente sicura di sé. Pian piano possiamo poi ammirare la sua trasformazione. La sua crescita sboccia alla primavera della caduta del muro. Un caso o un escamotage fortemente voluto a livello di trama?

All’inizio del romanzo Isabel, a soli ventun anni, è costretta a gestire da sola la libreria della madre che è fuggita all’ovest; in seguito anche il padre deve oltrepassare il confine perché come giornalista del Der Morgen teme delle forti ritorsioni.

La giovane è quindi costretta a vivere tra le mura della libreria; per fortuna incontra Brigitte, una donna molto decisa e con un certo fascino, che le spalanca un modo a lei sconosciuto. La cruda realtà del regime e alcune asperità la costringeranno a crescere e a superare quella timidezza che finora aveva limitato le sue potenzialità.

Tutto questo non mi sembra un caso, né tanto meno un escamotage, ma una storia realistica soprattutto perché riflette la quotidianità di allora. Come le dicevo non amo la pura fantasia.  

 

Se avesse la possibilità di averla accanto, in carne e ossa, per che cosa si sentirebbe di ringraziarla e perché?

Per risponderle mi metto nei panni di suo zio Karl che gestisce con il fratello di Isabel un’officina e assume una figura paternalistica nei confronti dei due gemelli dopo la fuga dei loro genitori. Due cose mi accomunano a questa persona: la passione per i motori e l’età, quindi come zio Karl sarei fiero di questa nipote che raggiunge una discreta fama e la ringrazierei per le soddisfazioni che ha saputo darmi.

 


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