Non riesco a leggere articoli o libri che parlano di pedofilia, abusi e violenza sui minori. Non ci riesco perché anche il leggere certe cose per me è una forma di violenza, o almeno, la mia anima così lo vive. Si ribella la mia anima, non accetta, non concepisce, non se ne capacita. Eppure il problema sussiste e in qualche modo si deve affrontare se lo si vuole combattere e debellare come il peggiore dei virus. Ma come. Parlarne? Storie del genere possono creare una sorta di contagio sociale, emulazione… ci vorrebbe altro. E all’improvviso, inaspettatamente, mi sono ritrovata tra le mani un manoscritto, una sorta di pagine antiche di un diario che sussurrava segreti e lo faceva in punta di piedi.
QUANDO A SUBIRE SONO I BAMBINI
… Ed ecco che all'improvviso mi arriva tra le mani il manoscritto de "Il nome del male".
Ho conosciuto Sarita in uno dei tanti incontri tra scrittori, e la distanza geografica non si può dire abbia agevolato il nostro rapporto: da una parte l’in-flessione completamente diversa (io napoletana, lei senese) dall’altra l’impossibilità di incontrarci assiduamente (Avellino–Siena non si può dire proprio una passeggiata).
Dopo aver apprezzato “Oltre la soglia” ho accettato di leggere questo nuovo manoscritto: me ne sono innamorata, cosa non facile, devo dire, rara.
“Il nome del male” mi ha letteralmente rapita, le parole di Sarita risuonano dentro di me come le note del pifferaio magico che cerca di portar via dal mondo tutto il marcio e lo schifo lasciato da questa nefandezza. Pagina dopo pagina, con un groppo nel cuore, sono arrivata all’ultimo punto… e ho pianto.
Non è un racconto classico questo della Massai, i dettagli sono irrilevanti, non importa come e dove è avvenuto il primo approccio, se l’ha prima toccata o baciata, come si chiamava sua madre e di che colore erano i suoi occhi. Pochi, davvero pochi i dettagli narrati, ancor meno gli episodi, i racconti sono lasciati ad altri, a chi si ferma alle apparenze, al fatto nudo e crudo, a chi usa parole viscide come la melma sulla quale lasciar scivolare lussurie nascoste dietro l’ipocrisia o ancora parole che stemperano o sminuiscono la gravità del reato, perché di reato si tratta: pedofilia, un nome dolce che rievoca amore e invece è malattia.
Veramente pochi i dettagli raccontati da Sarita. Ci dice che è un medico, ma poteva essere un ingegnere o un architetto o forse un alto prelato, un eufemismo per indicare una persona in vista, di cultura, un insospettabile, qualcuno di cui fidarsi senza remore.
Ci parla della Volvo (anche questo un nome evocativo) bianca, come la purezza ma anche come la morte e le rose e la pena di García Lorca. E poi il bosco, «[…] il bosco è mio padre: verde, alti fusti, fronde pensose in lacrime di rugiada.» Quel padre che lo annusò. «Mio padre invecchiò lì.» nel tonfo di un diario «Un tonfo di 10 anni. Una slavina nera.»
Il tonfo sordo dei paragrafi che si susseguono e si ripetono, come parentesi che si intersecano, cerchi concentrici che si sviluppano l’uno nell’altro all’urto del sasso con l’acqua, ripetitivi come un’ossessione, morbosi, come la malattia, silenzi e spazi vuoti dove l’anima cerca di ricucire invano ciò che è stato per sempre strappato.
Non ci racconta fatti Sarita ma allora cosa narra.
Narra di un mondo frammentato, come la tendenza, tipica dei bambini che hanno sperimentato il trauma dell’abuso, a separare parti di sé. Ci narra immagini che si rincorrono, emozioni contrastanti, la realtà deformata e deformante di una bimbetta violentata nel corpo e nell’anima. Narra gli effetti del trauma, gravi, invalidanti, soffocanti.
E ancora ci parla della dipendenza psicologica e affettiva di una piccola, fragile vittima che sperimenta la necessità di ricevere amore dal proprio carnefice e di confondere l’abuso con l’affetto e il male con il bene instaurando un’alleanza con il suo aguzzino.
«Mani lunghe e nodose che correvano sul mio corpo come il mio disgusto e il mio gusto al contempo.»
Un patto segreto che dava forma a colpe e responsabilità che non le appartenevano.
«[…] il mio segreto bisogno di te. […] La colpa del mio bisogno di amore. La vittima e il carnefice a momenti non sono che una cosa sola e addirittura a volte interscambiabile.»
Un delirio lungo una manciata di pagine, pura poesia e vi assicuro che mantenere la melodia, il ritmo, la stretta connessione tra significato e significante, ma soprattutto l’attenzione del lettore e il pathos, senza stancare e senza sminuire l’attesa pur già sapendo cosa accadrà, è arte rara e preziosa maestria.
I traumi, però, non spariscono con un colpo di bacchetta e neanche il male, così il pifferaio magico che non ha ricevuto il suo compenso, vedendo il male persistere, in un tentativo estremo di salvare i bambini li porta via per ricongiungerli alla loro infanzia e ricucirla alla loro vita come Peter Pan con la sua ombra.
Ma Lilia vince la sua battaglia contro il male, anche contro il marcio che sentiva pulsare in lei.
Ma «Cosa è rimasto allora? È rimasto solo un’ombra leggera, intorno a un profumo d’ambra.»
Narra di un mondo frammentato, come la tendenza, tipica dei bambini che hanno sperimentato il trauma dell’abuso, a separare parti di sé. Ci narra immagini che si rincorrono, emozioni contrastanti, la realtà deformata e deformante di una bimbetta violentata nel corpo e nell’anima. Narra gli effetti del trauma, gravi, invalidanti, soffocanti.
E ancora ci parla della dipendenza psicologica e affettiva di una piccola, fragile vittima che sperimenta la necessità di ricevere amore dal proprio carnefice e di confondere l’abuso con l’affetto e il male con il bene instaurando un’alleanza con il suo aguzzino.
«Mani lunghe e nodose che correvano sul mio corpo come il mio disgusto e il mio gusto al contempo.»
Un patto segreto che dava forma a colpe e responsabilità che non le appartenevano.
«[…] il mio segreto bisogno di te. […] La colpa del mio bisogno di amore. La vittima e il carnefice a momenti non sono che una cosa sola e addirittura a volte interscambiabile.»
Un delirio lungo una manciata di pagine, pura poesia e vi assicuro che mantenere la melodia, il ritmo, la stretta connessione tra significato e significante, ma soprattutto l’attenzione del lettore e il pathos, senza stancare e senza sminuire l’attesa pur già sapendo cosa accadrà, è arte rara e preziosa maestria.
I traumi, però, non spariscono con un colpo di bacchetta e neanche il male, così il pifferaio magico che non ha ricevuto il suo compenso, vedendo il male persistere, in un tentativo estremo di salvare i bambini li porta via per ricongiungerli alla loro infanzia e ricucirla alla loro vita come Peter Pan con la sua ombra.
Ma Lilia vince la sua battaglia contro il male, anche contro il marcio che sentiva pulsare in lei.
Ma «Cosa è rimasto allora? È rimasto solo un’ombra leggera, intorno a un profumo d’ambra.»
https://catalogo.edizioniilpapavero.it/narrativa/415-il-nome-del-male.html