Quella volta che il trombettista mi salvò la vita.
La villa dai colori pastello si affacciava su una spiaggia privata nel lussuoso quartiere di Bocagrande a Cartagena. Nell’aria un profumo di sandalo e il suono tenue, lirico, malinconico di una tromba. Una goccia di sudore mi scivolò sulla schiena, mentre la gamba continuava il suo moto ininterrotto. In bocca un sapore amaro.
Il tizio vestito di bianco diede una lunga boccata al sigaro e ci venne
incontro. La cicatrice che gli tagliava la guancia raccontava di un passato feroce. In faccia lo sguardo duro di chi conosceva la morte. La voce proruppe rude e inquietante.
Quindi non mi volete fare questo piacere…
Vittima della frenesia del Bebop, considerai per molto tempo Chet Baker come un personaggio di secondo piano, nonostante la nutrita discografia. Lo stile musicale che arrivava dopo le Big band e lo Swing, pretendeva un approccio profondo, intellettuale, tecnico. Il Bop era caratterizzato da terzine inarrivabili, esordi contrappuntistici e sovracuti sibillini, capaci di spiazzare con il virtuosismo e una complessità armonica, non solo il mio cuore, ma quello di tantissimi appassionati. Comprensibile che non mi fossi
accorto più di tanto del trombettista di Yale. Poi però, il tempo e un ascolto maturo, mi hanno permesso di apprezzarlo per quello che era, facendomelo leggere in tutt’altro modo.
Uno dei brani che preferisco e con cui inizio quasi ogni seduta d’ascolto è Alone Together dall’album Chet. Quello con lui in copertina cinto da una ragazza. Sarà quell’abbraccio a caratterizzare l’epopea del trombettista nato da una famiglia di musicisti. Quelle liriche romantiche, sentimentali, sussurrate che faranno innamorare le ascoltatrici. Quello che mi ha sempre affascinato nei suoi scatti è lo sguardo triste, schiacciato, angosciato, come se attendesse la fine.
Nell’ottantotto la Colombia era ancora pericolosa, violenta e selvaggia. Atterrammo a Bogotà e fummo strapazzati da una meteorologia altalenante, tra folate gelide e sudate abbondanti con la popolazione in bilico tra narcotraffico e stenti.
Il pezzo composto da Arthur Schwartz per il musical Flyng Colour del trentadue è in Fa maggiore con il Si bemolle in chiave a centotrentotto battute. Esordisce con un accordo di Re minore sesta, Mi minore settima, Re minorenona. L’esecuzione è decisamente più lenta e leggermente differente dall’originale. Parte tra le mani del leggendario Bill Evans per poi lasciare spazio a Baker che salta il Re fuori battuta e trasforma croma e semiminima di Mi in una più lunga e continua semibreve, per poi spezzare due battute più avanti il La con un doppio colpo di lingua. Poi entra Pepper Adams al baritono. Di questo album che si porta dietro un pezzetto del settetto di Davis in Kind Of Blue, ho una versione della Analogue Production registrata con l’ausilio di amplificatori valvolari.
Prendemmo un pullman che attraversando la cordelliera Andina, ci consegnò nella cittadina sgarrupata della Barranquilla. Poi costeggiando il mar dei caraibi ci scaricò a Cartagena. Quattro soste per rifocillarsi e per tutto il resto, valicando picchi rocciosi, benzinai deserti e paesini abbandonati.
Mangiammo in un paio di bettole pollo e minestra per pochi spiccioli. Mostrammo i documenti ai militari, ci sparammo qualche canna a chilometro zero, trangugiammo birrette industriali e sprofondammo in un sonno tra effluvi corporali, animali in gabbia, bambini urlanti e famiglie numerose, su una strada che sembrava essere stata bombardata il giorno prima. Arrivammo a destinazione ventisei ore dopo, leggermente provati.
La caratterizzazione dello swing feel di Chet Baker intervalla note lunghe a note corte e detta in questo modo sembrerebbe banale, ma non è così. Le semiminime si trasformano in semibrevi poi in crome e di nuovo semibrevi, ma soprattutto è la scelta tonale che imprime il marchio di fabbrica. Tre note che assurgono a grida lancinanti, tragiche e capaci di solcare l’universo musicale. Tre note per descrivere la tragedia, l’ansia, la disperazione di un uomo vittima di un pozzo da cui sapeva non sarebbe mai uscito. Tre note che scavavano nel profondo istintivo dramma, inventando melodie suggestive, malinconiche, artefatte.
Eravamo stati invitati da amici degli amici e la vacanza si stava trasformando in un problema inquietante.
Che ci facevamo a casa di un narcotrafficante? Don Pedro ci allungò una scatola metallica dalla forma e i tratti eleganti.
Dentro almeno un paio di etti di coca. Lessi un gesto del boss e da dietro una porta sgusciarono quattro ragazze. Giovani, prosperose, seducenti, latine, disponibili. Ci vediamo domani. Non mi fate pentire del regalo…
Scartabellando in giro mi ritrovo tra le mani un album che non ricordavo di possedere. You can’t go to home è del settantasette e vede una formazione mostruosa. Al tenore Michael Brecker, alla chitarra John Scofield, al basso Ron Carter e alla batteria Tony Williams. Il primo brano è una cover di Cole Porter a metà tra un tecnicismo fusion molto di moda negli anni ottanta e un giro di basso gradevole. Chet esordisce con il consueto swing feel suonando in modo essenziale e con impatto, il tema iniziale. Poi come credo succederà spesso negli ultimi anni, si siede e partono gli altri. Per primo Brecker e il suo inimitabile fraseggio.
Cassio, eravamo nella merda! Se avessimo rifiutato, come l’avrebbe presa il boss? Passi per qualche striscia, ma io non ero certo uno che si sarebbe infilato degli ovuli nelle chiappe con il rischio che se uno solo si fosse rotto sarei andato dritto al creatore. Per non parlare poi della dogana.
Vaffanculo! Stavo dall’altra parte della barricata. Vendevo quadri elettrici e ragionavo su un futuro tranquillo, divertente, senza immaginare che ci sarebbero state alcune interruzioni particolarmente brusche.
Le ragazze erano splendide, solari, formose e appetibili come un dolce alla crema, ma erano state retribuite per addomesticarci e noi eravamo tre coatti romani che non avevano mai pagato una donna. A noi piaceva corteggiare le coetanee con carezze e baci, non certo rubare sesso venduto.
Le mollammo sulla spiaggia di Bocagrande mentre ci urlavano che eravamo dei poveri coglioni italiani.
Eppure c’è stato un altro Baker. Un Baker capace di destreggiarsi in fraseggi più complessi e di lanciarsi in pattern da stravolgere inventando a braccio. Un Baker capace di assoli sintetici, mai esuberanti, ma controllati, misurati come a limitare l’estro. A me è piaciuto molto l’album In Milan del cinquantanove. Periodo in cui la tossicodipendenza era solo agli inizi. Il trombettista suona all’unisono senza una sbavatura insieme a Gianni Basso e Glauco Masetti temi di Davis e Parker.
Non saremmo potuti scappare e un paio di giorni dopo fummo invitati da Don Pedro. Quel pomeriggio il sole non smetteva di cuocere l’aria e il mare di fronte sembrava più azzurro del solito. Un profumo di sandalo mi distrasse per un attimo. Sulla lunga madia, che copriva buona parte della parete, un impianto stereo di alto livello. Amplificatore Mc Intosh, giradischi Thorens, casse Tannoy. Possibile che a un tipo del genere piacesse la musica? Da dietro una tenda sbucarono due colossi con facce da assassini. Uhmmm, la situazione volgeva al peggio. Una goccia di sudore mi scivolò sulla schiena, mentre la gamba iniziò a saltellare. In bocca un sapore amaro. Non riconobbi il pezzo e mi avvicinai per vedere meglio la copertina del long playing, ma uno dei colossi mi fu dietro. Don Pedro lo scacciò risoluto.
Te gusta el jazz?
Conoscevo poche parole di spagnolo e mi buttai.
Chet Baker es un maestro.
Il boss mi squadrò per un tempo che mi sembrò infinito, poi si aprì in un sorriso. Quando mi cinse le spalle con il braccio, capii che non ci avrebbe ammazzato…
Ogni tanto mi lancio senza approfondire. Lo faccio un po' per tutto ma non certo per la musica. Lo faccio per saggiare il sesto senso, l’esperienza, il guizzo che erutta come un gremlin. Alcune volte ci prendo altre no. In questo caso è andata bene.
La bottiglia di Cardanera rosso della cantina Argiolas che ho davanti, offre un vino decisamente gradevole. Ne ho bevuti un paio di bicchieri mentre vi raccontavo quest’incredibile storia colombiana. Quattordici gradi e un buon profumo di frutti rossi. Ben strutturato in bocca e dal colore rubino. Affinato in cemento o acciaio. Cento per cento vitigno di Carignano.
Gli amici di quel viaggio li frequentai ancora per qualche anno, poi la vita, la noia, le consuetudini ripetute senza soluzione di continuità me li fecero vedere sotto altri occhi e scoprii la loro attitudine alla mediocrità.
In questi giorni ci siamo divertiti col remake di Sandokan. Che ficata! Noi dei sessanta appassionati di Salgari…