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  • "Ho guardato il cielo perché mi fa volare" (Brian Johnson).

    Il nome della band è un’idea di Margaret, la sorella di Angus e Malcom mentre osservava una macchina da cucire, così come il costume da scolaretto indiavolato.  

    I Carabinieri ci beccarono in deshabillé sulla via dei laghi a pochi passi dove nacque la madre di uno dei frontman più famosi del mondo. Ci beccarono abbracciati sotto una luna accecante che rischiarava il lago di Castel Gandolfo. La Primavera inondava la notte di profumi freschi, vivaci. Nemmeno troppo in sottofondo, la Gibson Sg di Angus Young, s’inerpicava sui riff che avevano reso leggendari gli AC DC. L’appuntato ci ammonì con un gesto risoluto, poi guardò Aurora e scosse la testa. Lei tenne lo sguardo sfrontata e insolente, quindi si aggiustò il vestitino.  

    Aurora che tentava di farmi digerire i melodici italiani, quando il mio cuore aveva bisogno del martello del Rock’n’heavy. Aurora, che dimentica di nascondere un fondoschiena capace di turbare un ottuagenario francescano, si copriva appena. Aurora che spesso se ne usciva a cassio senza un perché. Aurora che non aveva paura di nessuno.

    Era tempo che volevo buttare su carta la mia, in merito alla band che in Australia è conosciuta come Acca Dacca.Inglesi di nascita, ma cresciuti nella terra dei canguri un po' come i Bee Gees da cui differiscono per il background musicale ma soprattutto per lo stile di vita dei due leader.

    Chi l’avrebbe mai detto che Barry Gibb fosse un impenitente donnaiolo rissoso, mentre Angus Young un tranquillo bevitore di latte? Un chitarrista indiavolato sulla scena, ma morigerato nel privato. Non certo come il secondo grande frontman della band, Bon Scott morto in una Renault 5 nel Febbraio del millenovecento ottanta a Londra, dopo una folle notte di bevute. Frontman che venne sostituito da Brian Johnson, figlio, udite udite, di Ester De Luca, nata a Rocca di Papa, due passi da Roma e dalla via dei Laghi. Due passi dalle pomiciate.  

    Cosa sarebbe il mondo senza la nostra meravigliosa città? Cosa sarebbe il mondo senza il genio italiano?

    Da dove iniziamo? Da una modestissima opinione personale. Suonati all’acustica, i riff di Angus sono ancora più belli, affascinanti e con gli accordi al posto giusto. Staccare la spina li rende fantasticamente spettacolari, perfetti, giusti. L’elettrica, i distorsori, l’eco, i riverberi e la valanga di effetti, trasformano il suono in una cascata violenta, mentre ascoltarli nature ha tutto un altro sapore. Angus e il suo genio, capace di miscelare alla perfezione un mood che sarebbe stato perfetto in brani dal sapore blues.

    Prendiamo il riff iniziale di Back in Black, caratterizzato dalla tecnica del Palm Muting e dei power chords. Il brano è in Mi minore, ma la tablatura originale e lo spartito non lasciano scampo. L’intro è in maggiore con il La settima; quindi, Mi Re La e La7, ovvero una sequenza invertita, quasi identica alla Canzone del sole di Battisti. La parte del leone però è della frase seguente. Quella che si aggrappa al collo per assurgere a punto peculiare di tutto l’intro. Sembra una doppia terzina in levare. Sol, Mi Re Si La Sol, condita con uno spettacolare bending down seguito dal pull off, ovvero l’uovo di Colombo. 

    La pantera ci scaricò al comando, perché non si poteva pomiciare al chiaro di luna. Nell’ottantasei sbaciucchiarsi sotto i pini secolari che prendevano l’umidità dal lago di origine vulcanica, dove il papato aveva una sede prestigiosa, era considerato fuorilegge, o forse quella sera i solerti Carabinieri non sapevano con chi prendersela. Il fatto sta che Aurora non era una qualunque figlia di Dio che bazzicava i Castelli Romani. Aurora con quel mandolino che le caratterizzava il fondoschiena, con quelle uscite a pene di segugio e il cipiglio che le aveva provocato più casini che serenità, era la figlia di un conosciutissimo notabile di zona che guarda caso era amico del comandante, che guarda caso conosceva tutti, che guarda caso quella sera incapace di tornare a casa dalla famiglia, cosa che mi avrebbe permesso di continuare ad amoreggiare con la bella mora, annusando la sua pelle profumata e i modi selvaggi, si era attardato nella stazione per solerzia lavorativa o perché aspettava qualcuno che facesse un passo falso in quella notte di primavera inoltrata. In quella notte di chitarre distorte. In quella notte di profumi ancestrali e riff potenti. In quella notte di sana adrenalina rocchettara. In quella notte di coitus interruptus

    Io c’ero. C’ero e in parte me lo ricordo. Quattro Settembre dell’ottantaquattro. La prima volta in Italia degli AC DC a Nettuno, in uno stadio gremito. C’ero e mi portai dietro due amici. Uno ne sapeva di musica, l’altro l’avevo costretto a catapultarsi in qualcosa che gli era completamente astruso. Fabrizio non ebbe il coraggio di dirmi di no e accettò di buon grado di passare una serata diversa. I settantamila watt del minaccioso muro di amplificatori ci investirono come uno tsunami. Dietro alla batteria la mitica campana. Ci godemmo quell’esplosione di violenta mascolinità e la fine del concerto sulle note di For those about to rock,il brano che prende in prestito la mitica frase che i gladiatori rivolgevano all’imperatore prima dell’inizio dei giochi nel Colosseo. Morituri te salutant…

    La mia preferita però è da sempre You shock me all nightlong ottava traccia del leggendario settimo album considerato il secondo disco più venduto nella storia della musica con cinquanta milioni di copie. Mi piace talmente tanto che l’affronto da tempo al tenore e alla chitarra, ovviamente con due approcci diversi, costretto dal sassofono a tirarla su di un tono. Con la Taylor in acustico però è amore viscerale. Un brano che ti aspetteresti marcatamente complicato con una progressione articolata e complessa; invece, si risolve in soli tre accordi a cento ventiquattro battute in sol maggiore con una sola alterazione di fa diesis. Tre accordi dicevo, Sol Do Re e ritorno sul Sol. Se si esclude un re settima di chiusura della seconda strofa che anticipa il ritornello, meno non puoi suonare nemmeno se ti ficchi in bocca il flauto dolce delle elementari.

    È lo swing feel, lo strumming, il meno invece del più a renderla strepitosa, leggendaria, intramontabile, unica, superba, spettacolare. Il meno invece del più, come ci ricorda da sempre il signor Miles Davis. Personalmente amo suonarla sfruttando un palming abbastanza marcato per segnare l’inizio del quarto per non parlare dell’incredibile intro che tutti hanno provato ad approcciare almeno una volta nella vita. Ammetto di essermi abituato a prendere il primo Sol sul miccantino e il Re al terzo tasto della seconda corda per chiudere sul La. Scendo poi sul Fa diesis e mi arrampico sul Fa in quarta corta lanciando lo splendido bending down che rimbalza sul Sol, cade di nuovo sul Fa diesis e chiude sul Re. A Roma si direbbe, mortacci… 

    Andatevi a vedere il video del River Plate di Buenos Aires nel Dicembre del duemila nove con centomila persone che saltano all’unisono al ritornello.

    You shock me all night long…

    Mi sono sempre chiesto come vivano quei momenti gli autori di brani così leggendari mentre una folla oceanica canta a squarciagola i loro brani. Come scorra il sangue nelle vene. Come riescano a sopportare la pelle d’oca, il pianto, l’incontenibile felicità, l’amore, lo stupore, l’incredulità, lo strepitio cardiaco, l’emozione, la trepidante commossa apprensione. La saliva azzerata, le ginocchia tremanti, lo stomaco in subbuglio. Come sopravvivano a sé stessi.

    Aurora mollò un ceffone in faccia all’appuntato che l’aveva presa per un braccio dopo che aveva mandato a quel paese il maresciallo che la interrogava. Colpevoli entrambi di averle rotto le palle. Mollò il ceffone e la situazione si fece scura. Sedutole di fianco mi chiesi quanto sarebbero costate quelle carezze fino a quando entrarono suo padre e il comandante. Aurora gli assomigliava molto, speravo non per il carattere. Era talmente piena di sé che non aveva fatto parola della famiglia altolocata da cui veniva. Senza dire nulla si era trincerata dietro uno sproloquio inveendo contro le forze dell’ordine, i politici, lo status quo, i nazisti, i comunisti, gli stronzi, i preti pedofili, quelli che alzavano le mani sulle donne, quelli che non rispettavano le mogli, i prepotenti, gli infami, i ricchi che se ne fregavano rubando ai poveri, quelli che parcheggiavano a cavolo di cane, gli evasori fiscali, le lobby complottistiche, Aldo Moro, Kissinger, Mao Zedong, il Vietnam e lo sfruttamento dell’Africa.

    Fu suo padre che la riportò a terra con un gesto della mano. L’indice puntato. Lei si acquietò, mi diede un bacetto e lo seguì silente.       

    Potremmo parlare per ore della lunga discografia degli Acca Dacca, però mi sento di soffermarmi solo su altri due pezzi.

    Mi permetto di definire Hell Bellscome una ballad mid fast hard a centodieci battute in Do che esordisce con un accordo di La minore e prosegue con un Do quinta, Sol e Si. Tra i tantissimi video che la rappresentano, torno a quella notte in Argentina. Ai centomila, al boato, all’adrenalina. Prima venti secondi di campane per commemorare Bon Scott, con Brian Jonson che s’aggrappa al batacchio e fa ondeggiare il bestione sostituito anni prima con una copia in plastica per evitare incidenti, poi la frase iniziale di La Mi La Re La La Do suonata sulle crome in battere. Strepitosa, micidiale, azzeccata, semplice e complessa allo stesso tempo. Plettrata nature è ancora più bella e fantastica. Ascoltando il pezzo per la milionesima volta mi voglio soffermare su una cosa che mi ha da sempre attratto. Qualcosa in sottofondo che mi prendeva senza che me ne rendessi conto, perché distratto dal volume, dai distorsori, dall’impatto sonoro, dalla violenza elettrica, dal casino. Poi illuminato vidi, ascoltai e come per tutte le cose, mi chiesi, perché non lo avessi capito subito. Soffermandomi con maggiore attenzione, compresi che quello che mi aveva attratto negli anni era il giro boogie e rolling blues di basso e batteria che erutta dopo l’intro di Angus. Un flusso magnetico strepitoso preso in prestito dal delta del Mississippi. 

    Lo so, adesso vi farò incazzare tutti. Bisogna ammettere ahimè che Angus non è uno straordinario virtuoso, però l’ho sempre amato e da ragazzino credevo fosse un fenomeno, poi il tempo, l’ascolto e lo studio costante me lo hanno riportato a terra. Se lo posso definire come un grandissimo e geniale creatore di riff, negli assolo è uno nella mischia. Simpatiche le frasi, è bravo, veloce preciso e capace di destreggiarsi in un tapping facilone, ma nulla di più. Però ripeto lo amo anche per questo.

    Ultimo pezzo The Jack.È in Mi maggiore con i primi accordi in Si quinta, sesta e settima, per poi scendere in La. Il riff iniziale è sulle crome ed esordisce con un doppio Fa diesis per salire di un semitono e finire in La. Scritto a tre mani da Bon, Angus e Malcom. Settantasei battute e la storia un po' volgarotta del ciclo mestruale. Il pezzo mi piace da sempre per il groove bluesy che si respira e perché sembra un po' jam. Durata sul palco oltre i dieci minuti e sappiamo tutti che in un lasso così lungo potrebbe succedere di tutto. Mi piace da quando acquistai il primo grande live, l’unico con Scott. Quel If you want blood you’ve got itcon Angus in copertina trafitto dalla Gibson. 

    Una chicca interessante. Da una ricerca scientifica, sembrerebbe che il brano Tunderstruck migliori i trattamenti chemioterapici

    Rividi Aurora qualche giorno dopo e proseguimmo fino a quando non fummo stanchi l’uno dell’altra. Aurora che non beveva, non fumava, non mangiava, ma sapeva amoreggiare. A quei tempi sbevazzavo disordinatamente senza conoscenza, poi negli anni i corsi, gli studi e gli assaggi mi hanno fatto capire che c’era gente molto dotata anche in quel campo e allora mi misi l’animo in pace.

    Oggi vi consiglio un prodotto maremmano che a me è piaciuto molto. Un Morellino di Scansano Fattoria le Pupille riserva duemila venti. Speziato, leggermente balsamico, levigato e abbastanza profondo. Quattordici gradi.

    Un abbraccio a tutti e comprate la musica, non scaricatela.