Vivi per te stesso e vivrai invano; vivi per gli altri, e ritornerai a vivere.
"Brutto bastardo. Te e tutti quelli della palazzina tua!"
"Stai zitto italiano o ti sparo in testa."
"Non ci credo, buffone!"
Iniziò così il viaggio in Iraq. Era Novembre del novantotto ed ero stato invitato con mio padre e un gruppo di imprenditori a rappresentare il nostro paese per una joint venture economica post prima guerra, che avrebbe avuto come colonna sonora una compilation dell’autista che ci accompagnò fino a Bagdad. Un uomo dai modi dolci, gli occhi verdi e lo sguardo triste, che aveva perso moglie e figli sotto le bombe. Grande fumatore e appassionato di Bob Marley.
Atterrammo ad Amman, perché lo spazio aereo iracheno era interdetto ai voli commerciali. Fummo ricevuti in pompa magna dal sindaco che ci invitò nel più famoso ristorante della città e il giorno dopo partimmo alle quattro del mattino per una lunga avventura che ci avrebbe consegnati nella capitale irachena.
Che il termine Reggae fosse un dispregiativo con cui gli inglesi insultavano il popolo giamaicano, lo scoprii anni dopo aver ascoltato le prime tracce del grande artista che ci lasciò per un’incuranza medica. Ci misi del tempo per capire quello che inconsciamente mi affascinò. In primis la sincope ritmica in levare, poi il dolore, la gioia, i testi e la rivoluzione politico sociale costruita su una musica da ballo dei bassifondi.
Marley cambiò radicalmente l’aspetto del reggae, trasformandolo in un veicolo di protesta, da diffondere nel mondo come vero e proprio culto. Nei brani della sua breve carriera non ci sono articolati virtuosismi e assoli, ma un ensemble trascinato da una sezione ritmica importante. La prima cosa che mi saltò all’orecchio fu la costante presenza del basso, più o meno rilevante a seconda del brano, ma anche una cadenza compulsiva come in Punky Reggae Party.
Un’ora dopo aver lasciato la capitale Giordana con direzione est, sud est, spuntò fuori il cd in barba alla dittatura e partì la pennata in levare della chitarra elettrica sulle note di Mi e Sol, ovvero modale e dominante dell’accordo di do maggiore di Stir It Up. Quattro battute fuori, poi il riff di croma, semicroma e semibreve seguito da due crome con pausa, ovvero la melodia scritta del titolo, che cammina a ottantadue battute su una progressione armonica usuale. Do, Fa Sol.
Non immaginando quello che sarebbe successo alla frontiera, ci facemmo trasportare dalla musica di Robert Nesta per ore, incuranti che gli altri viaggiatori della carovana fossero asfittici imprenditori abituati alla classica e al silenzio. Ricordo ancora la faccia che fece uno di loro, quando le prime note irruppero dalle casse dello stereo della jeep. Mi resi conto che stavamo ascoltando la versione dal vivo estratta da Babylon by Bus il leggendario doppio registrato nel tour europeo del settantotto tra Parigi, Amsterdam, Copenaghen e Londra e mi chiesi come fosse riuscito ad entrarne in possesso. In quegli anni in un paese del genere.
L’industriale col fisico imponente che si capiva fosse amante della lirica, mise il broncio ma non ce lo filammo di struscio. Anzi, ci saremmo anche sparati una birra, non fosse altro che eravamo in un paese schiacciato da un dispotico totalitarismo, dove si poteva fare ben poco e in quel poco non era contemplato l’alcol, il divertimento e la musica degli infedeli.
Non ricordo bene quando ebbi tra le mani il primo album di Marley, ma credo fosse appena dopo la pubertà. Acquistai da qualche parte una copia di Rastaman Vibratione mi persi sulla prima traccia con il piacevole intro alle tastiere. Quella Positive Vibration che non stravolse la storia del mondo, ma che mi prese al cuore, così come la peculiarità della sincope ritmica giamaicana, caratterizzata dall’afterbeat sui movimenti deboli, che pone l’accento sui tempi pari della seconda e quarta battuta.
Qualche chilometro prima del confine proruppe Lively Up Yourself che amai da subito ma che poi abbandonai senza un perché. Il pezzo è costruito su uno shuffle brillante in Re maggiore ed esordisce con un preludio di sei battute che sviluppano un pattern di tre note. Una croma e due semibrevi. La versione che preferisco ha un intro dilatato da una divagazione solistica alla Stratocaster di Junior Marvin che si esprime con grande raffinatezza e che riempie il brano con i suoi interventi, in controcanto a Bob o con il lungo assolo centrale. Non è un funambolo alla Joe Satriani, ma si destreggia molto bene e le note e i pattern sono ben messi.
Il monotono paesaggio dell’assolato e roccioso deserto arabico che si apriva a perdita d’occhio, assomigliava a uno scenario post apocalittico. Ci fermammo a un distributore per il pieno per la modica cifra di venticinque centesimi di euro attuali. L’autista mi guardò angosciato, poi mi indicò la toilette. Fu la prima grande esperienza di quel viaggio. Mi resi conto che la situazione era tragica dall’odore che si spandeva dalla buiacca coperta da un semplice ondulato di alluminio, dove il primo avventore cinquant’anni prima aveva forse centrato il buco, poi via via col passare del tempo gli habitué l’avevano fatta sempre un pezzetto fuori, fino a che la merda era uscita da quell’improvvisato centro di benessere. Fui costretto ad addentrarmi tra le rocce nella speranza di non essere morsicato da qualche serpente. Ripartimmo con una cassetta di datteri da spiluccare durante la strada senza immaginare che i militari di Saddam ci avrebbero fatto perdere diverso tempo. O almeno lo avrebbero fatto perdere a me. Ma torniamo a noi.
La storia racconta che il reggae si ispirò allo Ska che nasceva nei bassifondi di Kingstown nei primi anni Cinquanta come musica da ballo energica, stimolante, divertente con le band strutturate da basso, batteria chitarra e una tosta sezione fiati. Il primo grande successo dei Wailers fu la divertentissima Simmer Down dal ritmo travolgente che furoreggiò tra il popolo afflitto dalla fame e dalla voglia d’indipendenza. Ma lo Ska aveva radici ancora più lontane che affondavano nel Rhythm’ n’ Blues americano nel Mento e nel meraviglioso Calypso, la musica popolare dell’isola di Trinidad che da sempre incide un profondo solco nel mio cuore.
Brani come St Thomas di Rollins o My Little Suede Shoes di Parker sono adattamenti jazz della celebre musica nata dai richiami degli schiavi come lo Shout. Musica che nelle mani di Marley, si trasformò in un movimento di ribellione.
Ammetto che la preferita di sempre rimane No Woman No cry. Le quattro semplici e azzeccatissime note del riff iniziale sono quanto di meglio si possa chiedere. Sol, La, Si, Sol per poi cadere sull’accordo di Do, Sol, La minore e Fa. Lo stesso identico giro di So Lonely dei Police, tanto che Sting duranti i concerti ne fa una bellissima miscela. L’ho ascoltata e riascoltata sia nella versione di Marley che nelle numerosissime cover, ma quella che preferisco da sempre e che colora la storia della mia vita, è legata al leggendario album Live registrato il diciannove luglio del Settantacinque al teatro Lyceum a Covent Garden, Londra.
Quella sera il mondo conobbe la storia del messia. Il brano parte con un preludio strumentale di poco meno di un minuto con i cori delle Wailers che pennellano e anticipano con grande effetto l’entrata di Bob. L’esecuzione dal vivo è più lenta della versione in studio pubblicata nel Settantaquattro sull’album Natty Dread e a parer mio ha tutt’altro sapore, perché più profonda, sentimentale, commovente e drammatica. Da canzoncina simpatica e quasi scanzonata si trasforma in una ballad triste ed emotiva. Perfetta per rappresentare il sentimento e l’animo giamaicano. Provate ad ascoltare entrambe le versioni e vi renderete conto.
È con quella tristezza, ma anche con la speranza, che alla dogana irachena venni preso in consegna da quattro ceffi dei servizi segreti.
"Italiano. Tù… coi capelli lunghi… Vieni qui!"
Non so perché, ma la storia della mia vita è costellata di momenti no. Quello che mi stava per cadere addosso non era un momento sì. Vidi lo sguardo preoccupato di mio padre, mentre io ero tranquillo. Non sarebbe potuto succedere nulla di serio. Non avevo armi, tantomeno droga, non ero un terrorista, né un agente infiltrato, il passaporto era valido e vidimato ed eravamo stati invitati da un cugino di Saddam Hussein. Era una delegazione ufficiale italiana, eppure…
Quei coatti mediorientali volevano fare i coatti. Ma anche io ero coatto. Quindi fu una sceneggiata tra coatti, dove non ebbi la meglio ma gliene dissi quattro…
"Spogliati!"
"In che senso?"
"Spogliati e mettiti davanti al muro. Veloce!"
In quel momento ebbi un vago sentore di dove stava andando a parare la situazione. Rimasi in mutande, ma non bastò.
"Nudo!"
Mi guardai intorno. La stanza era sporca e vuota. Il tizio dei servizi assomigliava a un orco. Parlava molto bene italiano, perché mi disse, aveva studiato architettura a Firenze. Mah…
Prima di pretendere che appoggiassi le mani alla parete prese un paio di guanti di lattice e mi rivolse un sorriso viscido.
Lì compresi che non mi sarei divertito. Aveva mani come palanche e le dita sembravano salsicce…
"Dobbiamo essere sicuri che non portiate nulla nel nostro paese."
"Certo, come no! Quindi pensi che mi sia infilato una bomba all’uranio nelle chiappe?"
Tralascio il resto e seduto nella stanza della musica, osservo una bottiglia di Siepi di Fonterutoli che ho lì da anni senza avere il coraggio di aprirla. Nasce nel Novantadue dal più antico terroir del Chianti e rappresenta un felice connubio tra Sangiovese e Merlot, ovvero l’autoctono e l’internazionale, che dà origine ad un Supertuscan.
Prima o poi dovrò trovare il motivo per aprirla, perché per stappare un gran vino, ci vuole sempre una ragione, fosse solo brindare alla vita.