Se ti lasciassi domani, ti ricorderesti ancora di me?
I concerti sono per i giovani, non per i vecchi. I vecchi come me dovrebbero stare a casa, o forse no. Forse sono io che non ho più il mordente di una volta e tutto mi pesa pesantemente. Per come la vedo, però, i live sono il modo migliore per gustare la travolgente dinamicità di una band. Se poi la band è una di quelle che calca le scene da oltre cinquanta anni e si muove sul palco come nel salotto di casa sua, allora non puoi esimerti.
Acquisto il biglietto golden circle, che vorrebbe dire fronte palco, per l’unica data degli Skynyrd a Ferrara. Prenoto l’albergo e un Frecciarossa che mi scarica nella provincia Emiliana una Domenica di primo pomeriggio con un caldo torrido. Tutto chiuso, pure il baretto della stazione che mi appare come quella dei film di Don Camillo e Peppone. Cicale a menadito e per strada nessuno. Nemmeno i Carabinieri o una gazzella della Polizia. Zainetto in spalla arrivo in hotel e mi lascio cadere in una microscopica stanza con letto singolo, finestra bloccata e aria condizionata a palla, pregustando il mio primo concerto della band di Jacksonville Florida, mentre continuo ad arrembare dopo averlo abbandonato in un angolo anni fa, 4 3 2 1 di Paul Auster.
Non ricordo la prima volta che ebbi in mano un album degli Skynyrd, ma credo fosse il quarto lavoro datato settantasei. Quel Gimme Back My Bullets che non ha cambiato la storia del mondo ma che a me non dispiacque.Ovviamente arrivavo dai Bros dei fratelli Allman. Erano stati loro a incensarmi sulla lunga strada del Southern. Loro e il maledetto live at Fillmore East. Da quel giorno parte della storia della musica che avrei ascoltato avrebbe preso una nuova direzione. Non solo più Bebop, Cool, Latin jazz, Bossa, Blues, Funky, Rock e l’onnipresente Progressive. Da quel giorno anche tutto quello che nasceva in quell’incredibile luogo che va dal Texas, alla Florida, passando per la Luisiana, sarebbe entrato in casa mia.
Mi rimane spesso utile ricordare l’epicentro che diede i natali a quasi tutto quello che arriva ad oggi, ovvero i tre grandi stili del Blues. Il texano, quello del delta del Mississippi e quello del Sud East. È lì che il disagio interiore e sociale, si trasforma in musica. Lì nei campi di cotone tra la popolazione afroamericana afflitta dalla peste del colonialismo razziale.
Faccio un giro per il centro e come avevo immaginato in una virtuale passeggiata, Ferrara è bellissima, antica, pulita e silente. Mi sparo un caffè in uno dei bar di piazza Trento in attesa di farmi strapazzare le orecchie dagli amplificatori e mi seggo all’angolo con via di San Romano. Da una veloce lettura informativa ho scoperto che la cittadina si è sviluppata nel Rinascimento e che il quaranta per cento del territorio è al di sotto del livello del mare.
Come sempre quando sono a spasso, un po' per curiosità, un po' per conoscenza, cerco un luogo di culto. La cattedrale è a un passo e di sicuro sarà fresca, accogliente e adorna di opere d’arte. Segnarmi il petto non mi farà di certo male, ma ahimè ho un incontro poco fortuito. Sperando di fargli piacere, provo ad attaccare bottone con un prete riverso su un libro in un confessionale. L’uomo di chiesa che ho sempre immaginato come un pio rappresentante della bontà terrena, mi rivolge uno sguardo a metà tra lo scettico e l’infastidito. Mi ascolta per poco mentre un sorriso strafottente gli disegna un viso cerbero. Eppure, la stessa cosa che gli proferisco, aveva sortito in un collega un elogio e numerosi abbracci. Alla fine, gli uomini sono uomini e anche nel clero c’è chi si dimentica la dolcezza.
M’è tornata fame dopo le due rosette col prosciutto crudo divorate in treno, ma l’esigenza prima è la sete. M’infilo nella traversa che parte da viale Cavour non prima di aver consegnato a un vigile urbano un borsello lasciato da qualche avventore su una panchina e arrivo in una piazza Ariostea affollata di appassionati. Scopro che nel mille e cinquecento era parte del casale di un certo Bartolomeo Zerbio. Le bancarelle che attorniano lo spiazzo spandono profumi vari e una folla di gente di mezza età banchetta sui tavoli sociali trangugiando un boccale di birra dietro l’altro. Prendo una piada al crudo e una bottiglietta d’acqua da mezzo litro per tredici euro e mi seggo da una parte, mentre contemplo lo spiazzo, la ressa, i cappelli texani, gli stivali, le magliette con le calcomanie del gruppo, i banchetti del merchandising, le file di avventori e appassionati in un tripudio di più maschile che femminile. Ci sono anche diverse comitive di giovanotti e la cosa mi fa ben sperare, perché la band gira dal sessantaquattro. Due tizi si seggono vicino e iniziamo a chiacchierare.
Il preconcerto spesso è così. Si conoscono persone che poi non si rivedranno mai più, con i quali si sciorina la storia di una vita musicale, ascoltando, confrontando, criticando quel gruppo o la scelta di quell’altro e poi quasi sempre: Lp o Cd? E lì, nel novanta per cento dei casi, parte l’immancabile dibattito che in breve si trasforma in una discussione che facilmente si allarga agli altri tavoli. In quarant’anni di concerti ne ho sentite di tutti i colori. Però forse quella che mi gusta di più è: Amo gli Lp, perché voglio sentire il fruscio…
Di arrivare fino ai piedi del palco non se parla, c’è ancora troppo sole e allora mi accendo una delle quattro sigarette che mi regalo al dì.
Secondo il mio modestissimo parere, gli Skynyrd sono il secondo miglior gruppo Southern della storia dopo i preferiti Allman. Ricordo con piacere quando lo style mi entrò nelle vene, perché ben si accostava al parossismo improvvisativo dilatante e contorto del Bebop jazzistico e come lui pretendeva e pretende doti musicali eccelse e capacità di padroneggiare lo strumento, inventando ogni notte una frase diversa, una terzina impossibile, un contrappunto inarrivabile.
Gli Skynyrd più dei Bros imposero un ritmo forsennato che li spostò verso un boogie rock più duro. Forti di ben tre chitarre soliste, si sono aperti da sempre ai concerti cavalcando lunghissime jam, dilatando le esecuzioni e permettendo a ogni musicista di regalare al pubblico la fantasia creativa del momento.
Ma facciamo un excursus conoscitivo. Il Suono del Sud nasce dalla fusione di diversi generi classici e il gusto per l’improvvisazione. Quindi, Boogie, Rock’n’ Roll, Blues e Rhythm’n’Blues, Gospel, Country, Honky Tonk e Bluegrass. Poche musiche nella storia possono vantare un simile background. Una così vasta e incredibile quantità di espressioni che, in un grande eruttivo melting pot, avrebbe prodotto qualcosa di fantastico.
Il parto compositivo dei primi e decisivi album della band fu nelle mani di due componenti. Il cantante e fondatore Ronnie Van Zant, capace di miscelare passato e presente, musica tradizionale e Rock’n Roll contemporaneo e il chitarrista Gary Rossington pronto ad addomesticare quei riff che porteranno la band nell’universo dei grandi.
Giusto per dipanare una curiosità che avrà attanagliato un po' tutti, il nome del gruppo nasce dalla storpiatura del cognome di un insegnate di educazione fisica, tale Leonard Skinner che aveva una particolare avversione per i capelloni.
Quando i raggi del sole abbandonano l’arena mi avvicino alla spianata già colma. Due ragazzi del service controllano il braccialetto azzurro ed entro. Ha già suonato Deborah Bonham e sta improvvisando all’elettrica Simon Mc Bride, che ha militato negli ultimi Deep Purple. Infatti, ogni due per tre tira fuori le prime note del riff di Smoke on the water. Mi seggo di lato, poi mi butto nella calca che ancora non è calca. Il peggio dovrà arrivare quando si esibiranno i vecchi di Jacksonville.
Ancora troppo caldo, quindi arretro di una decina di metri e mi stendo all’ombra fino a quando una voce registrata scoppietta nelle casse e il video di un tempo che fu, riempie il megaschermo dietro la strumentazione. Eccoci. Le luci del palco si fanno più forti e le immagini ci riportano Ronnie, l’esordio, il primordio vulcanico che permise a questi ragazzi di scrivere a loro insaputa la storia della musica.
Come al solito, per chi lo sa, parlerò dei brani che mi piacciono, in questo caso sono quattro e sono contenuti nei primi due album.
M’infilo di nuovo nella calca che adesso è diventata più calca. Ci sono molti settantenni e diversi di loro, durante lo show, avranno bisogno delle cure degli infermieri.
Il concerto parte a una piotta con un effetto slide che anticipa il riff alla chitarra di Rickey Medlocke e costruisce l’incredibile frase dal sapore blues rock di Call Me Breeze da Second Helping. Il pezzo è un Boogie Rock di grande effetto in La maggiore a centonovanta battute e la frase sembra costruita come una sezione fiati, poi rullata della batteria e si parte con il cantato. La folla salta, balla e batte le mani a tempo incenerita ma anche felice di questo incredibile esordio. Dopo appena un minuto e mezzo il primo grande solo che si alternerà a quelli con il bottleneck a ricordare che si canta, ma soprattutto si suona e si suona ad alto livello, poi di nuovo la voce che si intervalla con l’elettrica fino a quando le mani di Peter Keys iniziano a volteggiare sui tasti bianchi e neri, poi assolo che ribatte sui riff e ci si lancia per l’ultima parte del brano. C’è una versione molto tosta di questo pezzo in un video di qualche anno fa ad Atlantic City con ancora il vecchio Rossington, la Les Paul e una sezione fiati di tutto rispetto.
Il palco è gremito. John Van Zant, fratello di Ronnie, alla voce, poi le tre elettriche con Medlocke in testa e subito dopo Mark Matejka, quindi Michael Cartellone alla batteria, Keith Christopher al basso, Keys al piano e tastiere, due coriste e un’armonica. Ragà non ce n’è per nessuno. Questi vecchietti ancora spaccano come bestie.
Dopo mezz'ora eccolo. Il riff che conquistò il mondo. Nasce con due crome di Re in una tonalità di Sol maggiore a cento cinque battute e prosegue con un incastro tra due semicrome e una croma per poi cadere su due crome di Do e ripartire fino alla cascata di semicrome che nasce in La e finisce in Sol. Sweet Home Alabama contenuto in Secon Blessing ha una coda lunga e venne definita come la canzone on the road per eccellenza, perché usata in moltissimi film. La versione che ci regalano è pari pari a quelle già sentite e ahimè non mette nulla in più alla storia del gruppo, ma non fa niente, li amiamo per quello che sono. Quindi riff, cantato e solismi vari alle chitarre. Per inciso tutti i componenti durante lo show non hanno sbagliato nemmeno una semibiscroma. Sono entrati ed usciti perfettamente a tempo come orologi ben oliati, muovendosi sul palco con un’assoluta tranquillità. Il brano nacque come risposta a un acceso battibecco con Neil Young il celebre cantautore che viene citato nei testi. Gli Skynyrd a una sua provocazione sul perdurare del razzismo in Alabama, gli risposero componendo il brano con la famosa stilettata.
«Spero che Neil Young lo ricordi, un uomo del sud non ha bisogno di lui».
Sono già da tempo sgusciato dalla calca, per sedermi nel buio degli spalti che ospita una fauna di antichi appassionati come me, quando le luci del palco si attenuano e parte l’arpeggio alla chitarra pulita di Simple Man. Il brano si sviluppa a sessanta battute, ed è una ballad Rock in Do maggiore. I cellulari immortalano il palco azzurro. Nasce dalla penna di Ronnie Van Zant e Gary Rossington. L’intro è caratterizzato da una sequenza sui sedicesimi che dà la sensazione di essere una terzina ma non lo è, con una progressione di accordi in Do, Sol, La minore, La minore settima ripetuti per tre volte, poi il basso, quindi la batteria a spazzolare il rullante, infine, la voce di Johnny. Malinconica, sentimentale, inquieta, poi l’assolo di chitarra elettrica distorta. Il pubblico commosso in un tripudio di azzurro triste che ci ricorda la tragedia di quel lontano 20 ottobre del settantasette quando l’aereo con Ronnie, Steve e Cassie Gaines, si schiantò nelle paludi vicino a Gillsburg.
Siamo alla fine quando le note del pianoforte e il fischio degli uccelli annunciano l’entrata di Free Birde il cuore torna indietro a quegli incredibili anni compositivi pregni di ispirazione e fantasia. Ondeggio rapito e ripercorro i punti salienti di una vita che mi ha messo a dura prova, pretendendo di trasformare una strada semplice in un percorso tortuoso, duro, violento, senza sconti. Rientro nella calca e mi ritrovo vicino a un gruppo di venticinquenni che a braccia sollevate, piangono commossi. È bellissimo sperare un futuro roseo per le nuove generazioni. Un futuro più onesto di quello che ci è stato offerto a noi. Un futuro dove tutti si potrebbero volere bene.
If I leave here tomorrow…
Se ti lasciassi domani, ti ricorderesti ancora di me?
La canzone inizia con le parole della ragazza di Allen Collins che poi divenne sua moglie e fu scritto a quattro mani da lui e da Ronnie nel settantatré per omaggiare la morte in un incidente motociclistico del mitico Duane Allman. Sul piano l’aquila e sull’asta del microfono il cappello del vecchio frontman. Il pezzo è suddiviso in due parti. La prima, lenta introspettiva da ballad della durata di cinque minuti, la seconda travolgente infaticabile cavalcata chitarristica. La versione sarà la classica dei live dilatata fino ai dieci minuti, un po' meno della media, mentre in studio ne durava nove. Gli Skynyrd in alcune esecuzioni arrivarono addirittura a suonare per quasi un quarto d’ora.
Il bellissimo intro del piano lascia spazio ai primi versi in slide con il bottleneck come tanto piaceva a Duane e s’inerpica in appoggio alla progressione di accordi in Sol Re e Mi minore, per poi esplodere più avanti a centoquarantotto battute in quello che viene considerato come uno dei più famosi assoli della musica Rock.
Saltiamo a tempo uniti nel ricordo di quello che fu. Un insieme compatto di esseri umani che per una sera hanno dimenticato le fatiche, le ansie, i drammi di un’esistenza che prima o poi tira una riga a tutti. Poi due fari illuminano la palla a specchio e il palco si trasforma in un tratteggio di luci segmentate sostenute dal cambio di batteria che assomiglia a una marcia.
Incalzante, poderosa, travolgente.
L’altro giorno l’ho fatta sentire a uno che si dilettava con la Trap. Mi fa… ma chi sono questi?
Come chi sono questi, ma tu dove cazzo sei stato a quarant’anni, su Marte?
Periodi estivi chiamano vini bianchi, fermi o mossi e soprattutto freschi, anche se continuo a preferire i rossi strutturati in ogni stagione. Oggi faccio un’eccezione per un bianco che m’è sempre piaciuto, il Cervaro delle Sala di Antinori. Un vino umbro all’ottantacinque per cento Chardonnay e quindici Grechetto affinato in barrique. Siamo sui tredici gradi, molto per un bianco. Mi piace, perché ha un forte sentore minerale, agrumato e burroso. Il colore è giallo paglierino. Ne ho una bottiglia del duemilasedici e ho la netta sensazione che la dovrò bere a breve.
Buona estate a tutti, o forse no. Forse magari vi racconterò qualche altro concerto.