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  • C’è un momento, nella vita di ognuno, in cui il padre smette di essere solo un uomo silenzioso che abita la casa e diventa una domanda. Una domanda che pesa. Che resta sospesa. Che non trova risposta finché il tempo, crudele e misericordioso insieme, non decide di stringere.

    Secondo classificato, di Alberico Parente, nasce esattamente lì: in quel tempo che si accorcia e costringe a guardarsi negli occhi.

    “Secondo classificato”, edizioni Il Papavero-Marketing d’autore non è un libro che chiede permesso. Non accarezza. Non consola. Ti prende per le spalle e ti dice: adesso guarda. Guarda tuo padre, guarda te stesso, guarda tutto quello che non hai detto quando potevi permetterti di rimandare. È un romanzo autobiografico, sì, ma sarebbe riduttivo chiamarlo così. È piuttosto una resa dei conti affettiva, una confessione che non indulge mai nel vittimismo, un atto d’amore che arriva tardi ma arriva con una precisione quasi dolorosa.

    Il padre di Alberico è una figura che riconosciamo subito: uomo di poche parole, concreto, schivo, radicato nella fatica e nel dovere. Un uomo che non spiega, non si racconta, non si concede. Un uomo che ama, ma non lo dice. E il figlio lo osserva da lontano, come si osservano le cose importanti quando si ha paura di romperle. Lo ammira. Lo teme. Cerca approvazione. Sente il peso di quelle mani che “hanno un sapere”, di quel ruolo che non si vede ma si sente addosso come una responsabilità ereditaria.

    È una relazione fatta di silenzi, più che di parole. Di sguardi rubati. Di rimproveri asciutti. Di affetto dato per scontato. Una distanza invisibile, dice Parente, fatta di pudore e di frasi mai pronunciate. E qui il libro colpisce nel segno, perché non racconta un padre, ma i padri. Quelli di una generazione cresciuta nella convinzione che l’amore si dimostri lavorando, resistendo, tenendo la schiena dritta. E i figli, cresciuti nel tentativo costante di essere all’altezza di un modello irraggiungibile.

    Poi arriva la malattia. E non è un colpo di scena: è una frattura. Il tumore non è usato come espediente narrativo, anche perché la storia è vera, ma come forza che abbatte le difese, che scardina le posture, che rende inutile il silenzio. Quando il tempo non è più infinito, parlare diventa urgente. Stare insieme diventa necessario. E quello che prima era impossibile (dire, chiedere, spiegarsi) diventa naturale, quasi semplice. “Frasi normali che custodivano dentro una rivoluzione”: è forse una delle definizioni più limpide del miracolo quotidiano che questo libro racconta.

    Il padre e il figlio si avvicinano a piccoli passi, senza retorica, senza grandi dichiarazioni. Una mano su una spalla stanca. Una stanza in penombra. Una partita dei Mondiali guardata insieme. Le lezioni di guida. I gesti minimi, quelli che contano davvero quando le parole non bastano più. Ed è qui che “Secondo classificato” diventa un libro feroce nella sua dolcezza: perché dimostra che l’amore non ha bisogno di essere spiegato, ma vissuto. E che a volte lo capiamo solo quando rischiamo di perderlo.

    Intorno a questo nucleo emotivo ruota il racconto di una formazione: la scuola tecnica scelta per seguire le orme paterne, le amicizie maschili che diventano rifugio e specchio, lo sport come disciplina e libertà, il calcio prima, l’atletica poi. Correre. Arrivare secondi. Capire che non sempre vincere significa primeggiare. Che fare del proprio meglio può bastare, soprattutto se qualcuno (tuo padre) ti sta guardando.

    C’è una generazione intera, in queste pagine. Ragazzi cresciuti con l’idea che lo studio costi fatica, che lo sport educhi al limite, che i genitori siano modelli da onorare prima ancora che persone da comprendere. Una generazione che diventa adulta attraversando la perdita, imparando che crescere fa male, soprattutto quando significa restare in piedi senza chi ti ha insegnato come si fa.

    Il padre di Alberico affronta la malattia con una dignità che non cerca applausi. Continua a lavorare. Si preoccupa per la moglie, per i figli. Cerca qualcuno che possa vegliare su di loro quando lui non ci sarà più. È una lezione silenziosa, coerente fino all’ultimo: amare significa restare, finché si può. E quando non si può più, lasciare strumenti, non consolazioni.

    “Secondo classificato” non parla di una sconfitta. Parla di un’eredità. Di un amore imparato tardi, ma con forza. Di un tempo breve e irripetibile in cui padre e figlio camminano finalmente fianco a fianco. E mentre chiudi il libro, una domanda resta lì, ostinata: Quante cose stiamo rimandando, convinti di avere tempo?

    Perché questo romanzo, senza mai alzare la voce, ti dice una verità scomoda: non sempre arriviamo primi nella vita. Ma se impariamo ad arrivare veri, forse è abbastanza.

     

    Per ulteriori info https://catalogo.edizioniilpapavero.it/home/448-secondo-classificato.html