Vivono in gruppi, rispettosi della gerarchia. A dominare sono quelli più aggressivi, i più deboli vengono eliminati o costretti ad allontanarsi. Si muovono di notte, veloci, in uno spazio di pochi metri, avanti e indietro. Colpiscono e scappano. In gallerie buie, intercomunicanti, dalle molteplici entrate. Colpiscono e scappano. Il loro morso è doloroso, può amputare dita o brandelli di carne. A Ciruzzo hanno rosicato mezza testa, tanto da lasciargli il nomignolo di Ciruzzo mezacapa.
I vicoli di Napoli, vero cuore pulsante della città, sono come quelle gallerie. Ampi poco più di corridoi, stretti e misteriosi. Abitati in ogni anfratto, nascondono, quasi a proteggere, anime navigate, alle volte smaliziate, con le loro storie fantastiche, surreali, ma caratterizzate da una grande umanità e solidarietà, fino a spingere un intero rione ad adottare un bambino dal drammatico destino.
IL LIBRO
“IL MORSO DEL RATTO”, il secondo libro di Francesco Maria Olivo, edito da Il Papavero, ci trascina in quel ricco e straordinario substrato culturale che caratterizza Napoli e in particolare i suoi vicoli; un’immersione nelle sue tradizioni, nei suoi personaggi, dentro la sua musica. È un vero tributo d’amore verso una città dalla quale l’autore si è sentito tradito, ma non ha mai smesso di amare. D’altra parte come si può non amare Napoli? E così Olivo, con ironia tagliente, esorcizza anche la violenza, quella sulle donne, ad esempio quella di Assunta ferita a morte dal marito, e i tanti paradossi e contraddizioni che rendono Napoli unica al mondo: la diversità, lo scontro di civiltà, la latitanza delle istituzioni, l'invadenza del mezzo informatico, lo scontro interreligioso.
E in questo inferno-paradiso, dove il caos regna sovrano, ad accompagnare il lettore, non è Virgilio, non è Beatrice, ma è Ciruzzo mezacapa, dal bianco turbante, orfano di mamma, cresciuto dagli abitanti del quartiere Speranzella al quale un po’ la capuzzella del Capitano un po’ San Gennaro, in una commistione di sacro e profano, avevano salvato la vita. E di tanto in tanto, come il tuono di Dio, dall’alto dei cieli irrompe un io narrante spiazzante e irrituale. Un dio-autore che non ha e non vuole avere alcuna velleità di districare questo complesso ginepraio, né di offrire soluzioni a questioni così delicate ma spunti di riflessione sì, e tanti. Cominciare dalla consapevolezza per plasmare un’idea, perché dalle idee dei singoli spesso germogliano fiori, prendono vita le vere rivoluzioni che sono quelle che non si combattono con le armi ma con la conoscenza, con la vera cultura che spesso poco ha a che vedere con l’erudizione.
PERCHÈ AVVENTURARSI IN QUESTA LETTURA
Perché esula da ogni banalità, dal trito e ritrito che spesso ci viene offerto nel nome della massificazione. “Lo stile è denso, raffinato, mai banale: si ha l’impressione che ogni frase sveli e al tempo stesso celi qualcosa, lasciando al lettore, tra il sorriso e la commozione, ampi margini interpretativi.” Ci scrive da Parigi Sabine Fourtan che ha avuto il privilegio di essere tra le prime lettrici critiche del testo. Ho scritto nel sottotitolo “avventurarsi” e non leggere, perché pagina dopo pagina non si ha la sensazione di avere un libro tra le mani ma di essere nel pieno di una performance teatrale, tra quei vicoli pregni di storia e di storie, tra personaggi surreali che è possibile trovare solo dentro Napoli, tra i giochi di parole e malintesi, tra i colori dei femminielli e le voci delle popolane. In quegli anfratti pullulanti di vita che sembrano presepi tutto l’anno, in un intreccio continuo di bene e male, amore e odio, ricchezza e povertà, in un agglomerato di problemi che alle volte si traducono anche in violenza, ma nei quali non manca mai il sapore vero della gente, la genuinità di un popolo che vive sotto un cielo pur sempre dominato da un profondo rispetto e dall’attenzione per gli altri (a volte male interpretati), sotto il quale ancora respira la pietas e una marcata umanità.
https://catalogo.edizioniilpapavero.it/narrativa/340-il-morso-del-ratto.html


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